MARCO POLO
IL AILIONE
COMMENTATO ED ILLUSTRATO
DA
ONIA TIBERII
FIRENZE
SUCCESSORI LE AONNIER
EDITORI
PROPRIETÀ DEGLI EDITORI
G?
Firenze, 1916. — Società Tipografica Fiorentina, Via S. Gallo 33.
/
PREFAZIONE
L libro dei Viaggi di Marco Polo descrive gli
itinerari commerciali e le condizioni politiche
e sociali dell'Asia sul finire del secolo XIII,
quando l'avvicendarsi delle Crociate, il sor-
gere di regni franchi in Cipro, Morea, Costantinopoli e
Gerusalemme, le rivalità commerciali e coloniali tra Ge-
nova e Venezia nel Mediterraneo e le irruzioni mongoliche
in Asia e nella Russia attiravano gli sguardi dell'Europa
verso il più lontano Oriente. L'avanzata del popolo giallo,
che come una bufera di vento aveva rovesciato i troni del-
l'Asia e, penetrando in Russia, Polonia, Wallachia, Un-
gheria, era stata appena fermata dai Tedeschi alla battaglia
di Liegnitz sull'Oder (1241), turbava i sonni di Papa Inno-
cenzo IV e di Luigi IX re di Francia. Questi mandarono
rispettivamente come loro inviati alle corti tartare, Giovanni
di Pian de'Carpini (1246) e il fiammingo Rubruquis (1253),
i quali, avendo percorso la Mongolia e la Cina settentrionale,
portarono all'Europa le prime notizie di quelle lontane con-
trade. Nel 1260 i due fratelli Niccolò e Matteo Polo, ap-
IV . PEEFAZIONE
partenenti alla nobiltà veneziana, alla quale soltanto era
allora concesso occuparsi di commercio coll'estero, si spin-
sero da una loro agenzia in Costantinopoli fino a Bolgara,
su un ramo del Volga. Non potendo rifare la strada a causa
della guerra scoppiata fra i due troni tartari del Ponente
e del Levante, decisero di proseguire per Boccara, il gran
mercato dell'Asia Centrale, spesso visitato da mercanti ge-
novesi e veneziani. Quivi gli avventurosi fratelli si misero
al seguito d'un 'ambasceria tartara che si recava a Kara-
korum, sede dell' impero mongolo, e nel 1264 arrivarono
alla presenza di Kublai Khan, pronipote di Cinghis Khan,
eh' era da otto anni salito al trono. Cinque anni dopo,
nel 1269, i due fratelli ritornarono a Venezia, latori d'una
lettera del Khan al Papa, nella quale si chiedeva l'invio
in Mongolia di dotti missionari; essi avevano inoltre l'in-
carico di provvedersi d'un'ampolla d'olio del Santo Sepolcro,
perchè l'olio era considerato dai Mongoli come una panacea
per ogni male, in causa della propaganda e della venditi*
che ne facevano tra di loro i missionari della Chiesa ar-
mena. Arrivati ad Acri, i Polo appresero la morte di Papa
Clemente IV, avvenuta nel 1268, e andarono quindi a Ve-
nezia per aspettare l'elezione del nuovo pontefice. Due anni
dopo, nel 1271, vedendo che i Cardinali non potevano met-
tersi d'accordo per eleggere il Papa, i due fratelli, impa-
zienti di aspettare più a lungo, presero con loro Marco,
figlio di Niccolò, allora giovinetto di 17 anni, e ritorna- I
rono ad Acri, si fornirono di lettere del legato papale ivi
residente, e d'olio santo proveniente da Gerusalemme, e
s'eran già messi in cammino quando, giunti a Layas, fu-
rono richiamati indietro ad Acri dal legato Tebaldo Vi-
sconti di Piacenza, che nel frattempo (settembre 1271) era
PRE1 \ZI'
stato ciotto Papa ed aveva preso il nome di Gregorio X.
Questi fornì loro le credenziali e due missionari pel Khan,
congedò la comitiva che rimontò a Layas, nella baia di
Scanderun, punto di partenza delle carovane per l'interno.
Qui comincia la relazione dei viaggi di Marco Polo che
si estendono per 24 anni, dal 1271 al 1295, allorquando
i tre Polo tornarono a Venezia.
I due missionari, giunti a Layas, si rifiutarono di
proseguire il cammino, atterriti dalle notizie della guerra
che era scoppiata fra il sultano del Cairo e quello d' Ico-
nio, così che i nostri viaggiatori dovettero tirare innanzi
da soli. Attraversata l'Armenia e la Persia, scesero ad
Hormuz, alla foce del Golfo Persico, coli' intenzione d'im-
barcarsi e raggiungere la Cina per mare, ma vista la poca
sicurezza delle navi e la minaccia di cadere nelle mani dei
corsali preferirono rimontare l'altipiano di Kirman, attra-
versare il deserto salato del Khorasan e la Battriana e
ingolfarsi nell'aspro e freddo valico del Pamir, il tetto
del mondo, a 4000 metri sul livello del mare, per sboc-
care nella valle del Tarim, seguendo la quale, dopo di
avere attraversato l'immenso deserto di Gobi, giunsero
finalmente al Catai, come allora chiamavasi la Cina set-
tentrionale.
II giovane Marco non doveva in quel tempo esser for-
nito di molta cultura geografica, né poteva aver avuto molta
pratica del cavallo e della caccia, avendo sempre vissuto
a Venezia, intorno alla parrocchia di S. Cristoforo. Por-
tava seco tutt' al più l'assordante ricordo dell'Arsenale e
del fondaco dei Turchi e la visione di San Marco senza
il campanile, della Dogana senza la Madonna della Salute,
Ielle galee armate da Schiavoni, ancorate a poca distanza
VI PREFAZIONE
dall'Arsenale. Venezia, benché padrona di oltre un quarto
dell' Impero d' Oriente, non aveva ancora palagi di marmo,
né possessi in terra-ferma. Soffocata alle spalle da invi-
diosi signori ghibellini, come il Patriarca d'Aquileia, Ez-
zelino III da Eomano a Padova, Can grande di Verona, gli
Estensi di Mantova e di Ferrara, e i Polentani di Eavenna,
amici di Dante, respirava per l'ampio polmone adriatico e
s'arricchiva rivaleggiando con Genova come porto di ap-
provvigionamento e di distribuzione delle merci tra l'oriente
e l'occidente. La sua politica protezionista accentrò sulla
libera laguna parecchie industrie che mal reggevano alle
lotte comunali tra guelfi e ghibellini, le quali dilaniavano
l'Emilia, il Lucchese, Firenze e il Monferrato, in cui pre-
potevano i presidii angioini. Sono quelli i tempi, come
tutti sanno, in cui ogni terra « che un muro ed una fossa
serra» s'atteggia a Stato indipendente, ed « un Marcel
diventa ogni villan che parteggiando viene » . I Polo dun-
que chiamano sé stessi i tre latini, e i loro connazionali
sono da essi chiamati veneziani, genovesi e pisani, ma il
nome d'Italia e l'appellativo di «italiano» non appaiono
mai in questo libro.
La larga esperienza del padre e dello zio fu indubbia-
mente di grande aiuto al giovane Marco. Da essi egli dovè
certo avere appreso la pratica mercantile, la conoscenza
delle pietre preziose, delle stoffe di seta e delle costose pel-
liccie, il maneggio del cavallo, il cambio dei bisanti e i
primi rudimenti del tartaresco. Pel resto il caravanserra-
glio, il bazar, le lunghe ore delle tappe, delle soste e dei
bivacchi e, sopratutto, il soggiorno di Badakshan, nel cui
dolce clima i viaggiatori sostarono un anno intero per una
convalescenza di Marco, gì' insegnarono a parlare corren-
PREFAZIONE VII
temente tartaresco e persiano e a conoscere il carattere, la
vita e le mille amenità dell'etichetta orientale.
Alla fine del 1274 Kublai Khan rivede con piacere i
suoi ambasciatori al Papa e nota tra loro il giovane ed
aitante Marco, dall'occhio vivo e profondo sotto un terbush
persiano. Kublai aveva fatto già molto cammino dal 1265
al 1274. Aveva trasportato prima la sua capitale da Ka-
rakorum a Taiyuanfù nello Shansi e, proprio in quell'anno
a Camblau (Pekino), e si trovava nella sua favorita resi-
denza d'estate a Kemenfù, in Mongolia, quando ricevette
i tre latini. Assiso sulle rovine del reame del Tangut, che
il suo grande avo Cinghis Khan avea strappato al turbo-
lento Preste Giovanni (Uncan) insieme con la Manciuria
e la Corea (1220); padrone del Catai, o Cina a Nord del
fiume Giallo, conquistato dai successori di lui dopo aver
vinto i Tartari Nuchen (Dinastia Chin 1234); devastato
il Kam tibetano (Ssùchuan) e abbattuto il reame Shan dei
Nan Chao in Charagià (Yunnan 1252), Kublai aveva sin
dal 1269 posto l'assedio a Siangyang e s'apparecchiava
a passar il fiume Azzurro (Yangtze) per impadronirsi del
ricchissimo reame del Mangi (Cina meridionale) dominato
dalla dinastia nazionale dei Sung (1127-1280). Gli .stra-
nieri persiani, saraceni, armeni, essendo più istruiti ed in-
telligenti dei Mongoli, erano molto ben voluti e ben veduti
alla corte del Khan e spesso erano occupati in posizioni di
fiducia, o come governatori, o come controllori (dentghas)
delle terre conquistate. Dei Cinesi non c'era da fidarsi.
Astuti, strettamente legati in società segrete, ma resi inetti
alle armi dall'educazione di Confucio e dalle pratiche bud-
distiche, borbottavano contro i fetidi invasori (chou ta txu)
che riempivano di forestieri barbari la Terra dei fiori.
Vili PREFAZIONE
Kublai Khan, indispettito dalla ostinata resistenza che la
città murata di Siangyang opponeva da anni alla sua ca-
valleria tartara, manda i due fratelli Polo a far mangani
di guerra e catapulte per espugnarla, e ritiene il giovane
Marco come addetto al suo Consiglio privato. Insignito di
grado ufficiale, Ser Marco entra nei vari Ministeri della
capitale, assiste alle feste di Corte, segue il Khan alla sua
residenza estiva e alle caccie, e diventa esperto politico e
cortigiano.
Caduta Hangchow, la capitale dei Sung, nel 1276,
Kublai Khan, sovrano della Mongolia e del Catai, viene
eletto imperatore di tutta la Cina e sue dipendenze, e inizia
la nuova dinastia mongola detta Yuan, che occupa il suo
posto negli annali cinesi dal 1280 al 1368. Egli mette pre-
sidii tartari in 1200 città cinesi, prepara le spedizioni a
Zipagu (Giappone 1280), Myen (Birmania 1283), Ciamba
(Annam 1285), inondando di carta moneta i fiorenti mer-
cati cinesi e ritirandone tutto l'oro e l'argento a Pekino.
Si circonda d'astrologi, indovini, lama e giullari: incoraggia
le arti, e nel 1279 fa costruire dal suo favorito astronomo
Kuo Shou ching, l'osservatorio astronomico di Pekino,
300 anni prima che Federico III di Danimarca pensi a
provvederne Ticho Bfahe, e chiama matematici maomettani
e persiani alla compilazione del suo arruffato calendario,
il « Barba-nera » , il « Taccuino » indispensabile in ogni
casa cinese. La geografia ch'egli aveva studiato percorrendo
i paesi in sella al suo cavallo non arriva a fornirgli dati
esatti sulle risorse, sui proventi e i tesori delle provincie
conquistate; ed eccolo tramutar Marco Polo, provetto viag-
giatore ed esperto cacciatore, in governatore di Yangchou,
-nella provincia del Kiangnan, uno dei posti più importanti
PKBFAZ10NK IX
por l'entrata delle gabelle sul sale. Marco vi risiedette tre
anni (1278-80). Nella primavera del 1281, di ritorno a
Pekino, egli è testimone del fuggi fuggi generale che seguì
l'uccisione del governatore saraceno Achomat, il quale,
col disprezzo d'ogni diritto, aveva per 22 anni tiranneg-
giato ed atrocemente offeso i Cinesi. Kublai Khan, ch'era
a Giandù a riposarsi con le sue amiche, tosto informato di
questo tentativo di ribellione, accorse e ristabilì la pace
distruggendo tutta la famiglia e i figliuoli di Achomat e
confiscando tutt' i loro beni e tesori. (4) Nel 1283 Marco
Polo riceve le « tavole d'oro » (chin pài) cioè l'ordine im-
periale di recarsi come ambasciatore alla corte di Kogra
Khan, figlio di Kublai, governatore del Charagià (Yunnan),
e al re di Myen (Birmania). Nel 1285 egli ò di nuovo in
viaggio a Ciamba (Annam), ma, da fidato diplomatico, egli
tace degli scopi e dei risultati della sua missione.
Durante questo brillante stato di servizio, Marco Polo
ebbe occasione di traversare la Cina e le sue dipendenze,
e tra le tante acute e minute osservazioni da lui fatte, con
la caratteristica precisione di quegli ambasciatori veneti
che più tardi vegliavano alla sicurezza della Repubblica
nelle corti d'Italia e d'Europa, è strano ch'egli abbia tra-
lasciato d'accennare a cose tanto nuove per lui e sì pret-
tamente cinesi, come il the, il « piò di giglio » della Ci-
nese, i libri stampati, l'esame di Stato, i geroglifici e,
sopratutto, la Grande Muraglia, tutte cose che attirano ir-
resistibilmente l'attenzione d'un occidentale. Con le idee di
(l) Quest'episodio ampiamente narrato nell'originale francese, non
appare nella redazione toscana: forse venne omesso per ragioni d'op-
portunità politica.
PREFAZIONE
grandiosità e forza del dominio tartaro assorbite nel con-
tinuo contatto intellettuale e sociale coi magnati di Pekino,
e circondato come egli doveva essere per la sua posizione,
da valletti, uscieri, interpetri (beileh), secretari (shih yeh)
mussulmani, persiani e nestorini, il cui dialetto nordico non
era più inteso oltre lo Yangtze, egli passa accanto alla
vecchia e rigogliosa civiltà dei Sung con la stessa indiffe-
renza degli Spagnuoli di Cortez e di Pizarro innanzi a
quella di Montezuma e degli Incas ; rimane tre anni a
signoreggiare Tangchou tra i centri più letterari della Cina
— Hangchow, Soochow e Nankin — senza, non dico pene-
trare il pensiero, ma almeno notare il nome di Confucio,
tanto commentato attorno a lui da filosofi e storici neo-
confucianisti dell'epoca. Ciò è tanto più strano quando si
pensa alle minute sue osservazioni sui Bramani e Budda
fatte al suo passaggio pei porti dell'India. Non conoscendo
la lingua cinese, Ser Marco non può avvertire, neppure di
riflesso, il lustro della poesia, del teatro e del romanzo
cinese dell'epoca dei Sung, che perdura ed ammanta tutta
la povertà di spirito e la rozza vacuità barbarica dei Mon-
goli. Sorvolando sulle terre da lui percorse col suo favo-
rito ritornello « che vivon d'arti e sono idoli, usano mo-
neta di carta e sono al Gran Cane », Ser Marco trova
accenti epici soltanto quando parla delle ricchezze stermi-
nate e dei fastosi sollazzi e banchetti dell'Imperatore.
Al suo ritorno in Pekino dalla sua missione nell'Annam,
egli si avvicinava alla quarantina, il padre e lo zio alla
sessantina, e il Gran Khan era sempre più avviluppato,
vecchio anche lui, negli intrighi delle sue mogli e nume-
rose amiche e relativa figliolanza. I timori d'un cambia-
mento di regno e di fortuna e la nostalgia del cielo rosato
PREFAZIONE XI
della natia laguna indussero i Polo a domandar congedo
dal Khan. Questi menava le cose per le lunghe, quando,
per lor fortuna, nel 1292 capitò a Pekino un'ambasceria
dalla Persia per chiedere una principessa cinese in moglie
per Argon, re dei Tartari del Levante, rimasto vedovo. La
scelta di Kublai, dopo aver fatto studiare a lungo l'oro-
scopo dai suoi astrologi, cadde sulla principessina Ko
(Ko katin) della famiglia imperiale dei Sung, raccolta bam-
bina alla caduta di Hangchow ed ormai fatta ventenne nel-
l'ambiente della sua corte. Per evitare i disagi ed i peri-
coli del viaggio attraverso il deserto di Gobi e le terre di
Caidù, ancora suo mortai nemico in Turkestan, Kublai
concesse agli ambasciatori di menar la sposa in Persia per
la via di mare e di farsi accompagnare dai tre latini che
rimpatriavano. La notizia non parve vera ai Polo che,
detto fatto, presero tutt' i p'iao ch'ao, o monete di carta
accumulate in tanti anni, e le cambiarono in una bella ra-
dunata di pietre preziose. Cucirono queste solidamente entro
il loro saio e un bel giorno l'imperiai carovana, spiegando
le vele e le bandiere al vento, si mise in moto pel Gran
Canale. Qui Marco Polo ci ha lasciato un bellissimo itine-
rario per fiumi e per canali fino a Kinsai (Hangchow), la
minuta descrizione di questa portentosa ed immensa città,
e del viaggio per terra, in lunga fila 3i portantine, attra-
verso l'alpestre provincia del Pukien fino a Zaiton, il porto
di imbarco di fronte all'odierno porto d'Amoy.
Quivi entrarono in mare su di una flottiglia di grosse
giunche a quattro alberi, armate da 600 marinai e, co-
steggiando l'Annam, Sumatra, Ceylon e la costa occidentale
dell' Indostan, dopo 15 mesi di avventurosa navigazione,
sbarcarono ad Hormuz, all'entrata del golfo Persico. Questo
XII PREFAZIONE
viaggio dà modo a Marco Polo di compiere — primo tra
gli Europei moderni, — la circumnavigazione meridionale
dell'Asia, tre secoli dopo che quei mari erano stati corsi
e ricorsi da marinai cinesi, arabi e persiani — per tacere
dei mercanti romani che, come ambasciatori di Marco Au-
relio agli imperatori della dinastia Han, arrivarono in Co-
chincina nel 166 dell'era volgare.
In Persia i nostri tre viaggiatori appresero la morte del
re del Levante ; a Sabzwar (Albero Solo) si separarono, con
molte dimostrazioni di affetto, dalla principessa Ko Katin,
che 5 anni dopo passò sposa al figlio e successore del so-
vrano destinatole, e proseguendo il loro cammino per Ta-
briz e Trebisonda, Costantinopoli e Negroponte arrivarono
a Venezia nel 1295.
Narra una leggenda come al loro ritorno in patria essi
non fossero riconosciuti dai loro parenti, che dopo 25 anni
d'assenza potevano ben crederli morti, se non quando, dopo
di essere stati invitati ad un lauto pranzo, i viaggiatori
presero a mostrar loro una gran quantità di pietre preziose
scucite dalla fodera dei loro ricchi abiti di seta — una
prova di assoluta fiducia che non si dà che ai più stretti
parenti.
Poco appresso, Venezia, essendo in guerra con Genova,
richiese alla famiglia Polo di armare, secondo il costume,
una galea,, e Marco Polo che ne prese il comando, fu fatto
prigioniero alla battaglia di Curzola (1298) e condotto a
Genova. Quivi ebbe compagno di sventura un Kusticiano
o Eustichello da Pisa, che, dopo la battaglia della Meloria,
s' ingegnava di mettere a profitto i suoi talenti letterari
scrivendo versi d' amore e prose da romanzo in vulgari
gallico, ossia in francese, lingua predominante in quei tempi
PlfWAZIONE XIII
come si sa dal Tesoro di Ser Brunetto Latini, maestro di
Dante. Ser Marco si fece mandare le sue note di viaggio
da Venezia e le dettò man mano a Rusticiano, che ne formò
un libro scritto in francese. Questa fu la prima edizione
del libro dei Viaggi di Marco Polo (1298); da essa vennero
poi compilate epitomi e traduzioni in latino e nelle princi-
pali lingue europee, di cui esistono 85 codici manoscritti,
sparsi nelle primarie biblioteche d' Europa, compresi i 29
che sono in Italia. •
La prima traduzione, abbreviata e monca, in volgare
fiorentino, fatta intorno al 1307 e conosciuta sotto il nome
di Codice Magliabecchiano più antico, usata per la edizione
a stampa dal Ramusio (Venezia 1559), è qui riprodotta
senza alterazione, tranne quelle poche variazioni ortogra-
fiche dei nomi di persone e di paesi, che furono svisati dai
copisti. L'alterazione e la varietà delle loro forme era un
grave ostacolo alla piana intelligenza del volume.
In considerazione dello scopo cui esso è destinato, ognun
vede come sarebbe fuor di proposito entrar nelle dispute
che si sono venute accendendo intorno a ciò che narra il
viaggiatore veneziano: poche note sobrie ed opportune sui
paesi, sui loro prodotti e sui loro abitanti, sugli usi e co-
stumi di questi, e un chiaro tracciato degli itinerari per-
corsi dai Polo ci sembrarono sufficienti a raggiungere il
fine che la nostra raccolta si propone.
Lo stile di Ser Marco è rapido, semplice, efficace, corno
quello di colui che ha molte cose da dire e non può in-
dugiarsi in fiorettature rettoriche; la lingua del traduttore
fiorentino è quella dell'aureo trecento, schietta e pura, sebben
venata qua e là di pretti idiotismi della pronuncia toscana,
coinè appostolo, occeano, piata, abergo^ e di francesismi
XIV PREFAZIONE
come quattroventi (per 80), villa (per città), freri (per frati
o fratelli), santa (per salute), e via discorrendo. Ai fatti os-
servati s'intrecciano moltissime parole tecniche attinenti al
commercio, ben note ai nòstri maggiori negli scali d'Oriente
ed ancor oggi usate in quelli dell' Estremo Oriente, di cui
sarà assai interessante conoscere il significato e l'origine.
Esse sono elencate nell' indice speciale alla fine del vo
lume.
Per la straordinarietà e molteplicità delle cose raccon-
tate, il libro di Marco Polo fu dai suoi contemporanei
chiamato il Milione. Esso infatti rievoca ad un tempo il
Periplo di Nearco, il misterioso Egitto di Erodoto, nonché
i Viaggi di Sindbad dei racconti arabi. Buddisti, Bramani
e stregoni sfilano insieme con Maomettani, Cristiani e Ado-
ratori del fuoco; leggende e miracoli si alternano con i
prodigi dei fattucchieri e dei prestidigitatori tibetani; im-
mensi eserciti si azzuffano, sotto un nuvolo di freccie, tra
il fragore dei timpani e il barrito degli elefanti; schiere
di corsali veleggiano i mari depredando le navi, mentre
le carovane lente lente attraversano i deserti infuocati pieni
di miraggi e di echi misteriosi, e le slitte veloci, trainate
dai cani, scivolano sui ghiacci perenni della Valle 1 scura.
Lungo i fiumi gremiti di barche s'affollano le città cinesi,
veri formicolai umani, dove tutti i prodotti naturali « le
pietre che ardono », i metalli preziosi, le gemme, le co-
stose pelliccie, i cereali, le droghe, le frutta tropicali, le
radici medicinali e i profumi hanno il loro scambio con
le monete « fatte di buccia d'arbori ». La notte, mentre le
guardie del fuoco vegliano sulle città dall'alto delle loro
torri, fuori, per la campagna nera, nel folto impenetrabile
della giungla, squittiscono le scimmie e stanno in agguato
PREFAZIONI-: XV
le tigri. Eppure quest' incanto di novità, che lo Shakespeare
colse più tardi e mise in bocca d' Otello per sedurre la
fantasia della pura Desdemona; questo fascino dei paesi
lontani e misteriosi del Sol Levante, non lasciò sul suo
secolo maggiore impressione di quel che tacessero i ro-
manzi di cavalleria allora in gran voga, Tristano e Isotta
e i Reali di Francia. Il facile e proficuo commercio con
il Mediterraneo orientale distolse quel secolo dal cercare
je vie aspre e lunghe e difficili aperte dal viaggiatore
veneziano.
Ma quando nel 1453 Costantinopoli cadde in mano dei
Turchi, gli Occidentali furono spinti a studiare nuove vie
per raggiungere le fonti del loro commercio, cioè i paesi
descritti da Marco Polo, la Persia, l' India e la Cina. Cri-
stoforo Colombo nell'attuare questo disegno suggeritogli dal
suo genio trova invece il Nuovo Mondo (1492). La cono-
scenza geografica ed astronomica essendo mutata, il Por-
togallo doppia il Capo e giunge all' India e alla Cina, tra-
scinandoci dietro i missionari della Croce. D'allora in poi
l' incantesimo dell' Oriente riprende come un incubo la
mente europea, e, nel continuo succedersi e avvicendarsi
di colonie, commerci e missioni politiche, scientifiche e
religiose in tutta l'Asia, il libro di Marco Polo, vagliato,
controllato, commentato da una miriade di ufficiali conso-
lari, governatori coloniali, soldati, viaggiatori, commercianti
e missionari, resta, dopo sei secoli, una delle fonti più au-
torevoli e il punto di partenza per l' elucidazione dei più
interessanti problemi di geografia storica, finanza, commer-
cio, etnologia, etimologia, religioni e relazioni dell'Asia con
F Europa.
Patta la pace tra Venezia e Genova nel 12!M>, per mezzo
XVI
PREFAZIONE
del Duca di Savoia, Marco Polo ritornò in patria, si am-
mogliò a 45 anni, ebbe tre figliuole e si godè il frutto
della sua agiatezza. Il 9 Giugno 1323 fece testamento, e
qualche anno dopo, nel 1326, morì all'età di 72 anni, e
fu sotterrato nella chiesa di S. Lorenzo. A Venezia esiste
ancora il portale della casa ove egli nacque nel 1254 in
Calle S. Cristoforo, ma la sua famiglia si estinse nel 1418
con un Marco Polo castellano di Verona.
Di lui esistono due ritratti, uno in Eoma, nella inac-
corta di Monsignor Badia, col titolo magniloquente : To-
tius Orbis et Indiae Peregrinator ÌPrimus; l'altro è il
mosaico del Salviati nella sala consiliare di Genova, di
fronte a quello di Colombo, presentati entrambi da Ve-
nezia alla sua antica rivale in occasione del centenario
colombiano nel 1892.
Firenze, maggio 1916.
Onta Tiberii.
NOTA DEGLI EDITORI
Le copiose annotazioni che accompagnano questa ristampa dei
Viaggi di Marco Polo sono state preparate, dietro nostra insistente
richiesta, dal dott. cav. Tiberii, il quale fu per molti anni (1881-
1904) residente in Cina, nella Amministrazione delle Dogane e
delle Poste. La sua posizione ufficiale, la lunga esperienza, la cono-
scenza della lingua e dei costumi del paese, e soprattutto l'aver egli
vissuto nelle stesse provi ncie descritte dal grande Veneziano danno
affidamento che le sue note, per ciò che riguarda la Cina, saranno
dai lettori trovate non meno autorevoli che interessanti.
ITINERARI
»■+++ Vl'39g'Q deiduefrafelli Polo(l26(KJ9)- Coiiantinopoli-Bolgara- Bocara-,
Gfrar Karakorum
— Vya^aéz\\rt?Q\o(ì272-7^Layai-Pamir-Lap-Kemenfti{er/tarno1292-3<t)
Mino-Hangchow-Zaiion-Bintarig-lndia-Hormtjz.-Trebi.iOnda
— Via39l0 di Marco Va\^Z^PtKino-iìngan-5indufu-Awn-Mapei-Pekino
oV>U
r iORCIA
U (MANCIURIA)
KABAKOffUM KEM£NFU(Q«xxuL.
:nfu(qùxjxòL) s — — r I
— . —
IL BILIONE
DI F\. AARCO POLO
Ohi comincia il libro di messer Marco Polo da Vinegia,
■v
CHE SI CHIAMA « MEL10NE », IL QUALE RACCONTA MOLTE
NOVITAD1 DELLA TARTARI A E DELLE TRE INDIE E D'ALTRI
PAESI ASSAI.
I. *)
" Furono due nobili cittadini di Vinegia, eh' ebbe nome
V uno messer Matteo e 1' altro messere Nicolao, i quali ali-
da ro al Gran Cane signore di tutti i Tartari ; e le molte no-
\ itadi che trovàro si diranno più innanzi. E' quali, giunti che
fftro alla terra dov' era il Grande Cane, sentendo la loro ve-
*) I primi tredici capitoli formano il prologo di quest'epitome
italiana, che appare molto ridotta e monca, e priva dell'esordio del
testo originale francese, nel quale vien narrato il primo viaggio dei
due fratelli Polo alla Tartana (1260-1269). (Vedi sulla Carta : Iti-
nerario 1°).
La Tartaria: era il Nord dell'Asia, dal Caspio alla ultima Tuie
(Caoli, Corea), e comprendeva: 1" l'impero dei Tartari del Po-
nente, dal Mar Nero al fiume Oxus; 2° l'impero dei Tartari del
Levante, dall'Anatolia al Golfo Persico; 3° l'impero Mongolo,
dall' Oxus alla Cina. I tre imperi erano governati da pronipoti
di Cinghis Khan, tra i quali emerse Kublai Khan, conquistatore
e unificatore della Cina.
•e tre Indie: erano le terre bagnate dall'Oceano indiano, divise in
India maggiore (Indostan), India minore (Indocina), e India mez-
zana o terza (Arabia e Abissinia).
IL MILIONE
nuta, fecesegli venire innanzi, e fecene grande allegrezza e
festa, però che non avea mai più veduto niuno latino ; e do-
mandogli dello imperatore, e che signore era, e di sua vita
e di sua iustizia, e di molte altre cose di qua ; e domandoli
del papa e della Chiesa di Roma, e tutti i fatti e Stati di
cristiani. E i due fratelli gli rispuosono bene e saviamente
ad ogni sua domanda, però che sapeano bene il tartaresco.
IL
Quando lo grande signore, che Goblai avea nome, che era
signore di tutti li tartari del mondo, e di tutte le provincie
e regni di quelle grandissime parti, ebbe udito de' fatti de' la-
tini dagli due frategli, molto gli pregò ; e disse fra sé stesso
di volere mandare messagi a Inesser lo papa ; e chiamò gli
due frategli, pregandoli che dovessero fornire questa amba-
sciata a messer lo papa. Gli due frategli rispuosero : volen-
tieri. Allora lo signore fece chiamare uno suo barone che
avea nome Coghotal, e disseli che volea ch'andasse co'li due
frategli al papa. Quegli rispose: volentieri, sì come per si-
gnore. Allotta lo signore fece fare carte bollate, come li due
frategli e il suo barone potessero venire per questo viaggio,
e impuosegli V ambasciata che volea che dicessero ; tra le
quali mandava dicendo al papa, che gli mandasse sei uomini
savi, e che sapessero bene mostrare a l' idoli e a tutte altre
generazione di là, che la loro legge era tutta altramenti, e
Coblai: Kublai Khan, sopra ricordato.
carte bollate: credenziali, passaporti e salvacondotti che portavano
il suggello imperiale.
a l'idoli: agli idolatri. Nel richiedere missionari al Papa, Kublai
Khan mirava ad ottenere istruttori di scienze ed arti, matema-
tici, compilatori di calendari, e maestri pei suoi rozzi e super-
stiziosi seguaci delle steppe, tramutati in padroni di genti alta-
I)T \[. MARCO POLO 0
come ella era tutta opera di diavolo, e che sapessero mo-
strare per ragioni come la cristiana legge era migliore. An-
cora pregò li due frategli, che li dovessero recar [' olio de
la lampana eh' arde al Sepolcro in Gerusalemme.
TU.
Come il Grande Cane
donò a li due frategli la tavola de V oro.
Quando lo Grande Cane ebbe isposta V ambasciata a li
due frategli e al barone suo, si li diede una tavola d' oro,
ove si contenea che gli inessagi, in tutte parti ove andas-
sero, li fosse fatto ciò che loro bisognasse ; e quando li mes-
sagi furo aparecchiati di ciò che bisognava, presero comiato,
e missersi in via. Quando furo cavalcati alquanti die, lo ba-
rone eh' era co' gli frategli non pottè più cavalcare, eh' era
malato, e rimase a una città ch'ha nome Alau. Li due fra-
mente incivilite, come erano i Cinesi. Era savio accorgimento
politico l'evitare che questi ultimi, non ancora pienamente sot-
toméssi, la facessero da maestri ai loro dominatori. Le fiorenti
comunità cristiane scismatiche, che la chiesa Armena aveva
fondate sin dal VII secolo nel nord della Cina e in Manciuria,
oltre che nella Persia e nell' India, dovevano suggerirgli altresì
l'opportunità di adottare un sistema di credenze diverse dal bud-
distico, ch'era largamente praticato in Cina, dal Tangut al mare;
ma, diventato imperatore della Cina, Kublai Khan fu ben presto
avvolto nelle spire del lamaismo, dell'astrologia e dell'etichetta
cinese. Oraecia capta ferum victorem ceptt.
tavola d'oro: gli inviati speciali ricevevano, inoltre, una tavoletta
d'oro (cinese chin pai txù), col loro titolo e nome incisi in ca-
ratteri ugrici, alla cui presentazione le Autorità delle provincie
traversate avevano l'obbligo di fornire la scorta di soldati, ca-
valli, alloggi e tutto l'occorrente per proseguire il viaggio.
Alau : nel testo francese non è specificata la città dove si fermò il
6 IL MILIONE
tegli lo lasciare, e missersi in via; e in tutte le parti ov'egli
giugneano gli era fatto lo maggiore onore del mondo, per
amore de la tavola : sì che gli due frategli giunsero a Layas.
E si vi dico eh' egli penàro a cavalcare tre armi ; e questo
venne, che non poteano cavalcare per lo malo tempo e per
li fiumi eh' erano grandi.
IV.
Come li due frategli vennero alla città d'Acri.
Or si partirò da Layas, e vennero ad Acri del mese di
aprile, nell'anno 1272, e quivi seppero eh '1 papa era morto.
barone; si tratta di un paese mongolo sulla via di Karakorum,
che può essere tanto Uliasutai quanto Ili.
Layas: (Layasum, Aiazza) è l'antica Aegae, in fondo al golfo di Scan-
derun, allora fiorente sbocco commerciale delle vie di Sebaste
Aleppo e Antiochia, molto frequentato da Genovesi e Veneziani,
e testa di carovaniera per Bagdad e l'India. Oggi è un misero
villaggio di 600 abitanti. V. p. 16.
Acri: (Akke, Acon, S. Giovanni di Acri; la Ptolemaide dei Romani)
era la sede del legato pontificio Odaldo (Tebaldo) Visconti da
Piacenza, vescovo di Liegi. Morto Clemente IV nel novembre 1268,
il Visconti fu eletto papa, dopo quasi tre anni d'interregno, il
6 Settembre 1271. Egli prese il nome di Gregorio X, e morì
nel 1276 in Arezzo, dove è sepolto. Il suo tentativo di evange-
lizzare la Cina fallì per la codardia dei due frati missionari. Più
tardi, nel 1300, Giovanni di Montecorvino raggiunge Pelano, è
nominato Vescovo nel 1314, e s' incontra colà con Odorico da
Pordenone nel 1324, ma la sua opera non lasciò alcuna traccia
di cristianità. Le missioni cattoliche in Cina si stabilirono defini-
tivamente tra il XV e il XVI secolo coi Portoghesi a Macao, e
Matteo Ricci a Pekmo (1610).
1272: data evidentemente errata, deve correggersi 1269.
DI M. MABCO POLO 7
lo quale avea nomo papa Clemente. Li due Irategli andàro
a uno savio legato, ch'era legato per la Chiesa di Roma nelle
terre d'Egitto, e era uomo di grande autoritade, e avea nome
tnesser Odaldo da Piacenza. E quando li duo Irategli li dis-
sero la cagione perchè andavano al papa, lo legalo se ne
diede grande meraviglia; e pensando die questo era grande
bene e grande onore de la cristianitade, si disse che il papa
era morto, e che elli si soferissero tanto che papa fosse (dila-
niato, che sarebbe tosto; poscia potrebbero fornire loro am-
basciala. Li due Irategli, udendo ciò, pensaro d' andare in
questo mezzo a Vinegia, per vedere loro famiglie : allora si
partirò d'Acri, e vennero a Negroponte, e poscia a Vinegia.
E quivi trovò messer Nicolao che la sua moglie era moria,
e orane rimasto uno figliuolo di quindici anni, ch'avea nome
Marco : e questi è quello messer Marco di cui questo libro
parla. Li due frategli isteltero a Vinegia due anni, aspettando
che papa si chiamasse.
V
Come li due frategli si partirò da Vinegia
per tornare al Grande Cane.
Quando li due Irategli videro che papa no' si facea, mos-
seisi per andare al Grande Cane, e menarne co' loro questo
Marco, figliuolo di messer Nicolao. Partirsi da Vinegia tulli
e ire. e vennero ad Acri al savio legato che v'aveano lasciato,
che papa fosse chiamato : che si facesse T elezione del pontefice.
Negroponte : l' isola a N. E. dell'Attica, chiamata anticamente Eubea,
separata dal continente da uno stretto canale. I Veneziani vi ave-
vano un porto importante.
8 IL MILIONE
e disseli, poscia che papa non si facea, voleano ritornare al
Grande Cane, che troppo erano istati ; ma prima vcleano la
sua parola d' andare in Gerusalemme, per portare al Grande
Cane de l'olio de la lampana del Sepolcro : e '1 legato gliela
diede loro. Andàro al Sepolcro e ebbero di quello olio, e ri-
tornalo a lo legato. Vedendo lo legato che pure voleano an-
dare, fece loro grande lettere al Grande Cane, come li due
frategli erano istati cotanto tempo per aspettare che papa si
facesse, per loro testimonianza.
VI.
Come gli due fratelli si partirono da Acri.
Ora si partirono li due fratelli d'Acri colle lettere del
legato, e giunsero ad Layas. E, stando in Layas, udirono
novelle come questo legato, lo quale aveano lasciato in Acri
era chiamato papa: ebbe nome papa Gregorio di Piagienza.
E in questo stando, questo legato mandò un messo a Layas,
dietro a questi due fratelli, che tornassono adrietro. Quegli
con grande allegrezza tornarono adrietro in su n' una galea
armata, che fece loro apparecchiare lo re d' Ermenia. Or si
tornarono gli due fratelli al legato.
VII.
Come gli due fratelli vanno al papa.
Quando gli due fratelli vennoro ad Acri, lo papa chia-
mato fece loro grande onore, e riceverteli graziosamente, e
Ermenia: Armenia.
DT M. MARCO POLO
diede loro due frati, di quegli del monte del Carmine, ipiue
savi che tossono in quel paese, Y uno avea nome frate Nic-
colaio di Vinegia, e l'altro frate Guglielmo da Tripoline che
dovessono andare con loro al Gran Cane; e diede loro lettere
e privilegi, e impuose loro l'ambasciata che voleva che facies-
sono al Gran Cane. Data la sua benedizione a questi cin-
que, cioè agli due frati e agli due fratelli e a Marco figliuolo
di messer Niccolò, partironsi da Acri e vennero a Layas.
dome quivi furono giunti, uno che avea nome Bondoc Daire,
soldano di Bambellonia, venne con grande oste sopra quella
contrada, e faccienclo grande guerra. Per la qual cosa li due
frati ebbero paura di andare piue innanzi, e diedero le carte
e brivilegi agli due fratelli, e non andarono più oltre : e
andaronsene al signore del tempio quegli due frati.
Vili.
Come gli due fratelli vengono alla città di Kemenfù,
ov' è lo Gran Cane.
Messer Niccolò e messer Matteo, e Marco figliuolo di
messer Niccolò, si missono ad andare, tanto che funno giunti
là ov' era il Gran Cane, eh' era inn' una città che ha nome
del monte del Carmine: carmelitani.
Bambellonia : d' Egitto, cioè il Cairo, che portava ancora il nome
datole da Diodoro, Strabone e Tolomeo. Il suo nome arabo Cairo
significa Vittoria. Il saccheggio di Antiochia nel 1270 per parte
del suo sultano Bundukdar, che vendeva le donne cristiane a
quattro per un dinar, era ancor fresco nella memoria, e incu-
teva tanto spavento, che i due frati missionari non si sentirono
più di proseguire il viaggio insieme coi tre Polo.
10
IL MILIONE
Kemenfù, cittade molto ricca e grande. Quello che trovarono
nel camino non si conia ora, perocché si conterà innanzi.
E penarono ad andare tre anni, per lo mal tempo, e per gli
fiumi, eh' erano grandi e di verno e di state, sicché non
poterono cavalcare. E quando il Gran Cane seppe che gli due
fratelli venivano, egli ne menò grande gioia, e manciù loro
messo incontro, bene quaranta giornate; e molto furono ser-
viti e onorati.
IX.
Come gli due fratelli vennero al Gran Cane.
Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città
ov' era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ove gli era
con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui, cioè al
Gran Cane, e molto si umiliarono a lui. Egli gli fece levare
suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi
era quello giovane eh' era con loro. Disse messer Niccolò :
egli è vostro uomo e mio figliuolo. Disse il Gran Cane: egli
Kemenfù : cioè Kaipingfu *), la Kaibung dei Mongoli, sin dal 1264
residenza di estate del Gran Khan, era situata nel Kartcin in
Mongolia, a 367 miglia a N. E. da Pechino. Essa veniva altri-
menti detta Shandù o Giandù. Vedi cap. LXIII.
mastro palagio: al palazzo principale della città, cioè al palazzo
reale.
*) La scrittura dei nomi esotici del testo segue il suono italiano, quella dei
corrispondenti nomi odierni dati nelle note segue il suono e la forma della tra-
scrizione inglese, ufficialmente riconosciuta ed autorizz ita dal Governo cinese, che
riesce praticamente la più semplice e la più universalmente usata. Quindi il
suono eh, che nel testo è gutturale (es. Chiugiù, Chumchum), nelle note, invece,
è palatale (es. Kueichow, Changking). Questa è la sola differenza importante da
notare. I suoni sh = se (es. Shanghai, Shengching) e, in pochi casi, i suoni oo— u
(es. Foochow, Soochow) e il suono o\v = ou (come in Hangchow) non presentano
difficoltà.
DI M. MARCO TOLO 11
sia il ben venuto, c'inolio mi piace. Date ch'ebbero le carie
e privilegi che recavano dal papa, lo Gran Cane ne fece
grande allegrezza, e domandò com'erano istati. Rispuosero :
messer, bene, dapoi che vi abbiamo trovato sano ed allegro.
Quivi fu grande allegrezza della loro venuta; e quanto istet-
tero di tempo nella corte, ebbono onore piue d'altro barone.
X.
Come lo Gran Cane mandò Marco
figliuolo di messer Niccolò per suo messaggio.
Ora avvenne che questo Marco figliuolo di messer Niccolò,
poco istando nella corte apparò gli costumi tarteri e loro
lingue, e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande va-
lore oltra misura. E quando lo (Iran Cane vide in queslo
giovane tanta bontà, mando Ilo per suo messaggio ad una
terra, ove penò ad andare sei mesi. Lo giovane ritornò bene,
saviamente ridisse la' mbasciata, ed altre* novelle di ciò che
gli domandò : perchè il giovane avea veduto altri ambascia-
dori tornare d' altre terre, e non sapeano dire altre novelle
delle contrade fuori che l'ambasciata, egli gli avea il signore
per folli, e diceva che piue amava gir diversi costumi delle
terre sapere, che sapere quello per che gli avea mandato. K
Marco, sappiendo questo, apparò bene ogni cosa per sapere
ridire al Gran Cane.
XI.
Come messer Marco tornò al Gran Cane.
Or torna messer Marco al Gran Cane colla sua ambasciata.
e bene seppe ridire quello per che egli era ito, e ancora tutte
maraviglie e le grandi e le nove cose che avea trovate.
12 IL MILIONE
Sicché piacque al Gran Cane e a tutti i suoi baroni, e tutti
lo commendarono di gran senno e di grande bontà ; e dis-
sero, se vivesse, diverrebbe uomo di grandissimo valore.
Venuto di questa ambasciata, si '1 chiamò il Gran Cane sopra
tutte le sue ambasciate : e sappiate che stette col Gran Cane
bene 27 anni. E in tutto questo tempo non fino d'andare in
ambasciate per lo Gran Cane, poiché recò sì bene la prima
ambasciata. E faceagli tanto d'onore lo signore, che gli altri
baroni ne aveano grande invidia : e questa è la ragione per-
chè messer Marco seppe più di quelle cose, che nessuno
uomo che nascesse unque.
XII.
Come messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco
domandàro commiato al Gran Cane.
Quando messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco
furono tanto istati col Gran Cane, vollero lo suo commiato
per tornare alle loro famiglie. Tanto piaceva il loro fatto al
Gran Cane, che per nulla ragione lo' voleva loro dare com-
miato. Ora avverine che la reina Bolgara, eh' era moglie
27 anni: essi comprendono il periodo di tutti e due i viaggi (1265-
1292). Marco Polo non rimase in Cina che 18 anni, dal 1274
al 1292. Partì da Layas nell'Ottobre del 1271 e penò tre anni
ad arrivare (v. p. 10). Il Khan « lo chiamò sopra tutte le sue
ambasciate», cioè, lo nominò Presidente del Ministero delle Co-
lonie e dipendenze (Lì Fan Yuan), come collega di un simile
presidente mongolo. Anche oggi certe amministrazioni cinesi sono
dirette da due funzionari, l'uno cinese, l'altro manciù; e, per le
dogane marittime, uno di nazionalità forestiera.
DI M. MA.RCO POLO 13
d* Arcon, si mono, e la reina si lasciò che Arcon non potesse
torre moglie se non di suo lignaggio ; e mandò ambasciadori
ni Gran Cane, e furono tre, de' quali aveano 1' uno nome
Oula inai, e l'altro Pusciai, l'altro Goja, con grande compa-
gnia, che gli dovesse mandare moglie del lignaggio della reina
Bolgara, imperocché la" reina era morta e lasciò che non po-
tesse prendere moglie altra che di suo lignaggio. E' 1 Gran
Cane gli mandò una giovine di quello lignaggio, e fornio
l'ambasciata di coloro con grande festa e allegrezza. In quella,
inesser Marco tornò d'una ambasciata d' India, dicendo l'am-
basciata e le novitade che avea trovate. Questi tre ambascia-
dori, eh' erano venuti per la reina, domandarono grazia al
Gran Cane, che questi tre latini gli dovessono accompagnare
in queir andata con quella donna che menavano. Lo Gran
Cane fece loro la grazia a gran penale mal volentieri, tanto
gli amava, e diede parola alli tre latini che accompagnas-
sono li tre baroni e la donna.
XIII.
Quivi divisa come messer Niccolò e messer Matteo
e messer Marco si partirono dal Gran Cane.
Quando lo Gran Cane vidde che messer Niccolò e mes-
ser Matteo e messer Marco si doveano partire, egli gli fece
chiamare a se, e si fece loro dare due tavole d' oro ; e co-
mandò che fossono franchi per tutte sue terre, e fosse loro
Arcon: (Arghun Khan), re dei Tartari del Levante, o della Persia,
era figlio di Abaka, nipote di Hulagu e pronipote di Cin^his Khan.
Rimasto vedovo nel 1287, mandò un'ambasceria al Gran Khan
per chiedere, secondo il costume tartaro, la mano di una prin-
cipessa cinese. Kublai Khan gli destinò la principessa Ko (Ko
14 IL MILIONE
fatte tutte le spese, a loro e a tutta loro famiglia in tutte
parti ; e fece loro aparecchiare 14 navi, le quali ciascuna
avea quattro alberi, e molte andavano a 12 vele. Quando le
navi furono aparecchiate, li baroni e la donna con questi tre
latini ebbono preso commiato dal Gran Cane, e si misseno
nelle navi co' molta gente, e '1 Gran Tlane diede loro le spese
per due anni. E vennoro navicando ben tre mesi, tanto che
vennoro all' isola di Java, nella quale hae molte cose mera-
vigliose, che noi conteremo in questo libro. E quando egliono
furon venuti, quegli trovarono che Afcon era morto, cioè
colui a cui andava questa donna. E dicovi senza fallo, ch'en-
tro le navi avea bene settecento persone, sanza gli marinai,
de' quali non ne campò più che diciotto ; e trovarono che la
signoria d'Arcon teneva Acatu. Quando ebbono raccomandata
la donna, e fatta l'ambasciata ch'era loro imposta dal Gran
Cane, presono commiato, e missorsi alla via. E sappiate che
Acatu donò agli tre latini, messagi del Gran Cane, quattro
tavole d' oro. Era nell' una iscritto che questi tre latini fos-
sero serviti e onorati, e dato loro ciò che fosse bisogno in
tutta sua terra. E così fu fatto, che molte volte erano ac-
compagnati da 400 cavalieri, e piue o meno, quando biso-
gnava. Ancora vi dico, che per riverenza di questi tre mes-
sagi, che il Gran Cane si fidava di loro, che gli affidò loro
la reina Caciese, figliuola del re de' Mangi, che la dovessoro
Katin) della Casa Sung, presa prigioniera in tenera età alla ca-
duta di Hangchow nel 1276. Argon morì nel 1291 prima del-
l'arrivo della principessa; la quale, invece, sposò il figlio e
successore di luì Gazan, asceso al trono di Persia nel 1295 col
nome di Mahmud Gazni.
Acatu : (Kiakatu) fratello di Arcon, teneva la reggenza all' arrivo
dei Polo in Persia nel 1294. Vedi cap. CLXXVII.
Caciese: Cataiese, del Catai, ossia Cinese. Mangi, come vedremo, è
la Cina meridionale.
fi! M. MAR<(» POLO
16
menare ad Aram, al signore di lutto il Levante. E così fu
fatto. E queste reine li tenevano per lor padri, e così gli
ubbidivano. E quando questi partirono per tornare in lor
parsi, queste reine piansono di gran dolore. Sappiate, che poi
sì grande reine furo fidate a costoro di menare al loro si-
gnore, sì a lunga parte, eh1 egliono erano bene armati e tenuti
in gran capitale. Partiti i tre messagi da Acatu, si se ne vennero
a Tripisonde, e poi a Costantinopoli, e poi a Negroponte, e
poi a Vinegia ; e questo fu negli anni 1295. Or v' ho contato
il prologo del libro di inesser Marco Polo, che comincia qui a
divisare delle provincie e paesi ov' egli fu.
XIV.
Qui divisa della provincia di Ermenia
Egli è vero che sono due Ermenie, la piccola e la grande.
Nella piccola è signore uno che giustizia buona mantiene, ed
è sotto lo Gran Cane. Quivi ha molte ville e molte castella,
e abbondanza di ogni cosa, e havvi uccellagioni e cacciagioni
assai. Quivi soleva già essere di valentri uomini, ora sono
tutti cattivi; solo rimase loro una bontà, che sono grandis-
Tripisonde: Trebi sonda, porto sul Mar Nero e capitale del regno
franco di Trebisonda dal 1204 al 1262, era allora, come oggi, lo
sbocco della via della Persia e della Grande Armenia.
la piccola Armenia: comprendeva la Cilicia, la Siria, Tlsauria e
la Cappadocia, con Layas, sbocco dell' « infra-terra », e Sis (Mes-
sis, Mopsuestra), città capitale. In questa regione, assai deca-
duta dall'antico splendore, V Italia ottenne nel 1913 dalla Turchia
una concessione ferroviaria per allacciare il porto d'Adalia alla
ferrovia inglese Smirne-Aidin.
ville : città (confr. il francese ville).
16 IL MILIONE
simi bevitori. Ancora sappiate, che sopra mare hae una villa,
eh' ha nome Layas, la quale è di grande mercanzia, e per ivi
si posano tutte le spezerie che vengono di là entro; e gli
mercatanti di Vinegia e di Genova e d'altre parti quindi le-
vano loro mercatanzie e gli drappi di là, e tutte l'altre care
cose; e tutti i mercatanti che vogliono andare infra terra
prendeno via da quella villa. Ora conteremo di Turcomania.
XV.
Qui divisa della provincia di Turcomania.
In Turcomania ha tre generazioni di gente. L'ima gente
sono Turcomanni, e adorano Malcometto, e sono semplice
genti e hanno sozzo linguaggio, e stanno in montagne e in
valle, e vivono a bestiame, e hanno cavagli e muli grandi e
di grande valore. E gli altri sono ermini e greci, che dimo-
rano in ville e in castelli, e vivono d'arti e di mercanzia; e
quivi si fanno i sovrani tappeti del mondo e a più bel co-
lore. Fa visi lavoro di seta e di tutti colori. Altre cose v'ha
che io non vi conto. Elli sono al Tartero del levante. Or par-
tiremo di qui, e andremo alla grande Ermenia.
La Turcomania: comprendeva la Frigia, la Pamfilia, la Caramania
e aveva per capitale Iconium (Konia, Cognì), abitata dai Turchi
Selgiuchi fin dal 1080. Questi soffersero molto nelle guerre coi
Crociati e soggiacquero infine alla invasione tartara nel 1257.
Konia è la culla dell1 impero ottomano, il cui fondatore Othman
fu ai servizio del Sultano d'Iconio. La campagna è popolata da
turchi, agricoltori e pastori, le città da greci, armeni, ebrei e
levantini, dediti alle arti e al commercio.
Malcometto: Maometto.
sovrani tappeti: i più bei tappeti.
Elli sono al Tartero: dativo di appartenenza.
DI M MARCO POLO 17
XVI.
Della grande Ermenia.
La grande Ermenia si è una grande provincia; e nel co-
i lanciamento è una città eh' ha nome Arzinga, ove si fa il
migliore bucherarne del mondo. Ivi è la più bella bambagia
del mondo e la migliore. Quivi ha molte cittadi e castella;
e la più nobile città è Arzinga, e hae arcivescovo. L'altre
sono Arziron e Arzici. Ella è molto grande provincia. Quivi
dimora la state tutto il bestiame di tarteri del levante, per
la buona pastura che v' è ; di verno non vi istanno per lo
grande freddo che v'è, che non vi camperebbono le loro be-
stie. Ancora vi dico, che in questa grande Ermenia è l'arca
di Noè, in su una grande montagna, negli confini di mezzodì
La grande Armenia : si estendeva dal Mar Nero al Kurdistan, tra
la Giorgia al Nord e la Mesopotamia al Sud. Fu devastata dai
Tartari nel 1242, e le rovine della capitale Àrzingan, e quelle
di Arzici, o Arjish, sul lago di Van (palus Arsìssa), erano ancora
visibili al tempo dei Polo.
bucherarne: tela finissima e bianca di cotone proveniente dalla
Bukaria (Boccara) e conosciuta in commercio coi diversi nomi
di boquerant, bocassin e arabo barracan (il nostro barracano).
bambagia: (bambas) è il nome che i Persiani danno alla peluria in
cui sono avvolti i semi della pianta del cotone (greco kotil,
arabo qutn, che vale: coppa). I Persiani devono aver ricevuto
i semi della pianta e il nome dalla Cina, dov'essa è chiamata
ìnien-him (cantonese min- fati). La pianta è molto coltivata nel
Chekiang e Ningpo ; Shanghai e Nankin sono grandi centri di
manifattura co toni ora.
Arziron : Arzen er Rum, Erzerum, città potentemente fortificata sulla
via di Trebisonda.
una grande montagna: PArarat, sul quale secondo la tradizione
biblica si osò PArca di Noè, dopo il diluvio.
Marco Polo. — II Milione. 2
18 IL MILIONE
•
inverso Io levante, presso al reame che si chiama Mosul, che
sono cristiani, che sono iacopini e nestorini, delti quali di-
renio innanzi. Di verso tramontana confina con Giorges : e in
questo confine è una fontana, ove surge tanto olio in tanta
abbondanza che cento navi se ne caricherebbono alla volta;
ma egli non è buono da mangiare, ma sì da ardere; è buono
da rogna, e ad altre cose; e vengono gli uomini molto dalla
lunga per questo olio; e per tutta quella contrada non s'arde
altro olio. Or lasciamo della grande Ermenia, e conteremo
della provincia di Giorges.
XVII.
De' re di Giorgens.
In Giorgia Ime uno re, il quale si chiama sempre David
Melic, ciò è a dire in francesco, David re. È sottoposto al
Tarlerò. E anticamente a tutti gli re che nascono in quella
iacopini e nestorini: vedi pag. 21.
Giorges: la Giorgiana, o Circassia, di cui si parla nel capitolo se-
guente.
olio da ardere : petrolio del porto di Baku sul Caspio, esportato per
10 milioni di tonnellate all'anno, da Batum alle falde del Cau-
caso sul Mar Nero. Usato esternamente preserva i cavalli dalla
rogna o scabbia.
Giorgia: Zorzania, Circassia, al sud del Caucaso, capitale Tiflis, re-
gione montuosa abitata da una bella razza, le cui donne popo-
lano gli harem di Costantinopoli. La cavalleria tartara nulla potè
contro le sue ripide montagne. Il «segno di aguglia» (aquila),
che nasceva sotto la spalla diritta dei suoi re, o David Melich,
accenna a una tradizione di dipendenza o legame di parentela
con la casa imperiale di Bisanzio, la quale aveva le aquile ro-
mane per insegna.
DI M. MARCO FOLO 19
provincia, pasceva un segno d'aguglia sotto la spalla diritta.
Egli sono bella gente, e prodi d'arme, e buoni arcieri; egli
sono cristiani, e tengono legge di greci; e i cavagli hanno
piccoli al modo dei greci. E questa è la provincia che Ales-
sandro Grande non potè passare, perchè dall'uno lato èe il
mare, e dall'altro le montagne; dall'altro lato èe la via si
stretta che non si può cavalcare, e dura questa via istretta
pine di quattro leghe, cioè 12 miglia, sì che pochi uomeui
terrebbono lo passo a tutto il mondo: perciò non vi passò
Alessandro. E quivi fece fare Alessandro una torre con gran
fortezza, perchè coloro non potessono passare per venire sopra
lui, e chiamasi la porta del ferro. E questo è lo luogo che
dice il libro d'Alessandro, che dice che rinchiuse gli talleri
dentro dalle montagne ; ma eglino non furono tarteri, anzi
furono una gente eh' hanno nome Cumanni, e altre genera-
zioni assai, che tarteri non erano a quel tempo. Egli hanno
cittadi e castella assai, e hanno seta assai, e fanno drappi
di seta e d'oro assai, li più belli del mondo; egli hanno astori
gli piò belli e gli migliori del mondo; e hanno abbondanza
d'ogni cosa da vivere. La provincia èe tutta piena di grande
montagne, e si vi dico che gli tarteri non poterono ancora
avere interamente la signoria di tutta. E quivi si ì\ lo moni-
stero di santo Lionardo, ov' ha tale maraviglia, che d'una
montagna viene un lago dinanzi a questo monistero, e non
porta di ferro: Derbend, sul Caspio, è il nomo persiano che signi-
fica la porta di ferro, (turco Damir kapi; Porta sarmati di
Tolomeo, Claustra Caspiontm di Tacito, Bab el Awab degli
Arabi). La fortezza guarda lo stretto passo di 40 miglia tra il
Caucaso e il Caspio, che non è da confondersi col passo di
Ivhowar, a 50 miglia all'est di Rey (Regcs)< attraversato da Ales-
sandro per invadere la Battriana.
Cumanni: una tribù degli Sciti.
astori: falchi da caccia.
20 IL MILIONE
mena niiuio pesce di mimo tempo, se no di quaresima, e
comincia lo primo dì di quaresima, e dura sino al Sabato
Santo, e ve ne viene in grande abbondanza. Dal dì innanzi
non ve se ne vede né trova veruno, per maraviglia, insino
all'altra quaresima. E sappiate che '1 mare ch'io v'ho con-
tato si chiama lo mare di Geluchelan, e- gira settecento miglia,
ed è di lungi d'ogni mare bene 12 giornate, ed entravi dentro
molti gran fiumi. E nuovamente mercatanti di Genova navi-
caro per quel mare. Di là viene la seta che si chiama ghele.
Abbiamo contato degli confini che sono d' Ermenia di verso
il levante ; or diremo di confini che sono di verso mezzodì e
levante.
Gheluchelan : è il mar Caspio, così detto da Kasvin capitale della
provincia persiana Ghilan, che vi s' affaccia a S. 0. Fu anche
detto mar di Baku, dalla città dello stesso nome, e mar di Serail,
da Sara (Tsarew), grande città presso la foce del Volga. I « grandi
fiumi » che metton foce nel Caspio sono appunto il Volga e V Ural.
Del Ghilan, regione serica per eccellenza, restano tracce nella
nostra lingua, oltreché nel gkele, la seta del Ghilan ricordata
da Marco Polo, anche nel gelso (morus gelsi o gemi) e in filu-
gello. Il mercante di seta si dice in ispagnolo geliz ; e anche il
gilct (panciotto di seta) dei francesi ha la stessa origine. Aristo-
tele parlò pel primo del baco da seta (greco sir) e i primi tes-
suti 'di seta vennero dall'isola di Cos sulla costa della Siria. E
tradizione che il seme dei bachi da seta, originario della Cina,
penetrasse nel Khotan, nascosto tra le bende che ornavano il
capo d1 una principessa cinese andatavi sposa. Di lì passò in
India, Persia e Siria ai tempi di Alessandro. Sotto Giustiniano
(559 d. C.) i monaci nestorini ne portarono a Bisanzio, e di là
passò a Napoli alPepooa di Roggero Normanno. 11 nome di seta
non viene dal cinese ssù, per quanto chiara sia la coincidenza
dei suoni; né i Cinesi furon detti Seres a cagione del loro pro-
dotto serico. Sir (seta) è lo stesso suono che si riscontra in Siria,
Soria, Assiria, Asia, Sirio, Sole (luce, oriente). Seta dunque si-
gnifica stoffa d'oriente, e Seres vale orientali.
DT II. MARCO POLO WJ1
XVIII.
Del reame di Mosul.
Mosul si è un grande reame, ov' hae molte generazioni
di gente, le quali vi conteremo incontanente ; e v'ha una
gente che si chiama arabi, che adorano Malcometto. Un'altra
gente v'ha che tengono la legge cristiana, ma non come
comanda la chiesa di Roma, ma tallono in più cose. Egli
sono chiamati nestorini e iacopini. Egli hanno un patriarca,
che si chiama Jacolic; e questo patriarca fa vescovi e arci-
vescovi e abati, e fagli per tutta India, e per Baudac e per
nestorini : eresiarchi, che con Nestorius, patriarca di Costantino-
poli, deposto dal Concilio di Efeso (431), ritenevano che la divina
ed umana natura in Cristo non fossero così unite da formare
una sola persona. Essi erano governati da un patriarca che si
chiamava Iacolich, cioè universale. (Iaeolich è parola armena,
e vale cattolico). Cacciati dalla Persia al tempo della conquista
araba, questi scismatici propagarono la cristianità per V India e
la Cina e portarono l'alfabeto siriaco tra le genti ugro-altaiche.
Nel 1626 a Singan nello Shensi fu ritrovata una grande iscri-
zione in cinese, eretta il 4 Febbraio 781, durante la dinastia
Tang, in onore del vescovo Olopen, missionario nestorino ivi
morto nel 638.
iacopini: una setta opposta a quella dei nestorini era quella degli
Iacopini, ossia seguaci di Iacob Baradaeus o Giacomo Zanzale,
vescovo di Edessa, che nel 541-578 si separò dalla Chiesa per
seguire la dottrina del Monolitismo di Eutichio. Queste due eresie
avevano la loro sede centrale in Bagdad.
Baudac: (Baldacca, Bagdad) era stata fabbricata dal 2° califfo Al-
Mansur sul Tigri, vicino alle rovine dell'antica Seleuoia. Capi-
tale del califfato Abbasside fu splendida città noi commerci e
nelle lettere. Nel 1258 fu saccheggiata dai Tartari, e l'ultimo suo
22 IL MILIONE
Gatai, come fa lo papa di Roma. E tutti questi cristiani sono
nestorini e iacopini. E tutti gli panni di seta e d'oro che si
chiamano mosolini, si fanno quivi, e gli grandi mercatanti
che si chiamano mosolin, sono di quello reame di sopra. E
nelle montagne di questo regno sono gente di cristiani che
si chiamano nestorini e iacopini. L' altre parti sono sara-
cini, che adorano Malcometto, e sono mala gente, e ru-
bano volentieri i mercatanti. Ora diremo della gran città di
Baudac.
XIX.
Di Baudac, come fu presa.
Baudac è una grande cittade, ov' è lo califfo di tutti gli
saracini del mondo, così come a Roma il papa di tutti gli
cristiani. Per mezzo la città passa un fiume molto grande,
per lo quale si puote andare infino nel mare d' India, e quindi
vanno e vengono i mercatanti e loro mercatanzie. E sappiate
che da Baudac al mare giù per lo fiume_ha bene 18 gior-
nate. Gli mercatanti che vanno in India, vanno per quel
fiume infino ad una città eh' ha nome Ghisi, e quivi entrano
nel mare d' India. E su per lo fiume tra Baudac e Ghisi v' è
califfo Mostasem Billah, uomo avaro e indolente, fu fatto perire
di fame, come il conte Ugolino, rinchiuso nella torre del suo
tesoro.
Gatai: la Cina del nord.
califfo : parola araba che indica i discendenti di Maometto, aventi
signoria spirituale e temporale sopra i fedeli.
Chisi : si tratta non d'una città sul Tigri, come sembra far credere
il testo, ma di un' isola posta all' imboccatura dello stretto di
Hormuz, per cui dal golfo Persico si entra nel mare Indiano.
DI \L. MARCO POLO
una città ch'ha nome Basirà, e per quella città e per gli
borghi nascono i migliori datteri del mondo. In Baudac si
lavora di diversi lavori di seta e d'oro in drappi a bestie, e
a uccelli. Ella è la più nobile città e la maggiore di quella
provincia. E sappiate che '1 califfo si trovò lo maggiore tesoro
d'oro e d'argento e di pietre preziose che mai si trovasse ad
alcuno uomo. Egli è vero che negli anni Domini 1255 lo gran
Tarlerò, ch'avea nome Alan, fratello del signore che in quel
tempo regnava, raglino grande oste, e venne sopra lo califfo
in Baudac, e presela per forza. E questo fu grande fatto, im-
perocché in Baudac avea piue di centomila cavalieri senza
gli pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò al califfo^iena
una torre d'oro e d'argento e d'altro tesoro, tanto che giammai
non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vidde tanto tesoro,
molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo eh' era preso, e
sì gli disse: califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne vo-
levi tu fare? E quando tu sapesti ch'io veniva sopra te, come
non soldavi cavalieri e gente per difendere te e la terra tua e
la tua gente? Lo califfo non li seppe rispondere. Allotta disse
Alau : califfo, da che tue ami tanto l'avere, io te ne voglio dare
a mangiare. E fecelo mettere in quella torre; e comandò che
non gli fosse dato né bere nò mangiare, e disse: ora ti satolla
del tuo tesoro. E quattro dì vi vette, e poscia si trovò morto.
E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per difendere
sua terra. Né mai poscia in quella città non ebbe poi califfo
niuno. Non diremo più di Baudac, perocché sarebbe lunga
materia, e diremo della nobile città di Toris.
Bastra : Bassorah, prosso la fooe dello Sdatt-el-Arab, unione del-
l' Eufrate e del Tigri, è il porto di Bagdad e testa di linea per
la navigazione del golfo Persico e dell'India. L'impresa tedesca
della ferrovia di Bagdad tenta oggi riaprire l'antica via commer-
ciale, ridonando l'antica fertilità alla Mesopotamia con gigan-
tesche opere idrauliche e conduttura d'aequa potabile nel deserto.
24 IL MILIONE
XX.
Della nobile città di Toris.
Toris è una grande cittade, che è in una provincia eh' è
chiamata Arac, nella quale hae ancora più cittade e più ca-
stella. Ma conterò di Toris, però eh' è la più bella e la mi-
gliore che sia nella provincia. Gli uomini di Toris vivono di
mercatanzia e d'arti, cioè di lavorare drappi a seta e ad oro;
ed è il luogo sì buono, che d'India e di Baudac e di Mosul
e di Cormos vi vengono gli mercatanti, e di molti altri luoghi;
e gli mercatanti latini vanno quivi per le mercatanzie istrane,
che vengono da lunghe parti, e molto vi guadagnano. Quivi
si trova molte pietre preziose. Gli uomini sono di piccolo af-
fare, e havvi di molte maniere di genti. Quivi hae Ermini e
nestorini e iacopini, Giorgiani e Persiani, e di quegli v'ha
che adorano Malcometto, cioè lo popolo della terra, che si
chiamano Taurizini. Intorno alla città ha begli giardini e di-
lettevoli d'ogni frutta. Gli saracini di Toris sono molto mal-
vagi e disleali.
* XXI.
Della maraviglia di Baudac, della montagna.
Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac e
a Mosul. Negli anni 1275 era uno califfo in Baudac che molto
Toris: (Tauris) Tabriz, capitale dell' Ader bigi an, è importante città
commerciale della Persia settentrionale. Fu capitale dell'Impero
dei Tartari del Levante sotto Hulagu {Alan). Il commercio in
pietre preziose, pelliccie, seterie, spezierie ed armi era fatto da
mercanti di Bagdad, d' India e di Hormuz (Cormos). I Tauri-
zini erano fanatici mussulmani sunniti, « di piccolo affare » , cioè
di poca importanza. L' ] Arac del testo è V Yrac. s
Negli anni 1275 : Dopo il 1268 in Bagdad non vi furono più califfi ;
tutto il racconto ha carattere di pura leggenda.
DI M. MARCO POLO 25
odiava gli cristiani, e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò
di fare tornare gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti, e
a questo avea suoi consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo
per tutti gli cristiani ch'erano di là, e misse loro dinanzi
questo punto: che egli trovava in uno vasello iscritto, che
se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto un granello di
senape, per suo prego che facesse a Dio, farehbe giugnere
diie montagne insieme; e mostrò loro lo vasello. Gli cristiani
dissero che bene era vero. Dunque, disse '1 califfo, tra voi
tutti dee essere tanta fede, quanto un granello di senape; or
dunque fate rimuovere quella montagna, od io vi ucciderò
tutti, o voi vi farete saracini, che chi non ha fede dee essere
morto. E di questo fare diede loro termine dieci dì. Quando
gli cristiani udirono ciò che '1 califfo avea detto, ebbono
grandissima paura, e non sapevano che si fare. Ragunaronsi
tutti, piccoli e grandi, maschi e femmine, l'arcivescovo e 'I
vescovo, e pregavano assai Iddio; e istettono otto dì -tutti in
orazione pregando che Iddio loro aitasse, e guardassegli da
sì crudele morte. La nona notte apparve l'angiolo al vescovo,
ch'era molto santo uomo, e dissegli che andasse la mattina
al cotale calzolaio, e che gli dicesse che la montagna si mu-
terebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sì buona
vita, che un dì una femmina venne in sua bottega, molto bella,
nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi
si percosse, sicché mai non ne vidde; sicché egli era santo e
buono uomo. Quando questa visione venne al vescovo, che
per lo calzolaio si dovea mutare la montagna, fece ragunare
tutti gli cristiani, e disse loro la visione. Allora lo vescovo
pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che mutasse la mon-
tagna; ed egli disse ch'egli non era uomo sufficiente a ciò,
vasello: vagello, vangelo; come da Parisi, Parigi.
si muterebbe: si muoverebbe.
peccò cogli occhi : guardandola con desiderio.
f
26 IL MILIONE
tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si niisse
in orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti
gli cristiani n'andarono alla chiesa e feciono cantare la messa,
pregando Iddio che gli aiutasse; poscia tolsero la croce e an-
darono nel piano dinanzi a questa montagna; e quivi era, tra
maschi e femmine, piccoli e grandi, bene centomila. E '1 ca-
liffo vi venne con molti saracini armati per uccidere tutti gli
cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando
gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni, e pre-
gando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare
e a mutarsi. Gli saracini veggendo ciò si maravigliarono molto,
e il califfo si convertì con molti saracini. E quando lo califfo
morìo, si trovò una croce al collo ; e gli saracini vedendo
questo noi sotterrarono nel monimento con gli altri califfi
passati, anzi lo missono in un altro luogo. Or lasciamo di
Toris. e diciamo di Persia.
XXII.
Della grande provincia di Persia
e de' tre Magi.
Persia si è una provincia grande e nobile certamente, ma
al presente l'hanno guastai tarteri. In Persia è la città eh' è
chiamata Sabba, dalla quale si partirono li tre re che anda-
rono ad adorare a Cristo, quando nacque. In quella città sono
seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora
tutti infieri e co' capegli. L'uno ebbe nome Baltasar, l'altro
Melchior, e l'altro Guaspar. Messer Marco domandò più volte
in quella città di questi tre re; niuno gliene seppe dire nulla,
Sabba: Saba, Sawa, Sessanta Hadrumetorum , la città della famosa
regina che visitò Salomone.
DI M. MABOO POLO 27
se no1 ch'erano tre- re seppelliti anticamente. E aAdando tre
giornate, trovarono un castello chiamato Galasaca, cioè a dire,
in Francesco, castello degli oratori del fuoco. K ben vero che
quegli del castello adorano il fuoco, ed io vi dirò perchè. Gli
uomini di quello castello dicono che anticamente tre re di
quella contradii andarono ad adorare un profeta, lo quale era
nato, e portarono tre offerte: oro per sapere s'era signore
terreno, incenso per sapere s'era Iddio, mirra per sapere s'era
eternale. E quando furono ove Iddio era nato, lo minore andò
in prima a vederlo, e parvegli di sua forma e di suo tempo,
e poscia il mezzano, e poscia il maggiore, e a ciascuno per
sé parve di sua forma e di sua etade ; e riportando ciascuno
quello che aveva veduto, molto si maravigliarono, e pensa-
rono di andare tutti insieme. Andando insieme, a tutti parve
quello eli' era, cioè fanciullo di 13 giorni. Allora offersono
l'oro e lo incenso e la mirra; e il fanciullo prese tutto; e Io
fanciullo donò agli tre re uno bossolo chiuso: e gli re si tos-
sono per tornare in lor contrade.
seppelliti anticamente: Narra la leggenda che Elena, madre di
Costantino, trasportasse le salme dei tre Magi da Saba a Costan-
tinopoli; di là ai tempi dell'imperatore Manuele Commeno (1162)
esse furono trasportate a Milano, e dopo la distruzione di questa
città ordinata dal Barbarossa, furono deposte il 23 luglio 1234
nella cattedrale di Colonia da Rainald, arcivescovo di DasseL
Galasaca: (Kalascbar) che significa, e più sotto è detto semplicemente
castello, era a 60 miglia a N. 0. di Sabba, il sinedrio dei Quebri,
o adoratori del fuoco. Essi professavano il ùabeismo di Zarathustra
(Zoroastro), i cui principii sono spiegati nello Zend Avesta. Cac-
ciati dal fanatismo mussulmano, essi emigrarono dal loro suolo
natio, Yezd nel Farsistan, nella penisola del Guggerat e a Bom-
bay ; ed oggi col nome di Parsi si ritrovano diffusi nei maggiori
-'entri commerciali di Oriente come abili e ricchi finanzieri e
mercanti. Essi si riconoscono al loro copricapo, la mitra. '~
mirra: dall'arabo mur (amaro), è una resina vegetale gialla, molle
e odorosa, ma amara e pungente al gusto.
28
IL MILIONE
XXIII.
Delli tre Magi.
Quando li tre magi ebbero cavalcate alquante giornate,
vollono vedere quello che '1 fanciullo avea loro donato; aper-
sono lo bossolo, e quivi trovarono una pietra, la quale avea
loro data Cristo, in significarla che stessono fermi nella fede
che aveano cominciata, come pietra. Quando viddero la pietra,
molto si maravigliàro, e gittàro questa pietra in un pozzo.
Gittata la pietra nel pozzo, un fuoco discese dal cielo ardente
e gittossi in quel pozzo. Quando gli re viddono questa ma-
raviglia, penteronsi di ciò che avevano fatto, e presono di
quello fuoco, e portaronne in loro contrada, e puoserlo in
una loro chiesa e tuttavolta lo fanno ardere, e adorano quello
fuoco come Iddio; e tutti gli sacrifici che fanno condiscono
di quello fuoco; e quando si spegne, vanno all'originale, che
sempre istà acceso, né mai nollo accenderebbono se non di
quello; perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada. E
tutto questo dissono a messer Marco Polo; èe veritade. L'uno
de' re fu di Sabba, l'altro di lava, l'altro del Castello. Ora
vi diremo di molti fatti di Persia, e di loro costumi. Sap-
piate che in Persia hae otto reami: l'uno ha nome Causon,
lava: Laar; Castello, vedi Galasca.
otto reami: la Persia, devastata dai Tartari, nel 1221 venne incor-
porata al loro impero del Levante. Ecco i nomi moderni delle
Provincie corrispondenti ai reami di M. Polo.
1. Canson (capitale Kasvin) . . . ,. ._
„ „ < oggi provincia di Irac
2. Stani ( » Hamadan) \ 6fe F
3. Laor ( » Lar) > » » Laristan
4. Celstan ( » Crema) » » » Xirman
5. Istain ( » Ispahan) » » » Irac
fi. Zerezi ( » Shiraz) » » » Farsistan
7. Suncara . . . / ^ , ^,
m ( » CMirkanì » » » Khorassan
8. Turnocam . '
/
DI M. MARCO POLO 29
lo secondo di Stani, lo terzo Laor, lo quarto Celstan, lo quinto
[staili, lo sesto Zerazi, lo settimo Suncara, l'ottavo Turno-
cain, eh' è presso all'Albero solo. lu questo reame ha molti
belli destrieri e di grande valuta, e molti ne vengono a vén-
dere in Lidia. La maggiore parte sono di valuta di libre du-
gento di tornési. Ancora v'ha le più belle asine del mondo,
che vale l'uria ben 30 marchi d'argento, e che bene corrono.
K gli uomini di questa contrada menano questi cavalli infino
a due cittadi, che sono sopra la riva del mare, Luna ha nome
Ghisi, l'altra ha nome Gormos. Quivi sono gli mercatanti che
gli menano in India. Questi sono mala gente, tutti si ucci-
dono tra loro; e se non fosse per paura del signore, cioè del
Tartero del levante, tutti gli mercatanti ucciderebbono. Quivi
si fanno drappi d'oro e di seta; e quivi hae molta bambagia,
e quivi hae abbondanza d'orzo e di miglio e di panico e di
tutte biade e di vino e di tutti frutti. Or lasciamo qui, e
conterovvi della gran città di Jadys e di tutto suo affare e
suoi costumi.
Albero solo : vedi capitolo XXX.
tornési: sorta di moueta che fu coniata per la prima volta a Tours,
in Francia, e si può ragguagliare circa a 18 franchi.
Chisi: vedi pag. 22.
Cormos: Hormuz, alTentrata del Golfo Persk-o. Il vecchio porto alla
foce del Minao essendo stato distrutto dai principi di Kirraan
dopo il X secolo, lo scalo fu trasferito nella vicina isola di Jerun,
a 13 miglia dalla costa. Era città fiorente e ricca quando i Por-
toghesi se ne impadronirono nel 1507. Nel 1622 Shah Abbas ne
cacciò i Portoghesi, con l'aiuto degli Inglesi, la rase al suolo e
portò lo scalo sulla costa del Gambrun, a Bender Abbassi, oggi
testa di carovaniera per l'altipiano. Il clima del paese è estre-
mamente torrido e malsano.
30 IL MILIONE
XXIV.
Delli otto reami di Persia.
Jadys è una città di Persia molto bella e grande, e di
grande e di molte raercatanzie. Quivi si lavora drappi d'oro
e di seta, che si chiamano « iassi » che si portano per molte
contrade. Egli adorano Malcometto. Quando l'uomo si parte
eli questa terra per andare innanzi, cavalcasi sette giornate
tutto piano; e non v'ha abitazione se non in tre luoghi, ove
si possa albergare. Qui hae begli boschi, e begli piani per
cavalcare. Qui hae molte pernicie e cotornicie assai, quindi
si cavalca a grande sollazzo. Quivi hae asine salvatiche molto
belle. Di capo queste sette giornate hae uno reame eh' ha
nome Crema.
XXV.
Del reame di Crema.
Crema è un reame di Persia, che soleva avere signore per
eredità; ma poscia che gli tarteri lo presono, sì vi manda-
rono signore cui loro piace. E quivi nascono le pietre che
si chiamano turchiese in grande quantità che si cavano delle
Jadys : (Yazid) Yezd, la Isatichas di Tolomeo, capitale del Far-
sistan orientale, già mussulmanizzata nel XIII secolo.
pernicie: le pernici sono uccelli dai piedi pelosi (pedes trieati; fran-
cese perdrix; inglese partridge), e le cotornicie sono delle per-
nici coturnate o calzate.
Crema: Kirman, la Carmania di Tolomeo, provincia meridionale
della Persia, sur un altipiano freddo e ventoso a 17 giornate da
Hormuz.
turchiese: pietre turchesi, di color celeste chiaro.
DI M. MARCO POLO 31
montagne; e hanno vene d'acciaia e d'andanico assai. Lavo-
rano bene tutto cose da cavalieri, freni, selle e tutte armi e
arnesi. Le loro donne tavolano tutte cose, a seta e ad oro, e
a uccelli e a bestie nobilmente, e lavorano di cortine, e d'altre
cose mollo riccamente, e coltri e guanciali, e tutte cose. Nelle
montagne di questa contrada nascono i migliori falconi e gli
più valorosi del mondo, e sono meno che falconi pellegrini;
ninno uccello campa loro dinanzi. Quando l'uomo si parte da
Crema, cavalca sette giornate tuttavia per città e per castella
con grande sollazzo; e quivi hae uccellagioni di tutti uccelli.
Di capo delle sette giornate truova una montagna, ove si
scende, che bene si cavalca due giornate pure a china, tut-
tavia trovando molti frutti e buoni. Non si truova abitazione.
ma gente con loro bestie assai. Da Crema insino a questa
iscesa ha ben tal freddo di verno, che non si può passare
se non con molti panni indosso.
\X\1.
Di Camadi
Alla discesa della detta montagna ha un bel piano, e nel
cominciamento hae una città e' ha nome Camadi. Questa solca
essere migliore terra che non è ora. che talleri d'altra parte
andanico : Y andena di Avicenna, il lapis calaminarìs, un inter-
medio tra il ferro e l'acciaio, conosciuto col nome di ferrum
indianicum, atto a far spade infrangibili, come la Dur-indana
d'Orlando.
falconi pellegrini : il talco peregri nator (gir falco) fa i suoi nidi
sull1 alta montagna di Ku-i-llazar, alta da tre a cinquemila
metri.
Camadi: (Hamadi) Ivarimabad, capitale del reame di Rheobales, oggi
in rovine.
32 IL MILIONE
1' hanno fatto danno più volte. Questo piano è molto cavo,
e questo reame ha nome Reobales. Suoi frutti sono datteri,
pistacchi, frutto di paradiso, e altri frutti che non sono di
qua. Hanno buoi grandi e bianchi come neve, col pelo piano
per lo caldo luogo, le corna corte e grosse e non acute, fra
le spalle hanno un gobbo alto due palmi, e sono la più bella
cosa del mondo a vedere. Quando si vogliono caricare, si co-
ricano come camelli; e caricati così, si levano, che sono forti
oltre misura. E v' ha montoni come asini, che pesa loro la
coda bene 30 libbre, e sono bianchi e belli, e buoni da man-
giarne. In questo piano ha città e castella, e ville murate di
terra da. difendersi dagl' ischerani, che vanno rubando. E
questa gente che corrono il paese, per rincantamento fanno
parere notte sette giornate alla lunga, perchè altri non si
possa guardare. Quando hanno fatto questo, vanno per lo
paese, che bene lo sanno, e sono bene diecemila talvolta, e
più e meno, sicché per quel piano non campa loro né uomo
né bestia: gli vecchi uccidono, gli giovani menano a vendere
per ischiavi. Lo loro re ha nome Nogodar, e sono gente rea
e malvagia e crudele. E sì vi dico che messer Marco vi fu
quasi che preso in quella iscuritade, ma scampò ad uno ca-
stello e' ha nome Ganosalmi, e di suoi compagni vi furono
presi assai, e venduti e morti.
frutti di paradiso : banane (musa paradisiaca).
buoi grandi e bianchi: gli' zebù. Buoi con la gobba si veggono
rappresentati negli antichi bassorilievi assiri.
ischerani: (confr. ital. schiere, ted. schaar) sgherri, o soldati sban-
dati dopo la conquista mongola, orranti per l'altipiano e viventi
di rapina sotto un loro condottiero, Nigodar Oglav. Attaccavano
i paesi durante le terribili bufere di sabbia scatenate dal Simun,
o vento di scirocco. La frequenza di queste bufere « che fanno
parere notte » oscurando il cielo, veniva attribuita ai loro in-
cantesimi.
Canosalmi: Kanat-es-salam, Castello della pace, o della salute.
DI M. MARCO POLO 83
XXVII.
Della gran china.
Questo piano dura verso mezzodie cinque giornate. Da
capo dalle cinque giornate è un'altra china, che dura 20 mi-
glia, molto mala via, e havvi molti rei uomini che rubano.
Di capo della china hae un piano molto bello, che si chiama
lo piano di Gormosa, e dura due giornate, e havvi bella ri-
viera, e quivi hae francolini, pappagalli, e altri uccelli divi-
sati da' nostri. Passate due giornate, è lo mare oceano ; e
in sulla riva è una città con porto, ch'ha nome Gormos. E
quivi vengono d'India per navi tutte ispezierie, e drappi d'oro
e denti di leonfanti e altre mercatanzie assai; e quindi le
portano i mercatanti per tutto il mondo. Questa è terra di
grande mercanzia; sotto di sé ha castella e cittadi assai,
perchè ella è capo della provincia. Lo re ha nome re Umeda
Acomat. Quivi è grande caldo; la terra è inferma molto; e
se alcuno mercatante d' altra terra vi morisse, lo re piglia
tutto suo avere. Quivi si fa il vino di datteri e d'altre ispecie
assai; chi '1 bee e non è uso, sì '1 fa andare a sella e pur-
galo; ma chi n'è uso, fa carne assai. Non usano nostre vi-
vande, che se manicassono grano e carne, infermerebbono
francolini : sorta d'uccelli affini alle pernici, dal becco e dai piedi
rossi.
divisati: variati, diversi.
leonfanti: elefanti (semitico alef-hind = vacca d'India).
inferma : malsana.
lo re piglia suo avere: era il diritto d'albinaggio {alibi natus,
francese droit d'aubairì) non del tutto ignoto allora anche in
Europa.
andare a sella: alla sedia (spagnuolo siila) per i propri bisogni.
Mabco Polo — 11 Milione 3
34. IL MILIONE
incontanente ; anzi usano per loro santa pesci salati e datteri
e cotali cose grosse, e con queste dimorano sani. Le loro
navi sono cattive e molte ne pericolano, perchè non sono
confitte con aguti di ferro, ma cucite con filo che si fa della
buccia delle nocie d' India, che si mette in molle nell'acqua
e fassi filo come setole, e con questo le cuciono, e non si
guasta per l'acqua salata. Le navi hanno una vela e uno al-
bore e un timone e una coverta; ma quando sono caricate,
le cuoprono di cuoio, e sopra questa coverta pongono i ca-
valli che menano in India. Non hanno ferro per fare aguti;
ed èe grande pericolo a navicare con quelle navi. Questi
adorano Malcometto ; ed evvi sì grande caldo, che se non
fossono gli giardini con molta acqua, di fuori della città,
ch'egli hanno, non camperebbono. Egli è vero che vi viene
un vento talvolta la state, di verso lo sabbione, con tanto
caldo, che se gli uomini non fuggissono all'acqua, non cam-
perebbono dal caldo. Eglino seminano loro biade di novembre,
e ricolgonle di marzo; e così fanno di tutti loro frutti; e da
marzo innanzi non vi si truova niuna cosa viva, cioè verde
sovra terra, se non lo dattero, che dura insino a mezzo mag-
gio: e questo è per lo gran caldo. Le navi non sono impe-
ciate, ma sono unte d'un olio di pesce. E quando alcuno vi
muore, si fanno gran duolo, e le donne si piangono li loro
mariti bene quattro anni, ogni dì almeno una volta, con uo-
mini e con parenti. Or torneremo per tramontana, per con-
tare di quelle provincie, e ritorneremo per un'altra via alla
città di Crema, la quale v' ho contato, perciocché di quelle |
santa: sanità (cfr. francese sanie).
aguti: chiodi. Pare che i Polo siano scesi a Cormos per imbarcarsi,
ina considerata la poca sicurezza delle navi tenuto insieme da
funi di noci di cocco, senza chiodi, coi cavalli persiani in co-
perta e i corsali indiani in vista, pensaron meglio risalire l'al-
tipiano e affrontare i passi del Pamir e il deserto di Gobi.
DI M. MABCO POLO 36
contrade eh' lo vi voglio contare, non vi si puote andare se
non da Crema. Io vi dico che questo re Acomat, donde noi
ci partimmo, aguale è re di Crema. E al ritornare da Cormos
a Crema ha molto bello piano e abbondanza di vivande, e
Imvvi molti bagni caldi, e havvi uccelli assai e frutti. Lo
pane del grano è molto amaro a chi non è costumato, e questo
è per lo mare che vi viene. Or lasciamo queste parti, e an-
diamo verso tramontana, e diremo come.
XXVIII.
Come si cavalca per lo deserto.
Quando l'uomo si parte da Crema, cavalca sette giornate
di molta diversa via; e dirovvi come l'uomo vae tre giornate,
che l'uomo non trova acqua, se non verde come erba, salsa
e amara; e chi ne bevesse pure una gocciola lo farebbe an-
dare bene dieci volte a sella, e chi mangiasse un granello di
quello sale, il quale se ne fae, farebbe lo somigliante: e
perciò si porta bevanda per tutta quella via. Le bestie ne
Ixono pei* gran forza e per gran sete, e falle molto iscorrere.
In queste tre giornate non ha abitazione, ma tutto diserto e
grande siccitade; bestie non v'ha, che non v'avrebbouo che
mangiare. Di capo di queste tre giornate si truova un altro
luogo, che dura 4 giornate né più ne meno, fatto come le tre
giornate, salvo che si trovano asine selvatiche. Di capo di
queste 4 giornate finisce lo reame di Crema, e trovasi la città
di Gobiam.
aguale: ora, adesso (aevalis, contemporaneo).
86 IL MILIONE
XA.J.A.
Di Gobiam.
Gobiam è una grande città, e adorano Malcoinetto. Egli
hanno ferro e acciaio e andanico assai; quivi si fa la tuzia
e lo spodio, e dirovvi come. Egli hanno una vena di terra la
quale è buona a ciò, e pongonla nella fornace ardente, e in
sulla fornace pongono graticole di ferro, e '1 fummo di quella
terra va suso alle graticole, e quello che quivi rimane appic-
cato è tuzia, e quello che rimane nel fuoco è spodio. Ora
andiamo oltre.
XXX.
D'uno diserto.
Quando l'uomo si parte di Gobiam, l'uomo va per un
diserto bene 8 giornate, nel quale hae grande secchitade, e
non w' ha frutti, né acqua, se non amara, come in quel di
sopra che vi ho detto ; e quegli che vi passano portano da
bere e da mangiare, se no che gli cavalli beono di quell'acqua
mal volentieri. E di capo delle otto giornate è una provincia
Gobiam: (Cobinam) Kuhbenam, oasi tra due grandi deserti, ricca di
giacimenti minerarii nel N. E. della provincia di Kirman. Pro-
duce sale, magnesia, zinco, ferro, andanico, ed era famosa per
la manifattura di finissimi specchi di acciaio.
tuzia : le incrostazioni dello zinco fuso al fornello producono un
ossido detto tutta, ingl. tutty (dal pers. dudha = fumo), molto
usato per collirio o lozione per gli occhi in Oriente: e quel che
rimane della fusione è spodio, cioè spoglia, cenere. La tutia non
è da confondere col tutenag, così detta in India una lega di
rame, zinco e nickel.
DI M. MARCO POLO 37
chiamata Tonocan, e havvi castella e cittadi assai, e confina
con Persia verso tramontana, e quivi è una grandissima pro-
vincia tutta piana, ov'è l'Albero solo, lo quale gli cristiani
lo chiamano l'Albero secco: e dirovyi com'egli è fatto. Egli
è grande e grosso, le sue foglie sono dall'una parte verdi, fj
dall'altra bianche, e fa cardi come di castagne, ma non v'ha
entro nulla; egli è forte legno, e giallo come bossio, e non
vi ha albero presso a cento miglia, salvo che dall'una parte
a 10 miglia; e quivi dicono quegli di quelle parti, che fu la
battaglia fra Alessandro e Dario. Le ville e le castella hanno
grande abondanza d'ogni buona cosa; lo paese è temperato;
e adorano Malcometto. Quivi hae bella gente, e le femmine
sono belle oltra misura. Di qui ci partiamo; e dirovvi di una
contrada che si chiama Milice, ove il Veglio della montagna
solea dimorare.
XXXI.
Del Veglio della Montagna, e come fece
il paradiso e gli assassini.
Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna so-
leva dimorare anticamente. Or vi conteremo l'affare, secondo
che Messer Marco intese da più uomini. Lo Veglio è chia-
Tonocan : (Turnocain, Timocain) è l'unione di due provincie mon-
tuose e poco abitate, Tono e Caìn^ che si estendono tra il deserto
al sud, il Khorassan all'est e una catena di monti cho la sepa-
rano dall'antica Hvrcania.
Albero solo: a N. 0. della provincia, presso Sabzwar, è l'Albero
solo, o Arbor secco, un platano gigantesco, isolato, che domina
la pianura deserta. Non lungi dall' Albero solo è Damaghan
(Hecatompylos), dove, a guardia delle strette di Khowar sul
Caspio, si trovava al campo Gazan, figlio di Argon, quando i
Polo gli consegnarono la principessa Kokatin. Vedi pag. 14.
bossio: bossolo.
Milice : Mulehet, è la regione del Veglio o Signor della Montagna
38 IL MILIONE
mato in lor lingua Aloodyn. Egli avea fatto fare fra due mon-
tagne in una valle lo più bello giardino, e '1 più grande del
mondo; quivi avea tutti i frutti, e li più belli palagi del
mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era
condotti: per tale veniva acqua, e per tale mèle, e per tale
vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo,
e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva
lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E per
ciò il fece, perchè Malcometto disse, che chi andasse in pa-
radiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse, e quivi
troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo
fece simile a quello che avea detto Malcometto. E gli sara-
cini di quella contrada credevano veramente che quello fosse
lo paradiso; e in questo giardino non entrava se non colui,
cui egli voleva fare assassino. All'entrata del giardino avea
(Seheik el jebal). Seheik, come senior, da vecchio, passò a si-
gnificare Signore. I suoi seguaci erano scismatici shiiti chiamati
mulahidah, ossia eretici, empi, dagli ortodossi sunniti. Essi si
chiamavano Ismaeliti dal nome del loro settimo imam, Ismael,
e mantenevano il dritto alla successioi.e del califfato nella discen-
denza di Ali, ed avevano loro particolari credenze e riti religiosi.
Nel 1090, sotto il regno di Shah Jelal-eddin, terzo re della dina-
stia Selgiukide, guidati da un loro capo, Hasan ben Sabbah, essi
si resero indipendenti e temuti tra le montagne del distretto di
Rudbar nel Kuhistan, e la fama delle loro gesta assassine (com-
messe cioè, sotto V influenza dei fumi dell'oppio e deìV haseish)
penetrò coi Crociati anche in Europa. Aloodin, penultimo loro
capo, morto nel 1255, si attirò V ira di Hulagu (Alate), nipote
di Oinghis Khan, che un anno dopo invase il loro territorio, di-
strusse le fortezze e pose fine al loro potere. La data 1277 ò
evidentemente errata,
assassino : la nostra voce assassino, si dice coi De Sacy, ebbe ori-
gino da questi mangiatori di haseish, detti haseisein, e fu messa
in gran voga dall'eco delle loro gesta, sparsa in Anatolia e Co-
stantinopoli.
DI fi. MARCO POLO 39
un castello sì forte, che non temeva ninno uomo del mondo.
Lo Veglio teneva in sua corte^ tutti giovani di 1°2 anni, li
quali li paressono da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio
ne faceva mettere nel giardino, a 4, a 10, a 20, egli faceva
loro dare bere oppio, e quegli dormivano bene tre dì, e facevagli
portare nel giardino, e al tempo gli faceva isvegliare. Quando
gli giovani si svegliavano, egli si trovavano là entro, e vede-
vano tutte queste ('ose, veramente si credevano essere in
paradiso: e queste donzelle sempre istavano con loro in canti
e in grandi sollazzi: donde eglino aveano sì quello che vo-
levano, che mai per lo volere non si sarebbono partiti di
quello giardino. Il Veglio tiene bella corte, e ricca, e fa cre-
dere a quegli di quella montagna, che così sia com'io v'ho
dotto. E quando egli ne vuole mandare niuno di quelli gio-
vani in niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono,
e fagli recare fuori del giardino in sul suo palagio. Quando
coloro si svegliono, trovansì quivi, molto si meravigliano, e
sono molto tristi, che si trovano fuori del paradiso. Egli se
ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia un
man profeta, e inginocchiansi. Egli gli domanda: onde ve-
nite? Rispondono: del paradiso, e contangli quello che v'hanno
veduto entro, e hanno gran voglia di tornarvi. E quando il
Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa torre quello
lo quale sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e
coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso. Se scam-
pano, ritornano al loro signore, se è preso, vuole morire,
credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare
uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice: va', fa' tal cosa:
e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al paradiso. E
gli assassini vanno, e fannolo molto volentieri. E in questa
maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Mon-
tagna, a cui egli lo vuole fare ; e sì vi dico che più re li
fanno tributo per quella paura. Egli è vero che negli anni
h277, Alau, signore dei Tarteri del levante, che sapeva tutte
40 IL MILIONE
queste malvagità, egli pensò tra sé medesimo di volerlo di-
struggere, e mandò de' suoi baroni a questo giardino, e
istettonvi tre anni attorno al castello prima che l'avessono;
né mai non lo avrebbono avuto, se non per fame. Allotta
per fame fu preso, e fu morto lo Veglio e sua gente tutta;
e d'allora in qua non vi fu più Veglio niuno ; in lui fu
finito tutta la signoria. Or lasciamo qui e andiamo più in-
nanzi.
XXXII.
Della città Supunga.
Quando l'uomo si parte di questo castello, l'uomo cavalca
per bello piano e per belle coste, ov'è buon pasco e frutti
assai e buoni ; dura sette giornate, e havvi ville e castella
assai, e adorano Malcometto. E alcuna volta truova l'uomo
diserti di cinquanta e di sessanta miglia, ne' quali non si
truova acqua, e conviene che l'uomo la porti, o per sé e per
le bestie, infino che ne sono fuori. Quando ha passate sette
giornate, truova una città, che ha nome Supunga. Ella è terra
di molti alberi, quivi hae i migliori poponi del mondo, e
grandissima quantità, e fannoli seccare in tal maniera: egli
gli tagliono attorno come coreggie e fannogli seccare, e di-
ventano più dolci che mèle; e di questo fanno grande mer-
catanzia per la contrada. Egli v'ha cacciagioni e uccellagioni
assai. Or lasciamo di questa, e diremo di Balac.
XXXIII.
Di Balac.
Balac fu una grande -città, e nobile più che non è~ oggi,
che gli Tarteri V hanno guasta e fatto gran danno. In questa
Supunga: Shaburgan, città a 90 miglia ad occidente di Baie.
Balac : Baie, l'antica capitale della Battriana, nelPestremo N. E. del
DI M. MABCO POLO 41
città prese Alessandro per moglie la figliuola di Dario, sì
come dicono quegli di quella contrada. E adorano Mano-
metto. E sappiale che infino a questa terra dura la terra del
signore degli Tarteri del levante. E a questa città sono gli
confini di Persia intra greco e levante. Quando si passa
questa terra, l'uomo cavalca bene 12 giornate tra levante e
greco, che non si truova nulla abitazione, però che gli uo-
mini, per paura degli osti e di mala gente, sono tutti ritratti
alle fortezze delle montagne. In questa via hae acqua assai,
e cacciagioni e lioni. In tutte queste dodici giornate non tro-
vasi vivande da mangiare, anzi conviene che vi si porti.
XXXIV.
Della montagna del sale.
Quando l'uomo hae cavalcate queste 12 giornate, truova
un castello, che ha nome Taycan, ove è gran mercato di
biada; è bella contrada. E le montagne di verso mezzodie
Khorassan, fu devastata dai generali di Cinghis Khan nel 1221,
e da Tamerlano nel 1369. Poca parte del suo esteso circuito è
oggi abitato. È considerata una delle città più antiche del mondo.
Marco Polo raccoglie la tradizione che Alessandro ivi sposò la
figlia di Dario, Barsine o Statira, ma le leggende dell' eroe
macedone sono così frequenti e così poco attendibili in Persia
come quelle del passaggio di Annibale tra i valichi montani in
Italia.
tra greco e levante: tra Nord-Est ed Est.
osti: nemici (dal latino hostis).
Taycan: città a 170 miglia ad E. di Baie, nella provincia di Toka-
ristan, alle sorgenti delPOxus, chiamate oggi Amu Daria. Essa
è abitata da Turchi Uzbeg, che si fanno il turbante con 10 palmi
di corda. La regione abbonda di sale minerale duro, bianco e
quasi puro.
42 IL MILIONE
sono molto grandi, e sono tutte sale; e vengono dalla lunga
30 giornate per questo sale, perch'è lo migliore del mondo,
ed è sì duro, che non se ne puote rompere se non con grandi
picconi di ferro; ed è tanto che tutto il mondo n'avrebbe
assai insino alla fine del secolo. Partendosi di qui, l'uomo
cavalca tre giornate tra greco e levante, sempre trovando belle
terre e belle abitazioni, con frutti e biade e vigne, e adorano
Malcometto, e sono mala gente e micidiali. Sempre istanno
col bicchiere a bocca, che molto beono volentieri, eh' egli
hanno buono vino cotto; e in capo non portano nulla, se none
una corda lunga 10 palmi, che s'avvolgono intorno al capo;
e sono molto belli cacciatori, e prendono molte bestie, e delle
pelle si vestono e calzano ; e ogni uomo sa acconciare le pelli
delle bestie che pigliano. Di là tre giornate hae cittadi e ca-
stella assai e havvi una città che ha nome Schassem, e per
lo mezzo passa un grande fiume : quivi ha porci espinosi assai.
Poi si cavalca tre giornate, che non si truova abitazione,
ne da bere, né da mangiare. Da capo delle tre giornate si
truova la provincia di Balasciam ; e vi conterò come V è
fatta.
XXXV.
Di Balasciam.
Balasciam è una provincia che le genti adorano Malco-
metto e hanno linguaggio per loro. Egli è grande reame; e
discende io re per eredità; e scese del legnaggio d'Alessandro
Schassem: città in terreno cretaceo, vicino al fiume Ghori, affluente
deirOxus, a tre giornate da Taycan e a tre giornate dalla se-
guente stazione Badakshan.
Balasciam: (Raulascia, Baudascia) è l'amena Badakshan alle falde
del Pamir, sul Kokcha, un ramo delPOxus. La sua regione cor-
risponde all'antica provincia di Jausgan, oggi capitale Faizabad,
DI M. MARCO POLO 43
e della figliuola di Dario, lo grande re di Persia. E tutti que-
gli re si chiamano Zulcarney, in Saracino, cioè a dire Ales-
sandro, per amore del grande Alessandro. E quivi nascono
le pietre preziose che si chiamano balasci. che sono molto
care, è ravansi delle montagne come l'altre vene, ed è pena
la lesta chi cavasse di quelle pietre Juori reame, perciò che
ve n' è tante che diventerebbono vili. E quivi è un' altra
montagna, ove si cava l'azzurro, ed ò lo migliore e lo più
fine del mondo. E le pietre onde si fa l'azzurro, si è vena
di terra, e havvi montagne ove si cava l'argento. E la pro-
vincia è molto fredda; e quivi nascono cavalli assai e buoni
corritori, e non portano ferri, sempre andando per le monta-
gne: e nasconvi falconi molto valentri, e falconi lanieri. Gac-
riare e uccellare v' è lo migliore del mondo. Olio non n'hanno,
ma fannolo di noce. Lo luogo è molto forte da guerra, e sono
sotto la sovranità dell' Afgan istan dal 1859. Gli abitanti parlano
« un linguaggio per loro » cioè un dialetto di confine tra il per-
siano e il turco. Marco Polo vi passò un anno di convalescenza
e ne riportò buonissima impressione per il clima eccellente e la
cordialità degli abitanti.
Zulcarney: non vuol già dire Alessandro, in saraceno, come spiega
Ser Marco, ma semplicemente « due corna », le quali apparivano
sulle monete alessandrine correnti o imitate per lunga pezza in
Persia.
balasci: pietre preziose così chiamate dal nome della regione. Esse
sono una specie di giacinti, e si cavano nelle miniere di Si-
ghiuan, a sud di Badakshan.
l'azzurro: lapislazuli, o pietra azzurra che viene dalle miniere di
Lajwurd nella valle superiore del Kokcha, il gran fiume di Ba-
dakshan. Abbonda anche il berillo, una pietra dura di color verde
azzurro assai vivo.
valentri: arcaismo per ralenti.
lanieri: dal latino laniare, che dilaniano la preda, e perciò non ser-
vono per la caccia.
44
IL MILIONE
buoni arcieri. E vestonsi di pelle di bestie, perciò che hanno
caro di panni. E le grandi donne e le gentile portano brache,
che v' ha ben 100 braccia di panno lino sottilissimo, ovvero
di bambagia, e tale 40 e tale 90 : e questo fanno per parere
che abbiano grosse le natiche, perchè li loro uomini si di-
lettano in femmine grosse. Or lasciamo questo reame, e con-
teremo d' una diversa gente eh' è lungi da questa provincia
10 giornate.
XXXVI.
Delle genti di Pasciai.
Egli è vero che di lungi a Balasciam 10 giornate hae una
provincia che ha nome Pasciai, e hanno lingua per loro.
Egli adorano gl'idoli, e sono bruni, e sanno molto d'arti
di diavolo, sono malvagia gente, e portano agli orecchi cer-
chielli d' oro e d' ariento e di perle e di pietre preziose.
Quivi hae molto grande caldo. Loro vivande è carne e riso.
Or lasciamo questo, e andiamo ad un' altra provincia eh' è
di lungi da questa 7 giornate verso scirocco, e' ha nome
Ghesimun.
XXXVII.
Di Chesimun.
Chesimun è una provincia che adorano idoli, e hae lingua
per sé. Questi sanno tanto d' incantamento di diavoli, che
fanno parlare gì' idoli, e fanno cambiare lo tempo, e fanno
Pasciai: è il Punjab (Pengiab), la torrida valle dei Cinque Fiumi
ohe formano l' Indo, dove il termometro sale talvolta fino a 44
centigradi.
scirocco : voce araba per indicare il Sud-Est.
Chesimun : (Kishm, Karisma, Krishma) è la provincia di Kashmir,
DI M. MARCO POLO 45
grandi iscuritadi, e fanno ta' cose che non si potrebbono
credere ; e sono capo di tutti 1^ idoli del mondo, e da loro
discesono l' idoli. E di questo luogo si puote andare al mare
d'India. Gli uomini e le femmine sono bruni e magri; lor
vivanda è riso e carne. È il luogo temperato tra caldo e freddo;
là ha castella assai, e diserti, ^ luoghi molti forti, e tiensi
per sé medesimo; e ha un re che mantiene giustizia; e quivi
ha molti romitaggi, e fanno grande astinenzia ; né non fanno
cosa di peccato, né che sia contro a loro fede, per amore di
loro idoli; e hanno badie e monisteri di loro legge. Or ci
partiamo di qui, e andiamo innanzi ; perciò che ci conver-
rebbe entrare in India, e noi non vogliamo entrare; perche
a ritornare della nostra via conteremo tutte le cose d'India
per ordine: e perciò ritorneremo a nostre provincie verso
Baudascia, ovvero Balasciam; perciò che d'altra parte non
potremo passare.
XXXVIII.
Del grande fiume di Baudascia.
Quando l'uomo si parte da Baudascia, si va 12 giornate
tra levante e greco su per un fiume, eh' è del fratello del
signore di Baudascia, ove ha castella ed abitazione assai. La
il paradiso del nord dell'India, la terra santa dei religiosi e degli
stregoni di razza e lingua indiana, non ancora contaminata da
invasioni straniere in queir epoca. Era allora un centro buddi-
stico come attesta il pellegrino cinese Hsuan Tsang che la visitò
nel 644. Di là partì l'apostolo Padwa Sambhava, il predicatore
del Buddismo nel Tibet, e mossero poi i missionari buddisti che
lo propagarono nel nord della Cina e in Mongolia. E quando, alla
fine del IX secolo, il Buddismo fu estirpato dal Tibet per le per-
secuzioni dell'apostata Langdarma, fu dal Kashmir che, un secolo
dopo, ritornarono le missioni buddistiche.
tiensi per sé medesimo: è indipendente dal Gran Cane.
46
IL MILIONE
gente è prode, e adorano Malcometto. Di capo di 12 giornate
si truova una piccola provincia, e dura tre giornate da ogni
parte, e ha nome Voca, e adorano Malcometto, e hanno lin-
gua per loro, e sono prodi uomeni. E sono sottoposti al si-
gnore di Baudascia. Egli hanno bestie salvatiche d'ogni fatta,
cacciagioni e uccellagioni assai. E quando l'uomo va 3 gior-
nate innanzi, va pure per montagne: e questa si dice la più
alta montagna del mondo. E quando l'uomo è in su quella
alta montagna, truova un piano tra due montagne, ov' è molto
bello pasco, e havvi un fiume molto bello e grande, e sì
buona pastura, che una bestia magra vi diventa grassa in
dieci dì. Quivi hae tutte selvaggine, e assai; e havvi mon-
toni selvatielii assai, e grandi, e hanno lunghe le corna sei
ispanne, o almeno 4 o 3, e in queste corna mangiano li pa-
stori, che ne fanno grandi iscodelle. E per questo piano si
va bene 12 giornate senza abitazione, e non si truova che
mangiare, se altri non lo vi porta. Niuno uccello non vi vola,
per l'alto luogo e freddo, e fuoco non v'ha il calore ch'egli
hae ih altre parti, uè non è così cocente colà suso. Or la-
sciamo qui, e conterovvi altre cose per greco e per levante.
E quando l'uomo va oltre tre giornate, e' conviene che l'uomo
cavalchi bene 40 giornate per montagne e per coste tra greco
e levante, e per valle, passando molti fiumi, e molti luoghi
diserti; e per tutto questo luogo non si trova abergagione né
la più alta montagna del mondo : la carovana di Marco Polo,
rimontando il fiume Kokcha, entra nel passo del Pamir (chia-
mato nel testo Bolor) alto più di 4400 metri, lungo 125 miglia,
detto il Tetto del mondo, deserto e freddo. 11 valiqp mette in
comunicazione Palta valle delPOxus con quella del Tarim (fiume
di Yarcand), girando per la valle del Vardoi, salendo da Voca^
(Vokhan) al passo del Pamir, e sboccando a Kashgar, sul fiume
Kizil-su, affluente del Tarim. I Polo cavalcarono 40 giorni da
Badakshan a Kashgar.
abergagione: albergo.
DI Mv MARCO POLO 47
abitazione, ma conviene che si porti la vivanda. Questa con-
trada si chiama Bolor. La gente dimora nelle montagne molto
alte, e adorano idoli, e sono salvatica gente, e vivono delle
bestie che pigliano, e loro vestitura è di pelle di bestie, e
sono uomini malvagi. Or lasciamo questa contrada, e diremo
della provincia di Gasciar.
XXXIX.
Del reame di Casciar.
Gasciar fu anticamente reame; aguale è al Gran Cane, e
adorano Malcometto. Ella ha molte città e castella, e la mag-
giore è Casciar, e sono tra greco e levante. E vivono di mer-
catanzia e d'arti. Egli hanno belli giardini e vigne e possessioni
e bambagia assai, e sonvi molti mercatanti, che cercano tutto
il mondo; e sono gente iscarsa e misera, che mal mangiano
e mal beono. Quivi dimorano alquanti cristiani nestorini, che
hanno loro legge e loro chiese, e hanno lingua per loro, e
dura questa provincia cinque giornate. Or lasciamo di questa,
e andremo a Samarca. ■
XL.
Di Samarca.
Samarca è una nobile città e sonvi cristiani e saracini,
Casciar: Kashgar, fortezza air uscita dei monti, centro caravaniero,
e capitale della Piccola Bukaria, o Turkestan cinese. Fresa dai
Tartari sin dal 1220. faceva parto dell'impero mongolo.
Samarca: Samarkanda, Maracanda, capitale della Grande Bukaria,
n Tartaria, o Turkestan, come si chiamava la regione Transo-
xiaua. Devastata dai Tartari nel 1220, fu ricostruita ed abbellita
48 IL MILIONE
e sono al Gran Cane, e sono verso maestro. E dirovvi una
maraviglia ch'addivenne in questa terra. E' fu vero, e' non
è gran tempo, che Gigatta fratello del Gran Cane si fece cri-
stiano, e era signore di questa contrada. Quando gli cristiani
della città viddoro che lo signore era fatto cristiano, ebboro
grande allegrezza ; e allora feciono in quella città una grande
chiesa all'onore di santo Giovanni Battista, e così si chiama;
e tolsono una molto bella pietra ch'era di saracini e puoserla
in questa chiesa, e missonla sotto una colonna in mezzo la
chiesa, che sosteneva tutta la chiesa. Or venne che Gigatta
fu morto, e gli saracini vedendo morto il signore, abiendo ira
di quella pietra, vollorla torre per forza, e poteanlo fare,
ch'erano bene dieci cotanti che gli cristiani. E mossorsi alquanti
saracini, e andorono agli cristiani, e dissono loro che vole-
vano questa pietra. Gli cristiani la volevano comperare, cioè
che ne chiedessono ; e gli saracini dissero che non volevano
se non la pietra; e allotta gli signoreggiava lo Gran Cane, e
comandò agli cristiani che infra due dì rendessono loro la
pietra : e gli cristiani udendo il comandamento furono molto
tristi, e non sapevano che si fare. La mattina che la pietra
si doveva cavare di sotto la colonna si trovò alta di sopra
alla pietra ben quattro palmi, e non toccava la pietra per lo
da Tamerlano, che ne fece la capitale dei suoi vasti domìni nel
1370. È gran centro di commercio e di fanatismo mussulmano.
Qui nel VII secolo operai cinesi insegnarono ai persiani a fab-
bricare la carta con stracci di cotone. Gli Arabi poi ne portarono
Parte nella Spagna.
maestro: Nord-Ovest.
Gigatta: Jagatai, fratello di Okkotai, il figlio e successore di Cinghia,
fu signore di Samarcanda tra il 1227 e 1240 (v. pag. 62). La
maraviglia o miracolo della colonna sollevata 4 palmi dal suo
sostegno per volere del Signore dei Cristiani, ricorda quella della
tomba di Maometto campata in aria alla Mecca.
dieci cotanti: dieci volte più.
DI M. MARCO POLO 49
volere del nostro Signore. E questa fu tenuta grande mara-
viglia. Ke ancora, e tuttavia vi stette poscia, la pietra. Or
lasciamo qui, e dirovvi di un'altra provincia e' ha nome
Carcam.
XL1.
Di Carcam.
Carcam è una provincia che dura sei giornate, e adorano
Malcometto, e sonvi cristiani nestorini, e hanno grande abon-
danza d'ogni cosa. Quivi non v'ha altro da ricordare. Ol-
la sciamo qui, e diremo di Gotam.
XLII.
Di Cotam.
Gotam è una provincia fra levante e greco, e dura 8 gior-
nate; e sono al Gran Cane e adorano Malcometto tutti, e havVi
castella e cittadi assai, e sono nobile gente, e la migliore
Carcam: Yarkand, a capo della valle del Tarim. Fa parte della
Cina dal 17. >7. Difetta d' acqua potabile ed abbonda di casi di
gozzo ed elefantiasi.
Cotam: Khotan (cinese Yutien o Hotien) , fertile oasi a 140 miglia
a sud di Yarkand, su un ramo o affluente del Tarim e sulla caro-
vaniera del Nord Tibet. È sotto la sovranità della Cina dal 1757.
Capitale Ilchi. Il suo commercio principale è il muschio del Tibet,
un profumo molto ricercato negli harem di. Persia e Turkestan
(v. cap. LX), e la pietra di giada, una specie di agata bianca
o verde che si cava nelle sue montagne o ?ì raccoglie nel fiume.
La giadite (cinese yij, ingl. jade, jet, greco gogates da
Gagas, città e fiume di Licia) arriva oggi in Cina dalle alte
valli del Chindwin e Mogaung, affluenti delTIrawaddi, e viene
lavorata nelle officine di pietre dure in Canton, Soochow e Pe-
kino, facendone costosi ornamenti femminili, vasi, coppe, sug-
gelli, simboli, amuleti, talismani ed altri svariati articoli.
Marco Polo — Il Milione »
60 IL MILIONE
città è Cotam, d'onde si chiama tutta la provincia. Quivi hae
bambagia assai, vino, giardini, e tutte cose. Vivono di merca-
tanzie e d'arti; non sono da arme. Or ci partiamo di qui, e
andiamo a un'altra provincia ch'ha nome Peym.
XLIII.
Di Peym.
Peym è una piccola provincia (dura 5 giornate) tra levante
e greco; e sono al Gran Cane, e adorano Malcometto. Havvi
castella e cittadi assai, ma la più nobile è Peym. Egli hanno
abbondanza di tutte cose, e vivono di mercatanzia e d'arti.
Ed hanno cotal costume, che quando alcun uomo e' ha moglie
si parte di sua terra per istare 20 dì, com'egli è partito, la
moglie puote prendere altro marito, per l'usanza che v'è; e
l'uomo, ove va, puote prendere altra moglie. Altresì sappiate,
che tutte queste provincie, eh' io v' ho contate, da Gasciar
infino a qui, sono della Gran Turchia. Ora lasciamo qui, e
conterò v vi di una provincia chiamata Giarcia.
XLIV.
Di Ciarda.
Ciarcia è una provincia della Grande Turchia tra greco e
levante, adorano Malcometto, e havvi castella e cittadi assai,
Peym: Poin, Pi ma, oasi sulla caravaniera Cotam-Lop.
Ciarcia: (tur<o Haraschàr, cinese Chencherì) oasi a 5 giornate avanti
d'arrivare a Lop. I Tartari raccoglievano qui sul greto del fiume
le pietre di diaspido e calcedonio e le portavano a vendere sul
mercato di Ukeli (Ucara), nell'alta valle del Don, non lontano
da Bolgara, sul Volga,
DI M. MARCO POLO
61
e la maestra città è Ciarda. E v'ha fiume che mena diaspido
e calcidouio, e' portanlo a vendere a Ucara, e hannone assai
e buoni; e tutta questa provincia è sabbione. Èe Cotam e
Peym altresì sabbione ; e havvi molte acque amare e ree ;
anche v' ha delle dolci e buone. E quando l'uomo si parte
di Ciarda, va bene 5 giornate per sabbione, e havvi di male
acque e amare, e havvi delle buone: e a capo delle 5 gior-
nate si truova una città eh' è a capo del gran diserto, ove
gli uomini prendono vivanda per passare lo diserto. Ora vi
diremo di pine innanzi.
XLV.
Di Lop.
Lop è una grande città eh' è a l'entrata del gran diserto,
che si chiama lo diserto di Lop, ed èe tra levante e greco, e
sono al Gran Cane e adorano Malcomelto. Quegli che vogliono
passare lo diserte si riposano in Lop per una settimana, per
diaspido: diaspro (dal persiano jasp) è una pietra dura di vario
colore che serve per ornamentazione; il calcedonio è una specie
di agata.
Lop: sul lago omonimo (Lob nor) dove si perde il Tarim, è all'en-
trata del « grao. sabbione » ossia del deserto di Gobi. La via
carovaniera seguita da AI. Polo è oggi abbandonata ; si prefe-
risce seguire l'altra a nord del Tarim, che costeggia i monti
Tien Shan e mette capo ad Ham. (Chamul del nostro testo, vedi
pag. 56). Questa via passa per diversi posti militari, per oasi
dove si trova acqua potabile, luoghi di esilio o domicilio coatto
pei Cinesi, donde non è possibile fuggire senza andare incontro
a morte corta nel sabbione infestato da cani selvaggi. Da Hami
si entra in Cina a Kia-yu kuan, al principio della Grande Mu-
raglia.
52 IL MILIONE
rinfrescare loro e loro bestie, poscia prendono vivanda per
un mese per loro e per le loro bestie. E partendosi di questa
città, entra nel diserto: ed èe sì grande, che si penerebbe a
passare un anno; ma per lo minore luogo si pena lo meno
a trapassare un mese. Egli è tutto montagne e sabbione e
valli, e non vi si truova nulla da mangiare. Ma quando s' è
ito un dì e una notte, truovi acqua, ma non tanta che n'a-
vesse oltra 50 o 100 uomeni con loro bestie: e per tutto il
diserto conviene che uomo vada un dì e una notte, prima
che acqua si truovi ; e in tre luoghi o in quattro truova
l'uomo l'acqua amara e salsa, e tutte l'altre sono buone,
che sono nel torno da 28 acque. E non v' ha né uccelli né
bestie, perchè non v' hanno da mangiare. E sì vi dico che
quivi si truova tale maraviglia: egli è vero che quando l'uomo
cavalca di notte per lo diserto, egli avviene questo, che se
qualcuno rimane adrietro degli compagni per dormire o per
altro, quando vuole poi andare per giugnere gli compagni,
ode parlare i spiriti in àiere, che somigliano gli suoi com-
pagni, o più volte è chiamato per lo suo nome proprio, e è
fatto disviare talvolta in tal" modo, che mai non si truova, e
molti ne sono già perduti; e molte volte ode l'uomo molti
istromenti in aria, e propriamente tamburi: e così si passa
questo gran diserto. Or lasciamo del diserto, e diremo della
provincia ch'èe all'uscita del diserto.
spiriti in àiere : queste voci di spiriti in aria, e il suono dei tam-
buri, ricordato poco dopo, non sono che fenomeni acustici, riper-
cussioni di lontane onde sonore, avvertiti anche dall' Humboldt
nelle alte e solitarie catene delle Ande.
m M. MABCO POLO 53
XLVI.
Della gran provincia di Tangut.
All' uscita del diserto si truova una città che ha nome
Sacbù, ch'èe al Gran Cane. La provincia si chiama Tangut,
e adorano gl'idoli; ben è vero, ch'egli v'ha alquanti cri-
stiani nestorini, e havvi saracini. La terra è tra levante e
greco. Quegli degl'idoli hanno per loro ispeziale favella. Non
sono mercatanti, ma vivono in terra; egli hanno molte badie
e monisteri tutti pieni d' idoli di diverse fatta, agli quali
fanno sacrifici grandi e grandi onori. E sappiate che ogni
uomo che hae fanciulli fa notricare uno montone ad onore
degl'idoli: in capo dell'anno, ove è la festa del suo idolo,
il padre col figliuolo menano questo montone dinanzi all'idolo
suo, e fannogli grande riverenza con tutti gli figliuoli: poscia
fanno correre questo montone: fatto questo, rimenanlo dinanzi
dall'idolo, e tanto vi stanno eh' è detto il loro ufficio: e i
prieghi sono che gli salvi i loro figliuoli. Fatto questo, danno
la loro parte della carne all' idolo, l'altra tagliono e portano
a casa loro, o ad altro luogo ch'egli vogliono, e mandano per
loro parenti, e frangiano questa carne con gran festa e rive-
renza. Poi tolgono l'ossa, e ripongonle in soppidiani o in casse
Sachù : Saciù, che significa in cinese « città del sabbione », è il
primo paese all'uscita del deserto di Lop, a 18 miglia dal varco
della Gran Muraglia.
Tangut: vasto reame, corrispondente all'attuale provincia cinese di
Kansuh, a nord del fiume Giallo, era abitato da Tartari Ugri al
tempo di M. Polo. La sua capitale Ninghsia cadde nelle mani di
Cinghis nel 1225. In questa provincia M. Polo osserva per la
prima volta gli strani riti idolatri dei cinesi e dei tibetani.
soppidiani: soppediani, casse che si mettevano a pie del lotto per
ri por vi gli abiti.
54 IL MILIONE •
molto bene. E sappiate che tutti gl'idolàtori, quando alcuno
ne muore, gli altri pigliano il corpo morto e fannolo ardere;
e quando si cavano di loro casa, e sono portati al luogo ove
debbono essere arsi, nella via i suoi parenti in più luoghi
hanno fatte certe case di pertiche e di canne coperte di drappi
di seta o ad oro ; e quando sono col morto dinanzi a questa
casa, si posano lo morto dinanzi a questa casa, e quivi hanno
vino e vivande assai; e questo fanno perchè sia ricevuto a
cotale onore neLT altro mondo. E quando il corpo è menato
al luogo ove dee essere arso, quivi hanno uomeni di carte
intagliati, e cavagli e cammegli, e monete grosse come bisanti:
e fanno ardere lo corpo con tutte queste cose, e dicono che
q\iel corpo morto avrà tanti cavagli e montoni e danari e
ogni altra cosa nell'altro mondo, quant'egli ne fanno ardere
per amore di colui in quel luogo dinanzi dal corpo. E quando
lo corpo si va ad ardere, tutti gli stormenti della terra vanno
sonando dinanzi a questo corpo. Ancora vi dico, che quando
lo corpo è morto, si mandono gli parenti per astrolagi e in-
dovini, e diconli lo dì che nacque questo morto, e coloro,
per loro incantamenti di diavoli, sanno dire a costoro l'ora
che questo corpo si dee ardere ; e tengonlo i parenti talvolta
in casa quel morto 8 ài e 15 e un mese, aspettando l'ora
eh' è buona da ardere secondo quegli indovini, né mai non
gli arderebbono altrementi. Tengono questo corpo in una
cassa grossa bene un palmo, ben serrata e ben confitta e co-
perta di panno, con molto zafferano e ispezie, sì che non
puta a quegli che stanno nella casa. E sappiate che quegli
della casa fanno mettere tavola dinanzi dalla cassa ov' è il
morto, con vino e con pane e con vivande, come s'egli fosse
idolàtori : idolatri. Gli « uomeni di carte intagliati » sono simulacri
del defunto. I riti qui descritti vivono tuttora.
bisanti: moneta d' oro che si coniava a Bisanzio, valeva 11 lire.
Si gettavano sul rogo non le monete, ma delle imitazioni di carta.
DI M. MARCO POLO 55
vivo; e questo fanno ogni die, infino che si dee ardere. An-
cora quegl' indovini dicono agli parenti del morto che non
è buono trarre lo morto per l'uscio : e mettono cagioni di
qualche stella, eh' è incontro all'uscio; onde gli parenti lo
mettono per altro luogo, e talvolta rompono lo muro della
casa dall' altro lato ; e tutti gì' idolàtori del mondo vanno
per questa maniera. Or lasciamo di questa, e direnvi d'altre
terre che sono verso lo maestro, presso al* capo di questo
diserto.
XLVII.
Di Chamul.
Ghamul è una provincia, e già anticamente fu reame, e
havvi ville e castella assai. La mastra città ha nome Chamul.
La provincia ù in mezzo di due diserti: dall' una parte è il
grande diserto, dall'altra èe un piccolo diserto di tre gior-
nate. Sono tutti idoli, lingua hanno per sé, vivono de' frutti
della terra, e hanno assai da mangiare e da bere, e vendonne
assai; e sono uomeni di grande sollazzo, che non attendono
se non a sonare istromenti e a cantare e a ballare. E se al-
cuno forestiere vi va ad albergare, egli sono troppo allegri,
e comandono alle loro mogli che gli servono in tutto loro
bisogno; e il marito si parte di casa, e va a stare altrove
due dì o tre, e il forestiere rimane colla moglie, e fa con lei
quello che vuole, come fosse sua moglie, e istanno in grandi
sollazzi; e tutti quelli di quella provincia sono bozzi delle
loro moglie, ma noi si tengono a vergogna. Le loro donne
mettono cagioni di qualche stella: allegano P influsso maligno
di qualche stella.
Chamul: ITamil (cinese Hami), gioiosa ed ospitale oasi ad oriente
dei monti Tien Shan, fra un vasto deserto di trenta giorni a sud,
ed uno di tre giornate a nord
bozzi: becchi; avolterare, adulterare.
56 IL MILIONE
sono belle e giojose; e molte allegre di quella usanza. Ora
venne che al tempo di Mogu Cane signore di Tarteri, sap-
piendo che tutti gli uomeni di questa provincia facevano
avolterare le donne loro a' forestieri, incontanente comandò
che niuno dovesse albergare niuno forestiere, e che non do-
vesse avolterare loro donne. Quando quelli di Chamul ebbero
questo comandamento, furono molto tristi, e feciono consiglio,
e mandarono al signore un gran presente, e mandarongli pre-
gando che lasciasse fare loro la loro usanza e degli loro an-
tichi, però che i loro idoli l'avevano molto per bene, e per
quello lo loro bene della terra è molto multiplicato. E quando
Mogu Cane intese queste parole, rispuose: quando volete vo-
stra onta e vergogna, e voi l'abbiate. E tuttavia mantengono
questa usanza. Or lasciamo di Chamul, e diremo d'altre Pro-
vincie tra maestro e tramontana.
XLVIII.
Di Chingitalas.
Chingitalas è una provincia che ancora è presso a diserto
tra maestro e tramontana, ed è grande sei giornate, ed è del
Gran Cane. Quivi hae città e castella assai; quivi hae tre
generazioni di genti, cioè idoli, che adorano Malcometto, e
cristiani nestorini. Quivi ha montagne ove sono buone vene
d'acciajo e d'andanico, e in questa montagna è un'altra vena,
della quale si fa la salamandra .TLa salamandra non è bestia,
Mogu Cane : Mangka, il terzo successore di Cinghis.
Chingitalas: (la montagna di Cinghis), Singitalas, Tsungaria, alle
falde degli Aitai, regione montuosa, ricca di miniere.
la salamandra: (dall'arabo al amantar, persiano ah amandar, che
significa terra verdognola) è l'asbesto dei Greci, il nostro amianto.
Questa fibra tessile minerale incombustibile si credeva che fosse
DT M. MARCO POLO 67
rome si dice, che viva nel fuoco, che niimo animale può vi-
vere nel fuoco: ma dirovvi come si fa la salamandra. Uno
mio compagno e' ha nome Zuficar (è uno Turchio), istette in
quella contrada per lo Gran Cane signore tre anni; e faceva
tare questa salamandra, e disselo a me, ed era persona che
ne vidde assai volte, ed io ne viddi delle fatte. Egli è vero
che questa vena si cava, e istringesi insieme, e fa fila come
di lana, e poscia la fa seccare e pestare in grandi mortai di
cuoio, e poi la fanno lavare, e la terra si cade, quella che
v'è appiccatale rimangono le fila come di lana. Questa si
fila e fassene panno da tovaglie. Fatte le tovaglie, elle sono
brune ; mettendole nel fuoco, diventano bianche e tutte le volte
che sono sucide si mettono nel fuoco, e diventan bianche, come
ueve: e queste sono le salamandre, e l'altre sono favole. Anche
vi dico, che a Roma hae una di queste tovaglie, che '1 Gran
Cane mandò per gran presente, perchè il sudario del Nostro
Signore vi fosse messo entro. Or lasciamo di questa provincia,
e andremo ad altre provincie tra greco e levante.
XLIX.
Di Succiur.
Quando l'uomo si parte di questa provincia, va 10 gior-
nate tra greco e levante ; e in tutto questo non si truova
se no poca abitazione, ne non v' è nulla da ricordare. Di
capo di queste dieci giornate è una provincia eh' è chiamata
Succiur, nella quale hae cittadi e castella assai : quivi hae
la lana di un animale vivente nel fuoco, e così nacque la leg-
genda della salamandra. La radice als si trova nelle voci : azzurro.
Azzorrc, lazidi, Lajtn<r<] = verde mare (oltre-mare).
Succiur : Soehou, a dieci giornate da Saciù, e a novantanove da
58 IL MILIONE
cristiani e idoli, e sono al Gran Cane. Ella è grande pro-
vincia, ha nome Ienaraus. Ov' è questa provincia, e queste
due eh' io v' ho contate indreto, è chiamata Tangut. E per
tutte sue montagne si truova il rebarbero in grande abbon-
danza , e quivi lo comperano i mercatanti , e portanlo per
tutto il mondo. Vivono dei frutti della terra, non si trava-
gliono di mercatanzie. Or ci partiamo di qui, e diremo di
Ghampiciù.
L.
Di Champiciù.
Ghampiciù è una città eh' è in Tangut: è molto nobile
e grande, ed è capo della provincia di Tangut. La gente sono
idoli, ed havvi di quelli ch'adorano Malcometto, e havvi cri-
stiani, e havvi in quella città tre chiese grandi e belle. Gl'idoli
hanno badie e monisteri secondo loro usanza; egli hanno molti
idoli, e hanno di quegli che sono grandi 10 passi, tali di
legno, tali di terra, e tali di pietra, e sono tutti coperti d'oro,
Pechino, è la prima città cinese che si trova arrivando dal de-
serto in Tangut.
Questo testo include la provincia di Succi ur (Ienaraus) e le
due detto di sopra, cioè Chamil e Chingitalas, nel reame di
Tangut. Altri testi mancano del nome Ienaraus, e indicano invece
le due seguenti provi ncie Champiciù e Eezima, come facenti
parte del Tangut, ciò che parrebbe più esatto.
rebarbero : rheum. palmatum (cinese ta huang) è una radice che
cresce selvatica in alta montagna ed ha proprietà lassative. I
Greci la chiamarono rheon barbarum,t la purga dei barbari sciti.
I faceti cinesi dicono che gli Inglesi non potrebbero vivere nel
loro clima senza di essa.
Champiciù : Kanchow, (il distretto del Kam) allora capitale del
Tangut.
1)T M. MARCO POLO 69
molto begli: e sappiate che gli regolati degli idoli vivono più
onestamente che gli altri. Egli si guardano da lussuria, ma
non 1' hanno per gran peccato; ma se trovano alcuno uomo
che sia giaciuto con femmina contra natura, egliono lo con-
dannono a morte. E sì vi dico ch'egli hanno lunare, come
noi abbiamo il mese; ed è alcuno lunare, che nessuno idolo
ucciderebbe alcuna bestia per niuna cosa, e dura per 5 giorni :
e non mangerebbono carne uccisa in quegli 5 dì; e vivono
piue onesti questi 5 dì che gli altri. Egli prendono insino in
30 femmine, e piue e meno secondo eh' è ricco; ma sappiate
che la prima tiene per la migliore; e se alcuna non gli piace,
egli la puote ben cacciare, prendendone per moglie la cugina
o la zia; e noi tengono a peccato. Egli vivono come bestie.
Or ci palliamo di qui, e diremo d'altre verso tramontana; e
si vi dico, che messer Niccolò e messer Matteo dimorarono
uno anno in questa terra per loro fatti. Or andremo sessanta
giornate verso tramontana.
LI.
Di Eezima.
Or truova Eezima dopo 12 giornate, ch'èe a capo del di-
serto del sabbione, ed èe della provincia di Tangut, e sono
idoli. Egli hanno cammelli assai e bestie assai; e quivi na-
scono falconi lanieri assai e buoni ; egli vivono di lavoro di
terra, e non sono mercatanti. E in questa città si piglia vi-
vanda per 40 giorni, per uno diserto onde si conviene andare,
che non hae abitazione né erbe ne frutti, se no» la state, che
lunare: il calendario cinese è regolato colle fasi della luna.
Eezima : Etsina, Itsinay, a 12 giornate a nord di Kanehow e a 40
giornate a sud di Karakorum, una stazione nel deserto di Gobi,
che nel 1224 fu quartiere generale di Cinghis Khan.
60 IL MILIONE
vi istanno. certe genti. Quivi hae valle e montagne, e ben vi
si truova bestie selvatiche, sì come asine selvatiche ; quivi
hae boschi di pini. E quando l'uomo hae cavalcato 40 gior-
nate per questo diserto, truova una provincia verso tramon-
tana: udirete quale.
*
LII.
Di Caracoram.
Garacoram è una città che gira tre miglia, nella quale fue
il primo signore ch'ebboro i Tarteri, quando egli si partirono
di loro contrada. E io vi conterò di tuttW. fatti * di Tarteri, e
come egliono ebbero signoria, e com'egliono si sparsono per
lo mondo. E fu vero che gli Tarteri dimoravano in tramon-
tana intra Ciorcia. E in quelle contrade ha grande piagge,
ove non ha abitazione, cioè di castella e di cittadi, ma havvi
buone pasture e acque assai. Egli è vero eh' egliono non aveano
signore, ma faceano rendita a un signore, che vale a dire in
francesco, Preste Giovanni: e di sua grandezza favellava tutto
Caracoram: Karakorum (tartaro Karakuren: cinta nera), oggi in
rovine, nell'alta valle dell1 Orchon a sud del lago Baikal, era
la capitale di Cinghis Khan (1187-1220). Nella sua vecchia
cinta si trova oggi il più antico monastero dei lama detto Erde-
nitso o Erdenichao. Nel 1235 fu chiamata città reale (Ordu
Balu) da Ottokai, successore di Cinghis; nel 1246vfu visitata da
Giovanni di Pian di Carpi, inviato di Innocenzo IV a Batù, e nel
1253 da Rubruquis, inviato di S. Luigi di Francia. Nel 1254
Mogu Khan, fratello e predecessore di Kublai, trasferi la capitale
a Giandù o Kemenfù (v. cap. LXilI).
Ciorcia : la Manciuria.
Preste Giovanni: non è nome di persona, ma è il titolo del Si-
gnore del Tangut, tanto è vero che al cap. LXII troviamo un
principe Giorgio che è pure Preste Giovanni. Certi principi mon-
DI M. MARCO POLO 61
il mondo. Gli Tarteri gli davano d'ogni IO bestie l'ima. Or
venne che gli Tarteri moltiplicarono molto. Quando Preste
Giovanni vidde ch'egliono moltipricavano così, pensò ck'e-
gliono lo puotessono nuocere, e pensò di partirgli per più
terre. Adunque mandò de' suoi baroni per far ciò; e quando
gli Tarteri viddono quello che il signore voleva fare, egli ne
furono molto dolenti. Allora si partirono tutti insieme, e anda-
rono per luoghi diserti verso tramontana, tanto che '1 Preste
Giovanni non poteva loro nuocere ; e rubellaronsi da lui, e
non gli facevano nulla rendita, e così dimorarono un gran
tempo.
LUI.
Come Cinghys fu lo primo Cane.
Ora avvenne che nel 1187 anni gli Tarteri feciono uno
loro re ch'ebbe nome Cinghys Cane. Costui fu e uomo di grande
valenza e di senno e di prodezza: e sì vi dico, che quando
costui fu chiamato re, tutti gli Tarteri, quanti n'erano al
mondo, che per quelle contrade erano, si vennero a lui, e
tennolo per signore ; e questo Cinghys Cane tenea la signoria
bene e francamente; e quivi venne tanta moltitudine di Tar-
goli avevano allora, e conservano tuttora, un doppio potere,
spirituale e temporale, come i Vescovi del M. Evo. Il potere
spirituale deriva loro da una supposta reincarnazione del Dalai
Lama, che essi chiamano Hutuchtu, e i Cinesi Sifan lama,
ossia lama tibetano. E poiché lama (corruzione dell'indiano *ra-
man) significa sacerdote, così gli occidentali tradussero Sifan
lama in Prete Sifan, che poi fu storpiato in Prete Jean, Prete
Zuan. Preste Giovanni.
Cinghys Cane: (1156-122'i) è il capostipite degli Imperatori Mon-
goli. Eletto Khan nel 1187, dopo la vittoria su Prete Giovanni
(1220) fu nominato Kagan, ossia Kan dei Kan, e morì nel 1226
62 IL MILIONE
•
feri, che non si potrebbe credere. Quando Cinghys si ridde
cotanta gente, apparecchiossi con sua gente per andare a con-
quistare altre terre. E sì vi dico ch'egli conquistò in ben poco
di tempo otto provineie; e non faceva male cui egli pigliava,
ne non rubavano, ma menavaglisi dietro per conquistare l'altre
contrade ; e così conquistò molta gente ; e tutta gente andava
volentieri dietro a questo signore, veggendo la sua bontà.
Quando Cinghys si vidde tanta gente, disse che voleva con-
quistare tutto il mondo. Allora mandò suoi messaggi al Preste
Giovanni, e. ciò fu nel 1200 anni; e mandogli a dire, che vo-
leva sua figliuola per moglie. Quando il Preste Giovanni in-
tese che Cinghys avea domandato sua figliuola per moglie,
tenneselo a gran dispetto, e disse: non ha Cinghys gran
vergogna di domandare mia figlia per moglie ? non sa egli
ch'egli è mio uomo? Or tornate, e ditegli ch'io F arderei in-
nanzi eh' io gliela .dessi per moglie ; e ditegli che conviene
eh' io l'uccida sì come traditore di suo signore. E disse alli
messi : partitevi immantanente, e mai non ci tornate. Gli
messaggi si partirono, e vennorsene al Gran Cane, e ridis-
sorgli quello che il Preste Giovanni avea detto, tutto per
ordine.
a Caiciù. Venne sepolto nei monti Aitai, la cui regione prese
il nome di Cingitalas, ossia montagna di Cinghis (v. pag. 56).
I suoi successori furono :
1. Okkotai (Bacchia) + 1241 B. Mangka (Mogu) + 1256
?.. Kuyuk (Alcon) -f 1248 4. Kublai (Coblau) -f 1294
Albero genealogico della famiglia di Cinghis
Cinglvs + 1226
I I ' I I
Juji Jagatai Okkotai -4- 1241 ■ Tuli
Batti Kuyuk + 1248
Barka Mangka -4- 1256 Kublai -4- 1294 Hulagu Artigbuga
!
DI M. MARCO POLO f)3
LIV.
Come Cinghys Cane fece suo isforzo
contra il Preste Giovanni.
Quando Cinghys Cane udio la grande villania che '1 Preste
Giovanni gli avea mandato a dire, enfiò sì forte, che per poco
die non gli crepò lo cuore in corpo, perciò ch'egli era uomo
molto signore vole; e disse che conviene che cara gli costi la
villania che. gli mandò a dire, e che gli farebbe sapere s'egli
era suo servo. Allora Cinghys fece il maggiore isforzo che mai
fosse fatto ; e mandò a dire al Preste Giovanni eh' egli si
difendesse. Lo Preste Giovanni fu molto lieto, e fece suo
isforzo, e disse di pigliare Cinghys, e di ucciderlo: faceasenc
quasi beffe, noji credendo fosse tanto ardito. Or quando Cin-
ghys Cane ebbe fatto suo isforzo, venne ad un bel piano, e' ha
nome Tenduc, eh' è presso al Preste Giovanni; e quivi misse
lo campo. Udendo cioè il Preste Giovanni, sì si mosse con
suo isforzo per venire contro Cinghys. Quando Cinghys l'udio.
fu molto lieto. Or lasciamo di Cinghys Cane, e diremo del
Preste Giovanni e di sua gente.
LV.
Come il Preste Giovanni
venne contro a Cinghys Cane.
E quando il Preste Giovanni seppe che Cinghys era ve-
nuto sopra di lui, mossesi con sua gente, e venne al piano
dov'era Cinghys, presso al campo di Cinghys a 10 miglia, e
enfiò si forte : dalla rabbia.
Tenduc : vasto reame al nord della Gran Muraglia. La capitale in
mongolo si chiamava Kuku-Khotan, cioè la città azzurra, e
corrispondo all'odierna Kwei-kwa cheng.
64 IL MILIONE
ciascuno si riposò, per essere freschi il dì della battaglia, e
l'uno e l'altro istavano nel piano di Tenduc. Un giorno fece
venire Cinghys suoi astrolagi cristiani e saracini, e comandò
loro che gli dicessono chi dovea vincere. Gli cristiani feciono
venire una canna, e fessórla per mezzo, e dilungarono l'una
dall'altra, e l'una missono dalla parte di Cinghys e l'altra
dalla parte del Preste Giovanni, e missono il nome del Preste
Giovanni sulla canna dal suo lato, e il nome di Cinghys in
sull'altra, e dissoro: qual canna andrà in sull'altra, quegli
sarà vincente. Cinghys Cane, disse che questo voleva egli ben
vedere, e disse che gliel mostrassero il più tosto che potes-
soro. Quegli cristiani ebbero lo saltèro, lessoro certi versi e
salmi e loro incantamenti: allora la canna ov' era il nome di
Cinghys, montò sull'altra: e questo vidde ogni uomo che v'era.
Quando Cinghys vidde questo, egli ebbe grande allegrezza,
perchè vidde gli cristiani veritieri. Gli saracini astrolagi, di
queste cose non seppono dire nulla.
LVI.
Della battaglia.
Appresso quel dì, s'apparecchiano l'ima parte e l'altra,
e combattonsi insieme duramente, e fu la maggiore battaglia
che mai fosse veduta, e fu il maggiore male e dall'una parte
e dall' altra ; ma Cinghys Cane vinse la battaglia, e fuvvi
morto lo Preste Giovanni, e da quel die innanzi perdeo
sua terra tutta. E' andolla conquistando, e regnò sei anni
sopra questa vittoria, pigliando molte prò vincie. In capo di
sei anni istando ad uno castello e' ha nome Caiciù, fue fedito
saltèro : libro dei salmi.
E' andolla conquistando: il soggetto è Cinghis.
Caiciù : Taiciù, in Sliensi, una delle provinole settentrionali della
Cina (v. cap. XCII).
DI M. MARCO POLO *)6
t
noi ginocchio d'un quadrello, ond' egli se ne niorìo; di che
fu gran danno, imperciocché egli era prode uomo e savio.
Ora abbiamo contato come gli Tarteri ebboro in prima signore,
e lìi Cinghys (lane; e com'egli vinse il Preste Giovanni. Or
vi diremo di loro costumi e di loro usanza.
LVII.
Del numero degli Gran Cani quanti furono.
Sappiate veramente che apresso Cinghys Cane fu Cin Cane.
Io terzo Bacchia, lo quarto Alcon, lo quinto Mogu, lo sesto
Coblai, e questi ha più podere; che se tutti gli altri fossero
insieme non potrebbono avere tanto podere quanto ha que-
sto <la sozzo, che oggi hae nome Gran (lane, cioè Coblai: e
dicovi più, che se tutti gli signori del mondo, cristiani e sa-
larmi, fossero insieme, non potrebbono fare quanto farebbe
Coblai Cane. E dovete sapere che tutti gli Gran Cani discesi
di Cinghys Cane sono sotterrati ad una montagna grande, la
quale è chiamata Altay. E ove li grandi signori di Tartori
muoiono, se niorissono cento giornate dalla lungi a quella
montagna, si conviene che egli vi sieno portati. E sì vi dico
un'altra cosa, che quando i corpi de* Gran Cani sono portati
quadrello : freccia formata d'un1 asta di ferro quadrata.
Cin Cane : è difficile precisare se alluda a qualche figlio di Cinghia,
designato come suo successore e premortogli, o a Gigatta (Ja-
gatai), che stabili la sua residenza a Samarcanda (v. pag. 4S)
lasciando il governo della Cina al fratello Okkotai (P>acchia).
da sezzo : (arcaismo) ultimo. Per la cronologia dei successori di
Cinghis vedi nota a pag. 62.
Altay: la regione dei monti Aitai, d«»nde hanno orìgine i grandi laghi
e fiumi siberiani, è a Nord-Ovest della Mongòlia. Vedi pag. 66.
M (ìrc< > Polo. — // Milioni- .".
$6 IL MILIONE
sotterrare a questa montagna, se fossero a lungi 40 giornate,
o più o meno, tutte le gente che sono incontrate per quello
cammino onde si porta il morto, tutti sono messi alle ispade
e morti; e dicono loro quando gli uccidono: andate a ser-
vire lo vostro signore nell' altro mondo ; che credono che
tutti coloro che sono morti lo debbiano servire nell' altro
mondo ; e così gli uccidono, e così uccidono gli cavagli, e
pure gli migliori, perchè il signore gli abbia nell'altro mondo.
E sappiate che quando Mogu Cane morìo, furono morti più
di 20 mila uomeni, gli quali incontravano il corpo che s' an-
dava a sotterrare. Da che hoe cominciato di Tarteri, si ve ne
dirò molte cose. Gli Tarteri dimorano lo verno in piani luo-
ghi, ove abbia molta erba e buona pastura per loro bestie;
di state, in luoghi freddi e in montagne e in valli, ove hae
acqua assai e buone pasture. Le case loro sono di legname,
e sono coperte di feltro, e sono tonde, e portatesi dietro in
ogni luogo ov'egli vanno, perchè gli hanno ordinato sì bene
le loro pertiche, ond'egli le fanno, che troppo bene le pos-
sono portare leggiermente in tutte le parti ov' egli vogliono.
Queste loro case sempre fanno 1' uscio verso il mezzodie.
Egli hanno carrette coperte di feltro nero, che, perchè vi
piova suso, non si bagna nulla cosa che dentro vi sia. Egli
le fanno menare a buoi e a cavalli, e in sulle carrette pon-
gono loro femmine e lor fanciulli. E sì vi dico che loro fem-
mine comperano e vendono, e fanno tutto quello che bisogna
messi alle ispade : trafitti. Questi sacrifici umani per la morte di
un principe ricordano quelli compiuti dagli Unni dopo la morte
di Attila, e dai Visigoti dopo la morte d'Alarico. L'ultimo che
si ricordi in Cina fu quello del 1661, sotto V imperatore Shun-chi,
• della dinastia tartara Tatsing, quando 300 persone s' immolarono
spontaneamente per placare i mani di una concubina imperiale.
coperte di feltro : sono lo hibitheì con cui i Tartari formano i loro
accampamenti mobili, detti yurte.
DI M. MARCO POLO 67
a' loro mariti ; però che gli uomeni non sanno fare altro che
cacciare e uccellare e fatti (V oste. Egli vivono di carne e di
latte e di cacciagioni ; egli mangiano di pomi di Faraone,
che ve n'ha grande abbondanza da tutte parti ; e mangiano
carne di cavallo e di cane e di giumente e di buoi e di tutte
(tirni, e beono latte di giumente. E per niuna cosa l'uno
non toccherebbe la moglie dell' altro, però che V hanno per
malvagia cosa e per grande villania. Le donne sono buone,
•' guardano bene l'onore di loro signori, e governano bene
tutta la famiglia : e ciascuno può pigliare tante moglie quan-
t' egli vuole, infino in cento, s'egli hae da poterle mante-
nere. E r uomo dà alla madre della femmina, e la femmina
non dà nulla all'uomo; e hanno per migliore e per piue ve-
ritiera la prima moglie, che l'altre ; egli hanno più figliuoli
che I" altre genti, per le molte femmine ; e prendono per mo-
glie le cugine, e ogni altra femmina, salvo la madre ; e pren-
dono la moglie del fratello s? egli muore. Quando pigliano
moglie si fanno gran nozze.
fatti d'oste: combattimenti.
pomi di Faraone: il testo francese parla di rais, radici, bulbi, che
la versione padovana interpreta erroneamente come « rati de
Faraone ». Si tratta delle saporite cipolle, originarie dell' Egitto.
1' uomo dà alla madre : la donna tartara passando a nozze non
porta dote, anzi il marito deve, come al tempo dell'antica Roma,
pagarne il prezzo ai genitori della sposa. La poligamia cinese è
limitata dai mezzi del marito e dalla volontà della prima moglie,
ma ogni uomo cerca d1 aver molti figliuoli che gli mantengano
pulita e onorata la tomba dopo morte. Non vi sono nella società
cinese né figli illegittimi, né celibi, né nubili annos< .
68 IL MILIONE
•
LVITI.
Dello iddio de' Tarteri.
Sappiate che la loro legge è cotale, eh' egli hanno un loro
iddio e' ha nome Natigai, e dicono che quello èe iddio ter-
reno, che guarda i loro figliuoli e loro bestiame e loro biade ;
e fannogli grande onore e grande riverenza, che ciascuno lo
tiene in sua casa ; e fannogli di feltro e di panno, e tengongli
in loro casse ; e ancora fanno la moglie di questo loro iddio,
e fannogli figliuoli ancora di panno ; la moglie pongono dal
lato manco, e' figliuoli dinanzi. Molto gli fanno onore, quando
vengono a mangiare: egli tolgono della carne grassa, e ungon-
gli la bocca a quello iddio e alla moglie e a quegli figliuoli ;
poi pigliano del brodo e gittanlo giuso dall' usciolo ove ista
quello iddio. Quando hanno fatto così, dicono che il loro iddio
e la sua famiglia hae la sua parte. Appresso questo, mangiano
e beono ; e sappiate eh' egliono beono latte di giumente, e
concianlo in tale modo che pare vino bianco, e buono a bere,
e chiamanlo chemisi. E loro vestimenta sono cotali : li ricchi
uomeni vestono di drappi d' oro e di seta e di ricche pelli ce-^
beline e emine, e di vai e di volpe molto riccamente, e li loro
arnesi sono molto di gran valuta ; loro armi sono archi e spade
e mazze, ma d' archi si aiutano più che d' altro, imperocché
egli sono troppo buoni arcieri. In loro dosso portano arma-
dura di cuoio di bufolo, e d' altre cuoia forti. Egli sono
chemisi : kumis, latte fermentato. Il siero seccato e poi sciolto in
acqua, di cui è fatto parola più avanti, si dice arrak o kefir.
Ancor oggi, ali1 occorrenza, i tartari bevono sangue di cavallo.
pelli cebeline: (giebelline) zibelline, ossia di martora; ermine,
d'ermellino; i vai, sono una specie di scoiattoli.
DI M. MARCO POLO
uomeiii ìji battaglia valentri duramente; e dirovvi come
egliono si possono travagliare più che gli nitri uomini : che
quando bisognerà, egli andrà e starà un mese sanza niuna
vivanda, salvo che vivere di latte di giumente e di carne di
loro cacciagione che prendono, e il suo cavallo viverà d'erba
che pascerà, e non gli bisognerà portare né orzo nò paglia.
Egli sono molto ubidienti al loro signore ; e sappiate che
quando e' bisogna, egli andrà e starà tutta notte a cavallo,
e il cavallo sempre andrà pascendo ; e sono quella gente che
più sostengono travaglio, e meno vogliono di spesa, e clic
più vivono, e sono per conquistare terre e reami. Egli sono
così ordinati, che quando un signore mena in oste 100,000 ca-
valieri, ad ogni mille fae un capo, e a ogni 10 mila un altro
capo, sì che non ha a parlare se non che a 10 uomeni, lo
signore delli 10 mila; e quegli di 100 mila non ha a parlare
se non con 10, e così ogni uomo risponde al suo capo. Quando
l'oste va per monti e per valle, sempre vanno innanzi 200 uo-
inoiii a sguardare, e altrettanti di dietro e dal lato, perche
T oste non possa essere assalito, che noi sentissoro ; e quando
egli vanno in oste dalla lunga, portano bottacci di cuoio
ov' egliono portano loro latte, e una pentola ov' eglino cuo-
cono loro carne, e portano una piccola tenda ov' egli fuggono
dall' acqua; e sì vi dico, che (filando delli è bisogno, egliono
cavalcano bene 10 giornate senza vivanda che tocchi fuoco,
ma vivono del sangue delli loro cavagli, che ciascuno pone
la bocca alla vena del suo cavallo e bee. Egli hanno ancora
loro latte secco come pasta, e mettono di quel latte nell'acqua,
e di sfatinolo vi dentro, e poscia il beono. E vincono le bat-
taglie altresì fuggendo come cacciando, che, fuggendo, saet-
tano tuttavia, e gli loro cavagli si volgono come cani: e
quando gli loro nemici gli credono avere isconfitti caccian-
dogli, e egliono sono isconfitti egliono: imperciocché tutti gli
valentri: arcaismo per valenti (vedi pag. 43).
70 IL MILIONE
loro cavagli sono morti per le loro saette ; e quando gli Tar-
teri veggono che gli cavagli di coloro che gli cacciavano,
morti, egliono si rivolgono a loro, e sconfiggongli per la loro
prodezza : e in questo modo hanno già vinte molte battaglie.
Tutto questo che io v' ho contato, e gli costumi, è vero degli
diritti Tarteri ; e ora vi dico che sono molti i bastardi, che
quegli che usano a Ucaresse mantengono gli costumi de-
gl' idoli, e hanno lasciata loro legge, e quegli che usano il
levante tengono la maniera de' saracini. La giustizia vi si fa
come vi dirò. Egli è vero che se alcuno hae imbolato una
piccola cosa, eh' egli non ne debba perdere persona, egli gli
è dato sette bastonate o 12 o 24, e vanno_infino alle 107,
secondo che hae fatta 1' offesa ; e tuttavia ingrossano, giu-
gnendone 10. E se alcuno hae tolto tanto che debbia per-
dere la persona, o cavallo o altra gran cosa, si è tagliato
per mezzo con una ispada ; e se vuole pagare nove cotanti
che non vale la cosa ch'egli ha tolta, campa la persona. Lo
bestiame grosso non si guarda, ma è tutto segnato, sì che
colui che '1 trovasse conosce la insegna del signore, e ri-
mandalo ; pecore e bestiame minuto ben si guardano. Loro
bestiame è molto bello e grosso. Ancora vi dico un'altra loro
usanza, cioè, che fanno matrimoni tra loro di fanciulli morti,
cioè a dire : uno uomo hae uno suo fanciullo morto ; quando
viene nel tempo che gli darebbe moglie, se fosse vivo, al-
lotta fa trovare un ch'abbia una fanciulla morta, che si faccia
a lui, e fanno parentado insieme, e danno la femmina morta
all'uomo morto ; e di questo fanno fare carte, poscia l'ardono,
i diritti Tarteri: i Tartan genuini, non imbastarditi dal buddismo
o dal fatalismo mussulmano.
Ucaresse : Ucara (Ukeh) sul Don, e Sarai (Tsarew) sul Volga erano
i maggiori centri dei Tartari occidentali dell'Orda d'oro.
imbolato : involato, rubato.
nove cotanti : nove volte il prezzo.
fanno fare carte: simulacri di carta.
l>[ M. MARCO J>OLf» 71
e quando veggono lo fummo in aria, allotta dicono che la
• aria ne va nell'altro mondo, ove sono li loro figliuoli, e
ch'egli si tengono per moglie e per marito nell'altro' mondo;
egli ne fanno grande nozze, e si ne versano assai, e dicono
che ne vae «r figliuoli nell' altro mondo. Ancora fanno dipi-
gnere in carte uccelli, cavagli, arnesi e bisonti e altre cose
assai, e poi le fanno ardere, e dicono che questo sarà loro
presentato da dovero nell'altro mondo, cioè a'ioro figliuoli :
e quando questo è fatto, egliono si tengono per parenti e per
amici, come se i loro figliuoli fossero vivi. Ora v'abbiamo
contate 1' usanze e gli costumi de' Tarteri ; ma io non v' ho
contati degli gran fatti degli Gran Cani, e di sua corte ; ma io
ve ne conterò in questo libro, ove si converrà. Or torneremo
al gran piano che noi lasciammo quando cominciammo a ra-
gionare de'. Tarteri.
LIX.
Del piano di Banchù.
Quando l'uomo si parte di Caracoram e da Altay. ov' è
lo luogo ove si sotterrano gli corpi delli Tarteri, sì come v'ho
contato di sopra, 1' uomo va più innanzi per una contrada
verso tramontana, la quale si chiama lo piano di Banchù, e
si ne versano assai : quest'uso di versar bevande ricorda le liba-
gioni antiche.
poi le fanno ardere : ancor oggi si usano questi bruciamenti in
Cina per la festa dei morti (Tsing ming) che, come in Roma
antica, ha luogo ai primi d'aprile.
Caracoram : vedi pa$<. 60.
lo piano di Banchù : abitato dai Metrucci, ò la Siberia al nord dei
monti Aitai. La cacciagione congelata la quale viene portata a
72 IL MILIONE
dura ben 40 giornate ; la gente sono chiamate* Metrucci, e
sono salvatica gente. Egliono vivono di bestie; e il più di
cervi, e sono al Gran Cane ; egli non hanno biade né vino ;
la state hanno cacciagioni e uccellagioni assai, di verno non
vi sta né bestia né uccelli per lo grande freddo. E quando
l'uomo è di capo delle 40 giornate truova lo mare occeano ;
e quivi hae montagne ove i falconi pellegrini fanno loro nidio,
né non v'ha se non una generazione d' uccelli, di che si pa-
scono quei falconi, e sono grandi come pernicie, e chiamansi
bugherlac, e hanno fatto i piedi come pappagallo, la^oda come
rondine, e sono molto volanti ; e quando il Gran Cane vuole
di quegli falconi, manda a quella montagna; e all'isole di
quel mare nascono i girfalchi. E sì vi dico che questo luogo
è tanto verso la tramontana, che la tramontana rimane adietro
verso mezzodie. E di quegli girfalchi v' ha tanti, che '1 Gran
Cane n' ha quant' egli ne vuole ; e quegli che portano questi
girfalchi al Gran Cane, e agli signori del levante, cioè ad Arcon
e agli altri, sono gli Tarteri. Or v'abbiamo contato tutti gli
fatti delle provincie della tramontana infino al mare occeano ;
oggimai vi conteremo d'altre provincie. e ritorneremo al Gran
Cane, e ritorneremo a una provincia che abbiamo iscritta in
nostro libro, che ha nome Champiciii.»
Pekino durante 1' inverno attraverso le vie carovaniere che s'in-
crociano al confine russo a Kiachta, fornisce abbondantemente
il mercato della capitale cinese.
bugherlac : è la pernice pterocles syrrkaptes Pallasii, la sand
grouse degli Inglesi.
la tramontana rimane adietro: espressione iperbolica per indi-
care la sterminata e sconosciuta estensione dell'Asia setten-
trionale.
Arcon: vedi pag. 13.
Champiciù : vedi pag. 58.
DI M. MÀfcCO POLO 78
LX.
Del reame di Erghuil.
fó quando l'uomo si parte di questo Chainpiciù ch'io ho
contato, l'uomo vae 5 giornate per luogo ov' hae molti ispiriti,
è odegli l'uomo la notte parlare nell'aere più volte. A capo di
queste 5 giornate, 1' uomo trova un reame lo quale ha nome
Erghuil, ed è al Gran Cane, ed è della gran provincia di
Tangut, che hae più reami. Le genti sono idoli, e cristiani
n< stormi, e di quegli che adorano Malcometto ; e v'ha cittadi
assai : la mastra cittade ha nome Erginul. E uscendo di que-
sta città, e andando verso Catai, truovasi ima città eh' ha
nome Sining. e havvi ville e castella assai, e sono di Tangut
medesimo, ed è al Gran Cane. Le genti sono idoli, e che ado-
rono Malcometto, e cristiani v'ha; e havvi buoi salvatici) i,
che sono grandi come leonfanti, e sono molto begli a vedere,
ch'egli sono tutti pilosi, salvo che lo dosso, e sono bianchi
e neri, e '1 pelo è lungo tre palmi, e sono sì begli eli' èe
una maraviglia a vedere ; e di questi buoi medesimi hanno
di dimestichi, perchè hanno presi de' salvatichi e hannogli
Erghuil : è una provincia del Tangut, Fattuale Liang-chou, presso
le sorgenti del fiume Giallo, nel Tibet, abitata da tartari Ugri.
Città capitale Erginul.
Catai: la Cina del nord (v. pag. 120).
Sining: Sining-fu, la Siling Khotan dei Tartari, allo sbocco della
via che va da Lhasa al Kansuh; importante centro per il com-
mercio del muschio e del rabarbaro.
Giova notare che 1" importanza delle città cinesi è significata
dalla sillaba finale: (ti, chon, hsìen indicano rispettivamente
città di primo, secondo e terzo ordine.
74 II* MILIONE
dimesticati. Egli gli caricano e lavorano con essi, e hanno forza
due cotanti che gli altri. E in questa contrada nasce lo mi-
gliore moscado che sia al mondo. Sappiate che '1 moscado si
trova in questa maniera, eh' egli èe una piccola bestia come
una gatta, ma èe così fatta: ella hae pelo di cerbio così grosso,
lo pie come gatta, e hae 4 denti, due di sopra e due di sotto,
che sono lunghi tre dita, e sono sottili, li due vanno in giuso
e li due in suso: ella è bella bestia. Lo moscado si truova in
questa maniera : che quando l'uomo l'hae presa, l'uomo truova
tra la pelle e la carne del bellico una postèma, e quella si
taglia con tutto il cuoio, e quello è lo moscado, di che -viene
grande olore ; e in questa contrada n'ha grande abondanza,
così buono come vi ho detto. Egli vivono di mercatanzie e
d'arti, e hanno biade. La provincia è grande 15 giornate, e
v' ha fagiani due cotanti grandi che i nostri : egli sono grandi
come paoni, un poco meno, egli hanno la coda lunga 10 palmi
e 9 e 8 e 7 il meno. Ancora v' ha fagiani fatti al modo di
questo paese. Le genti sono idoli, e grassi, e hanno piccolo
naso, gli capegli neri, e non hanno barba se non al mento.
Le donne non hanno addosso pelo niuno, in niuno luogo,
salvo che nel capo ; elle hanno molto belle carni e bianche,
e son ben fatte di loro fattezze, e molto si dilettano con uo-
meni. E puossi pigliare tante femmine quante altri vuole,
avendo il podere ; e se la femmina è bella e di piccolo li-
gnaggio, uno grande uomo la toglie per moglie, e dà alla ma-
dre molto avere, quello di che egli s'accordano. Or ci par-
tiamo di qui, e andremo ad un' altra provincia verso levante.
moscado : muschio, piccolo rosicante ohe ha in una borsa sotto
l'ombelico la sostanza odorosa dello stesso nome. In Oriente
il muschio è conosciuto col nome persiano kasturi, e tartaro
gudderi.
postèma: glandola.
l'I M. MARCO POLO 75
IAI.
D* Egrigay.
Quando l'upmo si parie d' Erghuil, e vassi per levante
8 giornate, egli truova una provincia chiamata Egrigaia, e
havvi cittadi e castella assai ; èe di Tangut ; la maestra
città e chiamata Calatia, la gente adorano gl'idoli, e havvi
tre chiese de' cristiani nestorini, e sono al Gran Cane. In
questa città si fa ciambellotti di pelo di cammello li più belli
del mondo, e di lana bianca fanno ciambellotti bianchi molto
begli, e fannone in grande quantitade, e portansi in molte
parti. Or usciamo di questa provincia, e entreremo in un'al-
tra provincia chiamata Tenduc, e entreremo nelle terre del
Preste Giovanni.
LXII.
Della provincia di Tenduc.
Tenduc è una provincia verso levante, ove hae cittadi e
castella assai, e sono al Gran Cane, e sono discendenti del
Preste Giovanni. La mastra cittade è Tenduc, e di questa
provincia è re un discendente del legnaggio del Preste Gio-
Egrigay : TEgrigaia (cinese Ulahai, tartaro Uiraca, Ir gai) o terra
degli Ugri, capitale Calatia (Kalat), ad otto giornate all'oriente
di Sining, era famosa per i suoi panni di pelo di cammello (cam-
bellotti, ciambellotti, zambellotti).
Tenduc: vedi pag. 63.
Preste Giovanni: v. pag. 60. Questo Sifan lama Giorgio (Kiorki).
vassallo del Gran Cane, morì nel 1305. La influenza dei cristiani
nestorini fu di breve durata, perchè all'epoca del viaggio di Gio-
vanni da Montecorvino (1305-24) era già svanita. Le molte città
ricordate da M. Polo andarono distrutte durante la dinastia dei
Ming.
76 IL MILIONE
vanni, e ancora si è Preste Giovanni e suo nome si è Giorgio.
Egli tiene la terra per lo Gran Cane, ma non tutta quella che
teneva lo Preste Giovanni, ma alcuna parte di quelle mede-
sime ; e sì vi dico, che tuttavia il Gran Cane ha date di sue
figliuole e di suoi parenti per moglie a questo re, discen-
dente del Preste Giovanni. In questa provincia si truova le
pietre che si fa 1' azurro molto buono, e havvi ciambellotti
di pelo di cammello. Egli vivono de' frutti della terra ; quivi
si ha mercatanzie ed arti ; la terra tengono gli cristiani, ma
e' v' ha degl' idoli e di quegli che adorono Malcometto. Egli
sono gli più bianchi uomini del paese e più belli, e i più
savi, e più uomini mercatanti. E sappiate che questa pro-
vincia era la mastra sedia del Preste Giovanni, quando egli
signoreggiava i Tarteri ; e in tutta quella contrada ancora vi
stanno di suoi discendenti, e il re che la signoreggia è di
suo lignaggio ; e questo è lo luogo che noi chiamiamo Goggo
e Magogo, ma egli lo chiamano Nug e Mogul; e ciascuna
di queste provincie ha generazioni di gente alquante, e in
Mogul dimorano i Tarteri. E quando l'uomo cavalca per que-
sta provincia 7 giornate per levante verso li Tarteri, l'uomo
truova molte cittadi e castella, ov' ha gente che adorano
Malcometto, e idoli, e cristiani nestorini. Egli vivono d'arti
e di mercatanzie, egli sanno fare drappi dorati, che si chia-
mano nasicci, e drappi di seta di molte maniere, e sono al
Gran Cane ; e v' ha una città e' ha nome Sindciù, ove si
si fa l' azurro: lapislazuli, v. pag. 43.
mastra sedia: sede principale.
Gog e Magog : (Nug e Mogul) indicano la Mongolia. La capitale
odierna è Urga, dove risiede il Sifan lama Hutuchtù (v. pag. 61)..
nasicci : drappi di seta tessuti con fili d'oro. Nella Manciuria vive
un baco dà seta semi selvatico che si nutre della foglia delVailan-
tus e produce una seta cruda molta resistente.
Sindciù e G-avor: sembrano potersi identificare con le due mag-
DI M. MARCO POLO 77
fanno molte arti, e favvisi tutti fornimenti da oste, e havvi
una montagna, nella quale hae una molto buona argentiera.
Egli hanno cacciagioni di bestie e cV uccelli. Noi ci parti-
remo di qui e andremo tre giornate, e troveremo una città
che si chiama Gavor, nella quale hae un grande . palagio,
eh' èe del Gran Cane. E sappiate che '1 Gran Cane dimora
volentieri in questa città e in questo palagio, perciò ch'egli
v' ha lago e riviera assai, ove dimora molte grue, e havvi un
molto bello piano, ove dimora gran grue, assai fagiani e per-
nicie ; v' hae di molte fatte d'uccelli, e per questo vi prende
il Gran Cane molto sollazzo, perch'egli fa uccellare a girfalchi
e a falconi, e prendono molti uccelli. E v' hae 5 maniere eli
grue: l'una sono tutti neri come carboni, e sono molti grandi;
l'altra sono tutti bianchi e hanno 1' alie molto bene fatte
come quelle del paone, lo capo hanno vermiglio e nero e molto
ben lutto, lo collo nero e bianco, e sono maggiori degli altri
assai : la terza maniera sono fatti come gli nostri ; la quarta
maniera sono piccoli, e hanno agli orecchi penne nere e bian-
che : la quinta sono lutti grigi grandissimi, e hanno il capo
bianco e nero. E appresso a questa città hae una valle, ove
il Gran (lane ha fatto faro molte casette, ov'egli fa fare molte
cators, cioè cotornici ; e alla guardia di questi uccelli fa
slare piò uonieni ; e havvene tanta abbondanza che ciò èe
maraviglia : e quando il (Iran (lane viene in quella contrada
hae di questi uccelli una grande abbondanza. Di qui ci pal-
liamo, e andremo a tre giornale tra tramontana e greco.
giovi città della Manciuria, Sheng-ching e Jehor (V attuale
Mukden), sedi originarie della dinastia imperiale Tatsing che
regnò dal 1644 fino ai nostri giorni (1911).
fornimenti da oste: armi ed apparecchi da guerra.
girfalchi: falco peregrinator vedi pag. 31.
cators : cotornici, vedi pag. '.IO.
78 IL MILIONE
LXIII.
Della città di Qiandù.
Quando l'uomo è partito di questa cittade cavalca tre gior-
nate, si traeva una cittade eh' è chiamata Giandù, la quale
fece fare lo Gran Cane ch'oggi regna. Goblai Gane; e hae fatto
fare in questa città un palagio di marmo e d'altre ricche
pietre; le sale e le camere sono tutte dorale, ed èe molto
bellissimo maravigliosamente. E attorno a questo palagio èe
muro eh' è grande 15 miglia, e quivi hae fiumi e fontane e
prati assai, e quivi tiene il Gran Gane di molte fatte bestie,
cioè cervi, dani e cavriuoli, per dare mangiare a' girfalchi e
a' falconi che tiene in muda; in quello luogo egli v'ha bene
200 girfalchi ; egli medesimo vuole andare bene una volta la
settimana, e le più volte, quando il Gran Cane va per 'questo
prato murato, porta un leopardo in sulla groppa del cavallo;
e quando vuole fare pigliare alcuna di queste bestie, lascia
andare lo leopardo, e lo leopardo la piglia, e egli la fa dare
a' suoi girfalchi, che tiene in muda: e questo fa per suo di-
letto. Sappiate che '1 Gran Gane ha fatto fare in mezzo di
questo prato un palagio di canne, ma è tutto dentro inno-
rato, ed èe lavorato molto sottilmente a bestie e a uccelli
I
Griandù: detta al capitolo Vili Kemenfu, è Sbanchi, la residenza
estiva di Kublai, da lui abbellita nel 1256 quando successe al
fratello Mogu. Il giovane Marco vide qui V imperatore per la
prima volta (vedi pag. IO).
innorato: dal lat. inauratus, dorato. Il palazzo di canne qui de-
scritto era una creazione artistica cinese fatta per la casa im-
periale Sung a Kaifengfu nelPHonan, e di là portata a Shandu
per servire da pengtzii, o tettoia di riparo contro l'abbagliante
calore estivo del Nord. Di questa residenza di Kublai non re-
DI M. MARCO POLO 79
limoniti, là copertura è di canne vemicate, e commesse sì
bone, che acqua non vi puote entrare. Sappiate che quelle
canne sono grosse più di 3 palmi o 4, e sono lunghe da IO
passi infino in 15, e tagliansi al nodo, e per lungo, e sono
fatte come tegoli, sì che si può bene coprire la casa; e hallo
fatto sì ordinatamente ch'egli il fa disfare qualunque otta egli
vuole, e fallo sostenere a più di 200 corde di seta. E sap-
piate che tre mesi deiranno istae in questo palagio lo Gran
Cane, cioè giugno e luglio ed agosto, e questo fa perchè v'ha
caldo, e questi tre mesi istà fatto questo palagio, gli altri
mesi dell'anno istà disfatto e riposto, e puollo fare e disfare
a suo volere. E quando e' viene a' 28 dì di agosto, la Gran
Cane si parte di questo palagio, e dirovvi la cagione. Egli è
vero ch'egli hae una generazione di cavagli bianchi e di giu-
menta, bianche come neve, senza niun altro colore, e sono in
quantità di bene 10 milia giumente, e lo latte di queste giu-
mente bianche non può bere niuna persona, se non di schiatta
imperiale. Bene un'altra generazione di genti chiamata Buat
o Oriat, che ne possono bere per grazia di Ginghys lo Gran
(lane, che '1 concedette loro per una battaglia che vinsero
con lui. E quando queste bestie vanno pascendo, egli è fatto
loro tanto onore, che non n'è sì gran barone che passasse
per queste bestie, per non iscioperarle del pascere, che non
si scansi; e gli stronomi e gl'idoli hanno detto al Gran Cane,
che di questo latte si dee versare ogni anno a' dì 28 d'agosto
per l'aria e per la terra, acciò che gli spiriti e gl'idoli ìrab-
stavano che poche rovine nel 1691 quando furono visitate da
Padre Gerbillon, un missionario francese che, per incarico dello
imperatore Kanghsi, accompagnava come interpetre i negozia-
tori della pace di Aigun tra la Cina e la Russia.
qualunque otta : a qualunque ora.
Buat e Oriat: i Burlati, una tribù mongola nomade, che vive sullo
rive del lago Baikal.
80 IL MILIONE
biano a bere la loro parte, acciò che salvino le loro famiglie
e uccelli e ogni loro cosa; e poi si parte lo Gran Cane, e va
ad un altro luogo. E sì vi dirò una maraviglia, che io avea
dimenticata ; che quando il Gran Cane è in questo palagio e
egli viene un mal tempo, e gli astronomi e incantatori fanno
che '1 mal tempo non viene in sul suo palagio; e questi savi
uomeni sono chiamati «tebot», e sanno più d'arte di diavolo
che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che questo
avviene per santità. E questa gente medesima eh' io v' ho
detto, hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è
morto per Ja signoria, egli il fanno cuocere e mangianlo, ma
no se morisse di sua morte; e sono si grandi incantatori,
che quando il Gran Cane mangia in sulla mastra sala e gli
coppi pieni di vino e di latte e d'altre loro bevande, che sono
d'altra parte della sala, si gli fanno venire sanza che altri
gli tocchi, e vegniono dinanzi al Gran Cane, e questo veg-
giono bene 10 mila persone: e questo è vero senza menzogna;
e questo beri si può fare per nigromanzia. E quando viene
in niuna festa di niuno idolo, egli vanno al Gran Cane, e
fannosi dare alquanti montoni, e legno aloe e altre cose, per
tare onore a quello idolo, perciò che gli salvi lo suo corpo
e le sue cose; e quando quegl' incantatori hanno fatto questo,
fanno grande afummicata dinanzi agi' idoli di buone ispezie
con grandi canti : poscia hanno questa carne cotta di questi
montoni, e pongonia dinanzi degl' idoli, e versano lo brodo
qua e là, e dicono che gì' idoli ne pigliono quello che vo-
gliono : e in cotale maniera fanno onore agi' idoli il dì della
loro festa, che ciascuno idolo hae propria festa coni' hanno
tebot: sono gli yoghi, stregoni indiani penetrati in Cina per ìa via
del Tibet, insieme con i fattucchieri del Kashmir. Costoro mangia-
vano i corpi dei «morti per una signoria », cioè dei giustiziati.
coppi: grandi vasi di terra.
afummicata: abhruciamento d' incensi e di legni odorosi.
DI M. M Mv'i 0 POLO 81
•ili nostri santi. Egli hanno badie o monisteri; e si vi dico,
che v' ha una piccola città che hae uno monistero che hanno
pino di 200 monaci, e vestonsi più onestamente che tutta
l'altra gente. Egli fanno le loro feste le maggiori agi' idoli del
inondo, co' gli maggiori canti e co' gli maggiori alluminali.
Ancora v'ha un'altra maniera di religiosi detti « sensin », che
fanno così aspra vita, come io vi conterò. Egli mai non man-
giano altro che crusca di grano, e fannola istare in molle nel-
l'acqua calda un poco, e poscia la menano e mangianla: e
quasi tutto 1' anno digiunano, e molti idoli hanno, e molto
isianno in orazioni, e talvolta adorano lo fuoco; e quelle altre
regole dicono di costoro che sono paterini. Altra maniera v'ha
di monaci, che pigliano moglie e hanno figliuoli assai, e questi
vestono d'altri vestimenti che gli altri, sì che vi dico, che
grande differenza ha dall'una maniera all' altra sì di vita e
sì di vestimenta : e di questo v' hae, che tutti i loro idoli
hanno nome di femmina. Or ci partiamo di qui, e conterovvi
del grandissimo signore di tutti gli Tarteri, cioè lo nobile
(Iran (lane che Goblai è chiamato.
sensin: questi t paterini » ossia puri, sono i Taoisti, seguaci di
Laotzù, che conducono vita molto rigida, praticano il celibato e le
più dure astinenze, vestono di grigio ed hanno il capo tonsurato.
In mezzo allo spettacolo fastoso di questa corte mongola, tra
i lama tibetani gialli e rossi, fra gli ambasciatori birmani, e i
giganteschi generali tartari, dalla pelle lucente di grasso di mon-
tone e dagli abiti sfolgoranti di pietre preziose, in mezzo alla
turba variopinta degli stregoni, degli astrologhi e dei fattuc-
chieri, noi cerchiamo invàno i seguaci di Confucio e dei suoi dieci
Saggi. Essi, così in vista sotto la dinastia cinese dei Sung, ora
si sono ritirati in disparte a far raccolte e commenti di classici,
a compilare enciclopedie per 1' istruzione del popolo, a preparar
la riscossa. A poco a poco la vita, il gusto e la cultura cinese
li prenderanno il sopravvento sul fasto barbarico dei dominatori
tartari, e la letteratura, il teatro, la pittura cinese continueranno
le loro gloriose tradizioni.
Marco Polo. — Il Milione 0
82 IL MILIONE
LXIV.
Di tutti i fatti del Gran Cane che regna ora.
Vogliovi cominciare a parlare di tutte le grandissime ma-
raviglie del Gran Cane, che aguale regna, che Coblai Cane
si chiama, che vale a dire in nostra lingua, lo signore dei
signori: e certo questo nome è bene diritto, perciò che questo
Gran Cane è '1 più possente signore di genti e di terre e di
tesoro, che niuno signore che sia, né che mai fu dinanzi infino
al dì d'oggi; e questo mostrerò eh' è vero in questo nostro
libro, sì che ogni uomo ne sarà contento, e di questo mo-
strerò ragione.
LXV.
Della gran battaglia
che '1 Gran Cane fece con Naiam.
Or sappiate veramente ch'egli è della diritta ischiatta di
Ginghys Cane, dirittamente da essere signore di tutti gli Tar-
teri. E questo Coblai è lo sesto Cane; che sono istati insino
che aguale regna: oggi regnante, v. pag. 35.
lo sesto Cane: vedi pag. 65. Kublai, nato nel 1212, cominciò a
regnare a 31 anno; dal 1251 al 56 fu viceré dello Shensi, dal
56 air 80 imperatore mongolo, e dall1 80 al 94 Imperatore della
Cina e sue dipendenze. Mori a 82 anni nel 1294. (Ser Marco lo
crede ancor vivo nel 98). Egli è il fondatore della dinastia Yuan,
che regnò dal 1280 al 1368. Nel 1274 fissò la capitale a Pekino
da lui fondata, abbellita e cinta di mura. Caduta Hangchow,
capitale dei Sung (1276), la collegò per mezzo del Gran Canale
DI M. HÀRCO POLO 83
a (|iii: e sappiate che questo Goblai cominciò a regnare nel
1256 anni. E sappiate ch'egli ebbe la signoria per suo gran
valore e per sua prodezza e sonno, che gli suoi fratelli gliela
volevano torre, e gli suoi parenti: e sappiate che di ragiono
la signoria cadeva a cosini. Egli è. eh' egli cominciò a re-
gnare 'ri anni infino a questo punto, che corre lu29<S anni,
e puote bene avere 8-") anni. In prima ch'egli fosse signore,
egli andò in più osti, e portossi gagliardamente, sì eh' egli
era tenuto prode nomo d'arme e buono eavagliere; ma poi
ch'egli fu signore, non andò in oste più ch'una volta: e quello
fu negli anni P28(>r e io vi dirò perchè fu. Egli è vero che
uno ch'ebbe nome Naiam, lo quale era uomo del (iran Cane,
e molte terre teneva da lui, e provincie, sì che poteva ben
fare 400 mila uomeni a cavallo, e suoi anticessori soleano
«ssere anticamente sotto il Gran Cane, e era giovane di u20
anni. Or disse quello Naiam, che non voleva essere più sotto
il (Iran Cane, ma gli torrobbe tutta la terra. Allotta mandò
con Pekino, pel trasporto del tributo del riso. Annesse all' Im-
pero la Birmania (1283), PAnnam (1285) e nel 1286 si liberò
del suo più pericoloso vassallo Naiam, il quale, essendo suo pa-
rente, pretendeva la successione diretta 'al trono mongolo. Fece
un'infelice spedizione al Giappone (1284) per punirlo di avere
ucciso un suo ambasciatore. Unificato e allargato il più vasto
impero formatosi dopo la dinastia degli Han, mise presidii tartari
nelle provincie e le inondò di carta moneta. Protesse il Bud-
dismo, gli astrologi, i conventi e le arti. Si servì del talento al-
trui senza riguardo a nazionalità e religione, e gli stranieri.
Persiani, Saraceni e i Polo, ebbero da lui alte posizioni di fidu-
cia. Morì carico di anni e di figli, senza però esser riuscito a
domare il suo acerrimo nemico Caydu, che gli sopravvisse 6 anni.
cioè fino al 1301.
Naiam: vassallo di Kublai, era signore della Mongolia, della Man-
ciuria e della Corea; Caydu (Haitu) della Tsungaria e della
e piccola Bukaria.
84 IL MILIONE
Naiam a Gaydu, ch'era gran signore, e era nipote del Gran
Cane, ch'egli venisse dall'una parte, e egli andrebbe dall'altra,
per torgli la terra e la signoria ; e questo Gaydu disse che
ben gli piaceva, e disse d'essere bene apparecchiato a quel
tempo che avevano ordinato , e sappiate che -questi avea da
mettere in campo 100 mila uomeni a cavallo; e vi dico che
questi due baroni feciono grande ragunata di cavalieri e di
pedoni per venire addosso al Gran Cane. E quando il Gran
Gane seppe queste cose, egli non si ispaventò punto, ma sì
còme savio nomo, disse che mai non voleva portare corona
né tenere terra, se egli questi due traditori non mettesse a
morte. E sappiate che questo Gran Cane fece tutto suo appa-
recchiamento in 22 dì celatamente, sì che non si seppe, di
fuori dal suo Consiglio. Egli ebbe bene 360 mila uomeni a
cavallo, e bene 100 mila uomeni a piede ; e sappiate che tutta
questa gente furono di sua casa, e perciò fece egli così poca
gente, che s'egli avesse richiesta tutta sua gente, egli ne
avrebbe avuta tanta che non si potrebbe credere ; ma avrebbe
troppo penato, e non sarebbe istato così segreto. E questi
trecento sessanta migliaia di cavaglieli eh' egli fece, furono
pure falconieri, e gente che andava dietro a lui. E quando il
Gran Gane ebbe fatto questo apparecchiamento, egli ebbe suoi
astrologi, e domandogli s'egli dovea vincere la battaglia; ri-
spuosono di sì, e ch'egli metterebbe a morte i suoi nemici.
Lo Gran Gane si misse in via con sue gente, e venne in 20
giorni a un piano grande, ove Naiam era con tutta sua gente,
che ben erano 300 mila cavaglieli : e giunsono un die la mat-
tina per tempo, sì che Naiam non ne seppe nulla, perciò che
il Gran Gane avea fatte sì pigliare le vie, che ninna ispia gli
poteva rapportare, che non fosse presa. E quando lo Gran
Gane giunse al campo con sua gente, Naiam istava in sul
letto con la moglie in grande sollazzo, eh' e' le voleva molto
gran bene.
1)1 M. MAUC0 POI-'»
86
LXVL
Comincia la gran battaglia.
Quando l'alba del die lue venuta, el Gran (lane apparve
sopra il piano, ove Naiam dimorava molto segretamente, per-
ciò che Naiam non credeva per ninna cosa che '1 Gran Cane
venisse (juivi, e perciò non faceva guardare il campo né di-
nanzi uè di dietro. Lo Gran Cane giunse sopra questo luogo, e
avea una bertesca sopra quattro leonlanti ove avea suso in-
segne, sì che bene si vedeva dalla lunga. La sua gente era
ischierata a trenta milia, e intornearono il campo tutto quanto,
attorno attorno in un punto; e ciascuno cavaliere, quasi una
buona parte, avea un pedone in groppa con suo arco in mano;
e (piando Naiam vidde il Gran Cane con sua gente, fu tutto
[smarrito; egli e suoi e' ricorsero all'armi, e schieraronsi bene
uditamente e acconciaronsi, sì che non era se non a fedire.
Allotta cominciarono a sonare molti istromenti, e a cantare
ad alte bocie: però che l'usanza dei Tarteri è tale, che infino
la gran battaglia: la descrizione della battaglia, con le sue inia-
gini di piova di saette, col rauco suono delle trombe e dei nac-
cheri, e il rumore e le grida che vincevano i tuoni, sembra essere
ata fornita a Marco Polo dal suo compiacente segretario e tra-
duttore di annali al ministero degli affari esteri. Il suo sapore
e colore orientale ricordano il San Uno ehi, o Storia dei tre regni,
un romanzo storico molto noto. Gli elefanti mandati come tributo
alla Birmania (1288) appaiono qui per la prima volta in bat-
taglia, non come strumenti di guerra, ma per portare Y Impe-
ratore entro una torretta (bertesca) addobbata di bandiere. Il tali-
smano della croce contro le saette è un'eco delle Crociate e della
visione costantiniana, suggerita dai nestorini.
•es
80 IL MILIONE
che '1 gran nacchere) non suona, eh 'è uno istorrnento del ca-
pitano, mai non coinbatterebbono ; e infino che pena a sonare,
gli altri suonano molti istormenti, e cantano. Ora èe lo gran
cantare e '1 sonare sì grande da' ogni parte, che cioè era grande
maraviglia. Quando furono apparecchiate amendue le parti, e
gli gran naccheroni cominciarono a sonare, e l'uno venne
contro all'altro, e cominciaronsi a fedire di lande e di spade;
e fu la battaglia molta crudele e fellonesca; e le saette an-
davano tanto per l'aria, che non si poteva vedere l'aria, se
non come fosse piova; e' cavagli cadevano dall'una parte e
dall'altra, ed eravi tale lo romore, che gli tuoni non si sa-
rebbono uditi. E sappiate che Naiam era cristiano battezzato,
e in questa battaglia avea egli la croce di Cristo sulla sua
insegna. E sappiate che quella fu la più crudele battaglia, e
la più paurosa che fosse mai al nostro tempo, né ove tanta
gente morisse; e vi morirono tanta gente tra dell'una parte
e dell'altra, che xiò sarebbe maraviglia a credere: ella durò
dalla mattina infino a mezzodì passato, ma al dasezzo rimase
il campo al Gran Cane. Quando Naiam e sua gente viddono
ch'egliono non potevano Sofferire piue, missonsi a fuggire ;
ina non valse nulla, che pur Naiam fu preso, e tutti i suoi
baroni e la sua gente s' arenderono al Gran Cane.
LXVII.
Come Naiam fu morto.
E quando il Gran Cane seppe che Naiam era preso, egli
comandò che fosse morto in tal maniera : eh' egli fu messo
in su 'n tappeto, e tanto fu pallaio e menato in qua e in
gran nacchero: timballo, cassa di rame coperta di -cuoio, su cui si
batte violentemente.
al dasezzo: da ultimo.
pallaio: sballottato sul tappeto come una palla.
M M. MARCO POLO
là, ched egli morto: e cioè fece, che non voleva che '1 san-
gue del lignaggio dello imperadore facesse lamento all'aria :
e questo Naiam era di suo lignaggio. Quando questa batta-
glia fu vinta, tutta la gente di Naiani fece la rendila al Gran
(lane, e la fed'eltade. Le pfovinciè sono queste : la prima è
Giorcia, la seconda Cauly, la terza Baiscol. la quarta Chingi-
talas. Quando il Gran (lane ebbe vinta la battaglia, gli saracini.
e gli altri che v'erano di diverse genti, si diedono maraviglia
della croce che Naiam avea recata neir insegna, e dicevano
verso gli cristiani: vedete la croce del vostro Iddio come hae
aiutato Naiam e sua gente? E tanto il dicevano, che 'I Gran
(lane il seppe, e crucciossi contra a coloro che dicevano vil-
lania alti cristiani; e fece chiamare li cristiani che quivi erano,
e disse: se 'I vostro Iddio non hae ajutato Naiam, egli hae
l'atto grande ragione, perciò che Iddio è buono, e non vuol
l'are se non ragione: Naiam era disleale e traditore, che ve-
niva contro al suo signore e perciò fece Iddio bene che non
l'aiutò. Gli cristiani dissono ch'egli avea detto il vero; che
la croce non voleva fare altro che diritto: egli hae bene avuto
quello di che era degno. E (pieste parole della croce furono
,tra 'I (Iran (lane e gli cristiani.
LXVIII,
Come il Gran Cane tornò nella città di Camblau.
Oliando lo Gran (lane ebbe vinta la battaglia, come voi
avete udito, egli si tornò alla gran città di Camblau con
grande lesta e con grande sollazzo. E quando l'altro re, che
Ciorcia: la Manciuria; Cauly la Corca; Baiscol la regione del Bai kal:
Chingitalas la Tsungaria; la Bukaria invece non fu definitiva-
mente annessa alla Cina ehe nel 1718, col nome di Turkestan cinese.
Camblau : è il nome tartaro di Pekino, di cui vedi la magnifica de-
scrizione al capitolo LXX1J,
88
11- .MILIONN
(lavelli avea noine, Lidio che Naiani era istato isconiitto, riten*
nesi di non fare oste contro lo Gran Cane, ma avea gran
paura del Gran Cane. Ora avete udito come il Gran Cane
andò in oste, che tutte le altre volte pur mandò suoi fi-
gliuoli, e suoi baroni, e questa volta vi volle andare pur egli;
perciò che '1 fatto gli pareva troppo grande. Or lasciamo an-
dare questa materia, e torneremo a contare de' grandi fatti
del Gran Cane. Noi abbiamo contato di quale lignaggio e' fu,
e sua nazione; ora vi dirò degli doni ch'egli fece alli baroni
i quali si portarono bene nella battaglia, e quello che fece a
quelli che furono vili e codardi. Io vi dico che agli prodi
diede, che s'egli era signore di 100 uomeni, egli lo fece di
1000, e faceali gran doni di vassellamenta d'ariento e di ta-
vole da signore; quegli eh' hae signoria di 100 ha tavola di
ariento; e quegli che l'ha di 1000 l'hae d'oro, e d'ariento
v d'oro; e quegli che hae signoria di 10000 ha tavola d'oro
a testa di lione. Lo peso di queste tavole si è cotale; che
quelli che hae siguoria di 100 o di 1000 la sua tavola pesa
libbre 120, e quella e' ha testa di lione pesa altrettanto, le
altre sono d' argento e in tutte queste tavole è scritto un
comandamento che dice così: « per la forza del grande Iddio,
e per la grazia e' ha donata al nostro imperatore, lo nome
del Gran Cane sia benedetto, e tutti quelli che non ubidiranno
siano morti e distrutti ». E ancora questi che hanno queste
tavole hanno brivilegi ov' è iscritto tutto ciò che debbono fare
nella loro signoria. Ancora vi dico che colui che ha signoria
di 10000 uomeni, o è signore d' una grande oste generale,
questi hanno tavola che pesa libbre 300, e havvi iscritte let-
tere che dicono così come io v' ho detto di sopra, è disotto
alla tavola èe iscolpito un leone, e dall'altro lato èe il sole
e la luna ; ancora hanno brivilegi di gran comandamenti, e
di gran fatti; e questi ch'hanno queste nobile tavole, hanno
per comandamento che tutte le volte eh' egliono cavalcano,
DI .M. MARCO POLO
debbiano pollare sopra lo capo un palio in siguiiicanza di
grande signoria, e tutta volta quando seggono, debbiano se-
dere in sedia d'ariento. Ancora questi cotali, loro dona lo
Gran (-ano una tavola, nella quale ha eli sopra un lione e
un girfalco intagliali, e cpieste tavole dona egli agli tre gran
baroni, perciò ch'abbiano balia com'egli medesimo, e puote
prendere lo cavallo del signore quando gli piace, uon che
gli altri. Or lasciamo di questa materia, e conteròvi delle
fattezze del Gran Cane e di sua contenenza.
LXLX.
Delle fattezze del Gran Cane.
Lo (Iran Signore de' Signori, che Goblai (lane è chiamato,
è di bella grandezza: né piccolo, ne grande, ma è di mez-
zana fatta ; egli e carnuto di bella maniera ; egli è troppo
bene tagliato di tutte membra; egli hae lo suo bianco e ver-
miglio come rjosa, gli occhi neri e belli, lo naso ben fatto e
ben gli siede. Egli hae tuttavia quattro femmine, le quali
tiene per sue diritte mogli. E '1 maggiore figliuolo, eh' egli
ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione
dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chia-
mate imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e
ciascuna di queste donne tiene corte per sé; e non ve n'ha
ninna che non abbia 300 donzelle, e hanno molti valletti e
scudieri, e molti altri uomeni e femmine, sì che ciascuna di
queste donne ha bene in sua corte 1000 persone. E quando
vuole giacere con alcuna di queste donne, egli la fa venire
in sua camera, e talvolta vaé alla sua. Egli tiene ancora
molte amiche; e dirovvi com'egli è vero, che gli è una ge-
palio : il parasole rosso portato innanzi ai grandi dignitari.
90 IL MILIONE
iterazione eli Talleri, che sono chiamati Ungrat, che sono
molta bella gente e avellenti, e di queste sono iscelte 100 le
pili belle donzelle che vi sieno, e sono menate al Gran Cane;
ed egli le fa guardare a donne del palagio, e falle giacere
appresso lui in un letto per sapere s'ella hae buono fiato,, e
per sapere s'ella è pulcella, e bene7 sa d'ogni cosa; e quelle
che sono buone e belle di tutte cose, sono messe a servire
lo signore in tal maniera, coni' io vi dirò. Egli è vero che
ogni tre dì e tre notti, sei di queste donzelle servono lo si-
gnore in camera e al letto e a ciò che bisogna, e '1 signore
fae di loro quello eli 'egli vuole, e di capo di tre dì e di tre
notti vengniono le altre sei donzelle, e cosìe vae tutto l'anno
di sei in sei donzelle.
De' figliuoli del Gran Cane.
Ancora sappiate, che '1 Gran Cane hae delle sue quattro
moglie 22 figliuoli maschi; lo maggiore avea nome Ginghys
Cane, e questo dovea essere Gran Cane e signore di tutto
l' imperio. Ora avvenne ch'egli morìo, e rimase un figliuolo
eh' ha nome Temur, e questo Temur dee essere Gran Cane
e signore, perchè fu figliuolo del maggiore figliuolo. E sì vi
dico, che costui è savio uomo e prode e bene approvato in
Ungrat: TJiguri, Ugri, o Kirghizi degli Aitai, progenitori degli Un-
gheresi, le cui donne sono note anche oggi per la loro avve-
nenza. Le imperatrici della dinastia Tatsing, mancese, erano
scelte tra le famiglie dei più alti dignitari di quella regione. Le
mancesi che s' incontrano oggi a Pelano si riconoscono dall'ac-
conciatura del capo, dal piede cresciuto liberamente e non stor-
piato, e dal loro portamento sicuro e disinvolto.
DI M. MAR» 0 POLO (.)1
pili battaglie. E sappiate che "1 (Iran (lane ha 25 figliuoli di
sur amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora dico che
(Irgli ±2 figliuoli ch'egli ha delle 4 moglie, gli sette ne sono
re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni,
come savi e prodi uomeni che sono, e hen tengono ragione,
e risomigliano dal padre di prodezza e di senno, ciré 1 mi-
gliore rettore di genti e d'osti che mai fosse tra' Talleri. Or
v* ho divisato del Gran Cane, e di sue femmine e di suoi
figliuoli, ora vi diviserò com'egli tiene sua corte, e sua
maniera.
LXXI.
Del palagio del Gran Cane.
Sappiate veramente che '1 Gran (lane dimoia nella mastra
città, eh' è chiamata Cambiali, tre mesi dell'anno, Cioè, di-
cembre, gennaio e febbrajo, e in questa città ha suo grande
palagio: ed io diviserò com'egli è fatto. Lo palagio è di muro
quadro, per ogni verso un miglio, e in su ciascuno canto di
(piesto palagio è uno molto bel palagio, e quivi si tiene tutti
gli arnesi del Gran Cane, cioè, archi, turcassi e selle e freni,
corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste e a guerra.
E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in (piesto cer-
còvito, sì che in questo muro attorno attorno sono otto pa-
lagi, e tutti sono pieni d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una
Lo palagio: il palagio imperiale consiste di vari padiglioni {t'ing)
sostenuti da colonne di 7 piedi di circonferenza. Le camere, alte
e spaziose (oltre 30 metri quadrati) poggiano su di un « ispazzo »
o pavimento, rialzato 10 palmi dal suolo, e non hanno palco o
tramezzo. La loro pesante copritura, o tetto di tegole verniciate
giallo e biodo (viola, blu) si vede splendere nell'azzurro puris-
simo del cielo di Pekino dall'alto delle sue mura.
cercòvito : circuito.
92 IL MILIONE
cosa. E in questo muro, verso la faccia del mezzodì, hae
cinque porte, e nel mezzo è una grandissima porta, che non
si apre mai né chiude se non quando il Gran Cane vi passa,
cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due pic-
cole, da ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dal-
l'altro lato n'hae un'altra grande, per la quale entra comu-
nemente tutta l'altra gente, cioè ogni uomo. E dentro a questo
muro hae un altro muro, e attorno attorno hae otto palagi
come nel p rimaio, e così sono fatti; ancora vi stae gli arnesi
del Gran Cane. Nella faccia verso mezzodie hae 5 porte, nel-
l'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il palagio del
Gran Cane, elfo fatto com' io vi conterò. Egli è il maggiore
che mai fu veduto, egli non v'ha palco; ma lo ispazzo èe
alto più che l'altra terra bene 10 palmi; la copritura è molto
altissima. Le mura delle sale e delle camere sono tutte co-
perte d'oro e d'ariento, havvi iscolpite belle istorie di donne,
di cavalieri, e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose;
e la copritura èe altresì fatta che non vi si può vedere altro
che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga, che bene vi
mangiano 6000 persone, e havvi tante camere, eh' è una ma-
raviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è
vermiglia e bioda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene
invernicata, che luce come oro o cristallo, sì che molto dalla
lunge si vede lucere lo palagio. La copritura è molto ferma.
Tra l'uno muro e l'altro dentro a quello eh' io v' ho contato
di sopra havvi begli prati e albori, e havvi molte maniere di
bestie salvatiche, cioè, cervi bianchi, cavriuoli, e dani, le
bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini, e altre belle bestie.
LS, terra dentro questo giardino è tutta piena dentro di queste
bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano ; e dalla parte
verso il maestro hae uno lago molto grande, ove hae molte
dani : daini.
maestro: nord-ovest.
/
UT M. MARCO POLO 93
generazioni di pesci. E sì vi dico che un gran fiume v'entra
ed esce, ed èe sì ordinato, che ninno pesce ne pnote uscire
(e liavvi fatto mettere molte ingenerazioni di pesci in questo
lago), e questo è con rete di ferro. Anche vi dico, che verso
tramontana, da lungi del palagio una arcala, ha fatto fare un
monte, eh' è alto bene 100 passi, e gira bene un miglio, lo
quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo
perdono foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando
è detto al Gran (lane d'uno bollo albore, egli lo fa pigliare
con tutte le barbe e con molta terra e fallo piantare in quel
monte, e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leon-
fanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della
terra dello azzurro eh' è tutta verde, si che nel monte non
ha cosa se non tutla verde, perciò si chiama lo monte verde.
E in sul colmo del monte è un palagio e molto grande, sì
che a guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che '1
guardi, che non ne prenda allegrezza; e per avere quella bella
vista l'ha fatto fare il Gran Signore per suo conforto e sol-
lazzo. Ancora vi dico, che appresso di questo palagio n'hae
un altro né più né meno fatto, ove istà lo nipote del Gran
(lane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo
di Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran (lane; e
(|uesto Temur che dee regnare tiene tutta la maniera del suo
avolo, e ha già bolla d'oro e sugiello d' imperio, ma non fa
l'ufieio finché Tavolo è vivo.
un gran fiume : il fiume che traversa la cinta imperiale è il Yuho,
••he si gitta nel Peiho. La montagna verde (Chings han) e il
lago, ritrovo di pattinatori nell'inverno, formano una delle at-
trattive della residenza imperiale.
una arcata : un trar d'arco.
94
IL MILIONE
LXXII.
Della città grande di Cambiati
Dacché v'ho contati de' palagi, sì vi conterò della grande
città di Cambiali, ove sono questi palagi, e perchè fu fatta,
e com'egli è vero, che appresso a questa città n'avea un'altra
grande e bella, e avea nome Camblau, che vale a dire, in no-
stra lingua la città del Signore ; e il Gran Cane trovando per
astrolomia, che questa città si dovea Ribellare, e dare gran
briga allo imperio, e però il Gran Cane fece fare questa città
presso a quella, che non v' è in mezzo se non un fiume, e
Camblau : Cambaluc (Kaan-baligh, la città del Khan, Fattuale
Pekino), fu edificata e murata da Kublai tra il 1264 e il 74, a
nord dell' antica Yenching, i cui principali abitanti vi furono
trasportati come ostaggi. Dal racconto di Marco parrebbe che
anche la città distrutta fosse chiamata Camblau; il testo fran-
cese dice che Kublai diede alla capitale il nome di Taidù (resi-
denza della Corte).
La divisione in città tartara e cinese data dai Manciù ; la
prima è riservata alla Corte ed ai Tartari ; la seconda co1 suoi
sobborghi è abitata da Cinesi e da mercanti, possiede alberghi
e luoghi di ritrovo per i forastieri. Le vie principali, larghe e
dritte, tracciate secondo i punti cardinali e munite di fogne,
sono oggi una pestilente rovina di fossi, di fango e di polvere.
Le rughe (confr. il ir. rue) o vie trasversali, non mostrano che
gli usci delle case e la rara punta di un tetto, e sono chiuse da
pancelli. Le porte della città vengono chiuse la notte al sonar
del coprifuoco. La cinta imperiale è vigilata da soldati. Non c'è
l'abitudine della vita all'aria aperta, l'uso della passeggiata nel
corso o sui viali, e le conseguenti spese di spazzatura, illumi-
nazione e guardie di città. I corvi fanno* il loro nido sugli al-
beri attorno alle case; e stormi di colombi svolazzano per l'aria,
DI M. MABCO POLO 95
fece cavare la gente di quella città, e mettere in quell'altra,
la quale è chiamata Cambiati. Questa città è grande in giro
da 24 miglia, cioè sei miglia per ogni canto, ed è tutta qua-
dra, che non è più dall' uno lato che dall'altro ; questa città è
murata di terra, e sono grosse le mura 10 passi, e alte 20, ina
non sono così grosse di sopra come di sotto ; anzi vegnono di
sopra assottigliando tanto, che vengono grosse di sopra tre
passi, e sono tutte merlate e bianche; e quivi ha L2 porte, e
in su ciascuna porta hae un gran palagio, sì che in ciascuno
quadro hae tre porte e cinque palagi. Ancora in ciascuno qua-
dro di questo muro hae un grande palagio, ove istanno gli
uomeni che guardano la terra. E sappiate che le rughe della
città sono sì ritte, che 1' ima porta vede 1' altra : e di tutte
con un fischietto automatico attaccatogli alla coda dai loro pa-
droni per difenderli dagli uccelli rapaci. Alle donne è proibito
andare nei templi buddistici. Il teatro — un'arena di tavole —
è invece affollatissimo ed aperto in permanenza. La vita pri-
vata, spesso di quattro generazioni della stessa famiglia, si
svolge raccolta sotto il medesimo tetto o nell' atrio della casa,
come in un patio spagnuolo o in un impluvio pompeiano. I
negozi, senza vetrine, affollati di uomini e rischiarati da un lu-
cernario, non hanno alcuna attrattiva per le signore. Il tempio
di Confucio (Kuo Txù chien), la Lamaseria mongola (Yung ho
kung), il Mercato del Lung fu sstì, e le dodici porte della città
si possono a stento chiamare i soli monumenti notevoli della
gran capitale. L'architettura cinese non è riuscita a costruire,
oltre mura, canali, scarpate e ponti, ne un palazzo, ne un tem-
pio, né un teatro, nò una scuola. L'unica sua produzione, il
padiglione dal tetto pesante, sopracarico di dragoni e d' uccelli
di maiolica, cogli angoli rivolti in alto, che ricorda la sua ori-
gine, la tenda, è rimasta inalterata fino ad oggi. Le ville im-
periali fuori di Pekino — Wan shou shan e Yuan ming yuan
— sono costruzioni relativamente moderne del XVII secolo, di-
rette ed abbellite da missionari italiani.
96 IL MILIONE
quante incontra così. Nella terra ha molti palagi, e nel mezzo
n'hae uno, ov' è suso una campana molto grande, t^he suona
la sera tre volte, che niuno non puote poi andare per la terra
sanza grande bisogno, o di femmina che partorisse, o per al-
cuno infermo. Sappiate che ciascuna porta guarda 1000 uo-
meni, e non crediate che vi si guardi per paura d' altra gente,
ma fassi per riverenza del Signore, che là entro dimora, e
perchè gli ladroni non facciano male per la terra. Ora v'ho
contato di sopra della città : or vi voglio contare com' egli
tiene corte e ragione, e di suoi gran fatti ; cioè del Signore.
Or sappiate che '1 Gran Cane si fa guardare da 12,000
uomeni a cavallo, e chiamansi questi «tan ». cioè a dire cava-
lieri fedeli del Signore, e questo non fae per paura; e tra
questi 12 000 cavalieri, hae quattro capitani, sì che ciascuno
n' hae 3000 sotto di sé, de' quali ne stanno sempre nel pa-
lagio 1' una capitaneria che sono 3000, e guardano tre dì e
tre notti, e mangianvi e dormonvi. Di capo degli tre dì que-
sti se ne vanno, e gli altri vi vengono, e così fanno tutto
l'anno. E quando il Gran Cane. vuole fare una grande corte,
le tavole istanno in questo modo. La tavola del Gran Cane
è alta più che V altre, e siede verso tramontana, e volge il
volto verso mezzodie. La sua prima moglie siede lungo lui
dal lato manco ; e dal lato ritto, più basso un poco, seggono
gli figliuoli e gli nipoti, e suoi parenti che sieno dello impe-
riale lignaggio, sì che il loro capo viene agli piedi del Si-
gnore. Poscia seggono gli altri baroni più a basso, e così va
delle femmine, che le figliuole del Gran Cane* signore e le
nipote e le parenti seggono più basso dalla sinistra parte, e
ancora più basso di loro le moglie di tutti gli altri baroni ;
e ciascuno sae il suo luogo ov' egli dee sedere per 1' ordina-
mento del Gran Cane. Le tavole sono poste per cotal modo,
che '1 Gran Cane puote vedere ogni uomo, e questi sono
grandissima quantitade. E di fuori di questa sala ne mangia
•v
■Il
V
V,
DI M. MARCO PÒLO 97
più di 40 000, perchè vi vengono molti uonaeni con molti pre-
senti, gli quali vi vengono di strane contrade con istrani pre-
senti. E di tali ve n' hae eh' hanno signoria, e questa cotal
gente viene in questo cotal die, che 1 Signore fae nozze e
tiene corte e tavola. E un grandissimo vaso d'oro fine, che
tiene come una gran botte, pieno di buon vino, ista nella
sala, e da ogni lato di questo vaso ne sono due piccoli ; di
(jnel grande si cava di quel vino, e degli due piccoli, beve-
raggi. Havvi vaselli vernicati d' oro, che tiene 1' uno tanto
vino che ne avrebbono assai più d'otto uomeni, e hanne per
le tavole tra due uno. E anche ha ciascuno una coppa d'oro
con manico, con che beono ; e tutto questo fornimento è di
gran valuta. E sappiate che '1 Gran Signore hae tanti vasel-
lamenti d'oro e d'ariento, che non potresti credere se noi
vedessi. E sappiate che quegli che fanno la credenza al Gran
Cane signore, sono grandi baroni, e tengono fasciata la bocca
e il naso con begli drappi di seta acciò lo loro fiato non an-
dasse nelle vivande del Signore. E quando il Gran Cane dee
bere, tutti gli stormenti suonano, che ve n' ha grande quan-
tità; e questo fanno quando hae in mano Ja coppa, e allotta
noni uomo s'inginocchia, e baroni e tutta gente, e fanno se-
gno di grande umilitade ; e così si fa tuttavia che dee bere.
Di vivande non vi dico, perciò che ogni uomo dee credere
<*lf egli n' hae grande abondanza ; nò non v' ha niuno barone
aè cavaliere, che non vi meni sua moglie perchè mangi col-
I altre donne. Quando il Gran Signore ha mangiato, e le ta-
vole sono levate, molti giucolari vi fanno gran sollazzo di
tragittare e d' altre cose ; poscia se ne va o^ni uomo al suo
albergo.
giucolari: giullari, giocolieri, prestidigitatori entrano in scena an-
cor oggi alla fine dei pranzi cinesi.
I. — 11 Milton,
98 IL MILIONE
LXXIII.
Della festa della natività del Gran Cane.
Sappiate che tutti gli Tarteri fanno festa di loro nativi-
tade. Il Gran Cane nacque a dì 28 di settembre in lunedì ;
e ogni uomo in quel dì fae la maggiore festa che egli faccia
per neuna altra cosa, salvo quella ch'egli fa per lo capo del-
l'anno, com'io v'ho contato. Ora lo Gran Cane lo giorno
della sua nativitade si veste di drappi d'oro battuto, e con
lui si vestono 12 000 baroni e cavalieri, e tutti d'un colore
e d' una foggia, ma non sono sì cari; e hanno gran cinture
d' oro, e questo dona loro il Gran Cane. E sì vi dico che v' ha
tale di queste vestimenta, che vagliono le pietre preziose e
le perle, che sono sopra queste vestimenta, più di 10000 bi-
santi d' oro : e di questi v' ha molti ; e sappiate che il Gran
Cane dona 13 volte l'anno ricche vestimenta a quei 12 000 ba-
roni e vestegli tutti d'un colore con lui; e queste cose non
potrebbe ben fare niuno altro signore ch'egli, né mante-
nerlo.
LXXIV.
Qui divisa della festa.
Sappiate che '1 dì della sua nativitade tutti gli Tarteri del
mondo, e tutte le provincie che tengono le terre da lui, lo
dì fanno gran festa, e tutti il presentano secondo che si con-
viene e a chi '1 presenta e com' è ordinato; ancora lo pre-
senta chi da lui vuole alcuna signoria, e il Gran Signore hae
12 baroni che donano queste signorie a questi cotali secondo
12 baroni : j presidenti dei Ministeri, che formavano il Consiglio
di Stato (v. pag. 112).
DÌ m. marco polo 99
che si conviene. E questo dì ogni generazione di genti fanno
prieghi agli loro Iddìi, che gli salvino lo loro signore, e che
gli doni lunga vita e gioia e santa : e così fanno quel dì gran
lesta. Or lasciamo questa maniera, e dirovvi di un'altra festa
ch'egli fanno a capo dell'anno, la quale si chiama la bianca
lesta.
LXXV.
Della bianca festa.
Egli è vero che fanno lor festa in capo d' anno del mese
di febbraio. E lo Gran Cane e sua gente ne fanno cotale fe-
sta : egli è usanza che lo Gran Cane e sua gente si vestono
di vestimenta bianche, e maschi e femmine, purché le possa
lare, e questo fanno però che i vestiri bianchi somigliano a
loro buoni e avventurosi : e però il fanno di capo dell'anno,
perchè a loro prenda tutto l'anno flene e allegrezza. E questo
die, chi tiene terra da lui, sì '1 presenta grandi presenti, se-
condo eh' egli possono, d'oro o d'ariento e di perle e d'altre
cose; ed èe ordinato ogni presente, quasi i più, cose bianche.
E questo fanno perchè in tutto Y anno abbiano tesoro assai
santa: sanità.
La bianca festa: è quella del Capo d'anno, che in Cina ha luogo
alla prima luna di Febbraio, quando comincia il nuovo anno
lunare, e dura un mese. Oggi quest1 è la festa cinese per ec-
cellenza. Si chiude bottega per far un fracasso indemoniato
con tam-tam e petardi, si chiudon gli uffici per scambiarsi au-
guri, visite, strenne. Il colore di festa oggi è il rosso. Il sug-
gello ufficiale, la carta da lettere, i biglietti da visita sono rossi.
Il violaceo e il bianco sono invece colori di lutto. La cintura
gialla e la giacca di seta gialla sono le più alte decorazioni
i inesi. La cronologia cinese, calcolata sull'anno lunare, comincia
il 2637 a. C. Essa è notata non coi numeri, ma con un sistema
100 IL MILIONE
e allegrezza. E anche in questo die sono presentati al Gran
Cane più di 10000 cavalli bianchi belli e ricchi ; e ancora
più di 5000 leonfanti tutti coperti di panno ad oro e a seta,
e ciascuno hae addosso uno iscrigno pieno di vasellamenta
d'oro e d'ariento, o d'altre cose che bisognano a quella fe-
sta, e tutti passano dinanzi dal Signore; e questa è la più
bella cosa che giammai sia veduta. (Lo scrigno vuol dire in
nostra lingua un forzieretto) . E ancora vi dico che la mattina
di questa festa, prima che le tavole sieno messe, tutti gli re,
duchi e marchesi e conti e baroni e cavalieri, astrolomi e
falconieri, e molti altri officiali, rettori di terre, di genti e
d' osti, vegnono dinanzi alla sala del Gran Cane, e quelli che
quivi non capiono, dimorano di fuori del palagio in luogo che
lo signore gli vede ben tutti ; e sono così ordinati. Prima
sono i figliuoli e nipoti e quelli dello imperiale lignaggio,
appresso lo re, e appresso gli duchi, poscia gli altri per or-
dine, com' è convenevole. Quando sono tutti assettati cia-
scuno nel suo luogo allotta si leva un grande parlato, e dice
di 12 caratteri detti ti chi (rami terrestri), accoppiati con altri
IO caratteri detti tien kart (tronchi celesti), in modo che for-
mano 60 coppie, sufficienti a indicare i 60 anni del ciclo, o se-
colo cinese. Questo sistema d'origine caldàica serve per notare
Panno, il mese, il giorno e l'ora, di ciascun uomo, « e ognuno
sa queste cose (cioè questi 8 caratteri) di se stesso ». Il padre
tiene lo stato civile di casa. Le dato dei documenti ufficiali sono
notate non col millennio, ma col nienhao, ossia con due carat-
teri indicanti il nome che 1' Imperatore ha assunto salendo al
trono, e l'anno del suo regno; in modo che i forestieri hanno
bisogno di un calendario coordinato, solare e lunare, per cercare
la data corrispondente.
un grande parlato : il grande cerimoniere che ordina l'omaggio
della prosternazione (Ko t'ou) il quale si compie battendo il suolo
colla fronte tre o nove volte. Da questa cerimonia sono oggi
esenti i ministri esteri e il loro seguito.
I
HI M. MARI 0 POLO I <>1
,kI alta boce : inchinate ed adorale : e così tosto coni' egli ha
detto, questi hanno tutti la fronte in terra, e dicono loro ora-
zioni verso lo signore, allotta l'adorano come iddio, e questo .
fanno quattro volte. Poscia si vanno ad un altare. o\ ' ha suso
una tavola vermiglia, nella quale è iscritto il nome del Gran
Cane, »i ancora v'ha un hello incensiere, e inciensano ([nella
tavola e l'altare a gran riverenza : poscia si tornano al Ioni
luogo. Quand' hanno così fatto, allotta si fanno gli presenti
eli' io v' ho contato, che sono di gran valuta. Quando questo è
l'alto, sì che il (Iran (lane 1' ha vedute tutte queste cose, met-
lonsi le tavole, e pongonsi a mangiare così ordinatamente
coni* io \ ' ho contato di sopra. Or v' ho contato della bianca
lesta del capo dell' anno ; or vi conterò d' una nobilissima
cosa eh' ha fatto lo Gran Cane : egli hae ordinate certe ve-
stimenta a certi baroni che veglione a questa festa.
LXXVI.
Dei 12 baroni che vengono alla festa,
come sono vestiti dal Gran Cane.
Or sappiate veramente che 'I Gran (lane hae 1*2 baroni
che sono chiamati «quita». cioè a dire li prossimani figliuoli
del signore. Egli dona a ciascuno 13 robe, e ciascuna divi-
sata I' una dall'altra di colori: e sono adornate di pietre e
di perle e d'altre ricche cose, che sono di gran valuta. An-
cora dona a ciascuno uu ricco iscaggiale d'oro molto bello,
e dona a ciascuno calzamento di carnuto lavorato con fila
d'oriento sottilmente1, che sono molto begli e ricchi. Egli sono
iscaggiale: cintura (taì tvu).
calzamento di carnuto: calzamelo con gambuto (gambale) di ca-
moscio ricamato in argento, per ripararsi dalla mota.
102 IL MILIONE
sie adornati, che ciascuno pare un re. E ciascuna di queste
feste è ordinata qual vestimenta si debbia mettere; e così
lo gran Signore hae 13 robe simile a quelle di quei baroni,
cioè di colore ; ma elle sono più nobile e di più valuta. Or
v' ho contato delle vestimenta che dona lo signore agii suoi
baroni, che sono di tanta valuta che non si potrebbe contare.
E tutto cioè fae il Gran Cane per fare la festa sua più or-
revole e più bella. Ancora vi dico una grande maraviglia,
che un gran leone è menato dinanzi al Gran Signore, e quan-
d' egli vede il Gran Signore, egli si pone a giacere dinanzi
da lui, e fagli segno di grande umiltade, e fa sembianza
ch'egli lo conosca per signore, ed è sanza catena e sanza
legatura alcuna ; e questo è bene grande maraviglia. Or la-
sciamo istare queste cose, e conterò vvi della grande caccia
eh' egli fa fare, cioè il Gran Cane, come voi udirete.
LXXVIL
Della grande caccia che fa il Gran Cane.
Sappiate di vero sanza mentire, che 1 Gran Signore dimorfi
nella città del Gatai tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gen-
naio e febbraio. Egli ha ordinato che 40 giornate d'intorno a
lui, che tutte gente debbiano cacciare e uccellare. E hae or-
dinato che tutti signori di genti, di terre, che tutte le gran
bestie selvatiche, cioè cinghiari, cervi e cavriuoli e dani ed
altre bestie, gli sieno recate, cioè la maggiore partita Hi
quelle gran bestie : e in questa maniera cacciano tutte le
genti eh' io v' ho contate. E quegli delle 30 giornate gli man-
dano le bestie, e sono in grande quantità e cavano loro tutto
lo interame dentro ; quegli delle 40 giornate non mandano
le carne, ma mandano le cuoia, però che il signore ne fa
tutto fornimento da arme e da osti. Or v' ho divisato della
caccia, ora vi diviserò delle bestie fiere che tiene lo Gran Cane.
IM M. MAKf" POLO 10M
LXXVIII.
De' leoni e dell' altre bestie da cacciare.
Ancora sappiate che '1 Gran Sire ha bene leopardi assai.
e che tutti sono buoni da cacciare e da prendere bestie; egli
hae ancora grande quantità di leoni, che tutti sono ammae-
strati a prendere bestie e molto sono buoni a cacciare; egli
lui piue leoni grandissimi, e maggiori assai che quegli di
Bambellonia : egli sono di molto bel pelo e di bel colore, che
egli sono tutti vergati per lo lungo, neri, vermigli e bianchi.
e sono ammaestrati a prendere porci salvatichi, e buoi sal-
vatichi. cervi, cavriuoli, orsi e asini salvatichi, e altre bestie.
E sì vi dico eh' egli è molto bella cosa a vedere le bestie
salvatiche quando il lione le prende, che quando vanno alla
caccia egli gli portano in sulle carrette in una gabbia, e ha
seco un piccolo cane. Egli hae ancora il signore grande
abondanza d' aguglie, colle quali si pigliano volpi e lievrr e
dani e cavriuoli e lupi ; ma quelle che sono amaestrate a
lupi, sono molte grandi e di grande podere, che egli non è
sì grande lupo che iscampi dinanzi da quelle aguglie, che
non sia preso. Oravi conterò della grande abondanza de'buoni
cani che hae lo Gran Sire.
Egli è vero che 'I Gran Cane hae due baroni, gli quali sono
fratelli carnali, che l'uno ha nome Baian, e l'altro Manga:
li sono chiamati «tinuci», cioè a dire, quegli che tengono
i leoni: vergati per lo lungo, addestrati alla caccia, sono leopardi o
lonze (leonze) felis jubaba, detti neir Indostan cheetar, e colà
usati per la caccia delle antilopi.
aguglie: aquile.
tinuci: nome della carica che corrisponderebbe a Grandi Cacciatori
del re. Baian diventò generale e si coprì di gloria nella presa
di Hangchow (vedi cap. CXX),
J04 IL MILIONE
gii cani mastini. Ciascuno di questi frategli liae 10 000 uo-
meni sotto sé, e tutti gli 10 000 sono vestiti d'un colore, e
gli altri sono vestiti d'un altro colore, cioè vermiglio e biodo.
E tutte le volte eh' egli vanno col Gran Sire a cacciare si
portano quelle vestimenta eh' io v' ho contate ; e di questi
10 000 n' hae bene 2000, che ciascuno hae un gran mastino
con seco, o due o più, sì eh' e' sono una grande moltitudine.
E quando il Gran Sire va alla caccia mena seco l'uno di que-
sti due fratelli con 10 000 uomeni, e con ben 5000 cani dal-
l'una parte; e l'altro fratello si è dall'altra coli' altra sua
gente e cani; e vanno sì di lungi l'uno dall'altro, che ten-
gono bene una giornata o più. Egli non truovano niuna be-
stia salvatica, che non sia presa. Egli è troppo bella cosa a
vedere questa caccia, e la maniera di questi cani e di questi
cacciatori, che io vi dico, che quando il Gran Signore va
co' suoi baroni uccellando, vedesi venire attorno di questi
cani cacciando orsi, porci e cavriuoli e cerbi e altre bestie, e
d' una parte e dall' altra ; sì che è bella cosa a vedere. Ora
v' ho contato della caccia di cani, or vi conterò come il Gran
Cane va gli altri tre mesi.
LXXIX.
Come il Gran Cane va in caccia.
Quando il Gran Sire ha dimorato tre mesi nella èittà eh' io
v* ho contato di sopra, cioè dicembre e gennaio e febbraio,
sì si parte di quindi del mese di marzo, e vae in verso il
mezzodie infino al mare oceano, che v'ha due giornate, e mena
con seco ben 10 000 falconieri, e porta bene 500 girfalchi e
falconi pellegrini e falconi sagri in grande abondanza ; ancora
sagri: falconi persiani detti asker o shahr. L'astore che serviva a
uccellare in riviera è il cormoran (corbus marimis), di cui si
fa uso anche oggi.
DI Bf. MARCO POLO IO
porta grande quantità d'astori per uccellare in riviera; e non
crediate che lutti gli tenga insieme, ma l'uno istà (pia e l'altro
là. a 100 a '200, e a più e a meno, e questi uccellano, e la
maggior parte ch'egli prendono danno al signore. E sì vi dico
ehe (pianilo il Gran Sire va uccellando co' suoi falconi e cogli
altri uccelli egli liae bene 10 000 uomeni che sono ordinati
a due a due, che si chiamano «tostaer» che viene a dire in
nostra lingua, uomo che dimora a guardia; e questo si fa a
due a due, acciò che tenghino molta terra ; e ciascheduno
hae lunga e cappello e sturmento da chiamare gli uccelli, e
tenergli. E quando il Gran Cane fa gittare alcun uccello.
e' non bisogna che quegli che '1 getta gli vada dietro, perciò
che (piegli uomeni eh' io v' ho detto di sopra, che stanno a
due a due, gli guardano bene, che non puote andare in niuna
parte che non sia preso. E se all'uccello fa bisogno soccorso,
egli gliel (lamio incontanente. E tutti gli uccelli del Gran Sire
e degli altri baroni hanno una piccola tavola d'ariento a/piedi.
ov* è iscritto il nome di colui di cui èe l'uccello, e per que-
sto è conosciuto di cui egli è : e com'è preso, così èrenduto
a cui egli è. e s'egli non sa di cui ei si sia. sì '1 porta ad
uno barone, eh' ha nome « bulargugi ». cioè a dire guardiano
delle cose che si truovano. E quegli che il piglia, se tosto
noi porta a quel barone, è tenuto ladrone : e così si fa de 'ca-
vagli e di tutte cose che si truovano. E quel barone sì lo fa
guardare tanto che si tniova di cui egli è. e ogni uomo il
(piale ha perduto veruna cosa incontanente ricorre a questo
barone; e questo barone istà tuttavia nel più alto luogo del-
tostaer: sono gli strozzieri (cinese: tossii c/na rhr) che tengono i
falconi con una striscia di cuoio, « la lunga » . Il cappello di
«uoio serve a coprire il falcone perchè non veda luce e non si
dibatta.
bulargugi: (cinese: wu lou rhr wu ss/'<) sopraintendente delle cose
smarrite.
106 IL MILIONE
l'oste con suo gonfalone, perchè ogni uomo il vegga : sì che
chi ha perduto sì se ne rammenta, quando il vede ; e così
non vi si perde quasi nulla. E quando il Gran Sire va per
questa via verso il mare oceano, eh' io v7 ho contato, e'puote
vedere molte belle viste di vedere prendere bestie e uccelli ;
e non è sollazzo al mondo che questo vaglia. E '1 Gran Sire
va tuttavia sopra quattro lionfanti, ov'eglHiae una molto bella
camera di legno, 'la quale è dentro coperta a drappi d' oro
battuto, e di fuori è coperta di cuoia di leoni. Lo Gran Sire
tiene tuttavia quivi entro 12 girfalchi dei migliori eh' egli ab-
bia ; e quivi dimora più baioni a suo sollazzo e a sua com-
pagnia. E quando il gran Sire va in questa gabbia, e gli cava-
lieri che cavalcano presso a questa camera, dicono al signore :
Sire, grue passano : ed egli allora fae iscoprire la camera, è
prende di quegli girfalchi e lasciagli andare a quegli grue ; e
poche gliene campano che non sieno prese ; e tuttavia il gran
Sire dimora in sul letto, e ciò gli è ben gran sollazzo e di-
letto : e tutti gli altri cavalieri cavalcano attorno al signore.
E sappiate che non è niuno signore al mondo, che tanto sol-
lazzo in questo mondo potesse avere, né che avesse il podere
d'averlo, né fu, né mai sarà, per quello eh* io creda. E quando
egli è tanto andato, ch'egli è venuto ad un luogo eh' è chia-
mato Tarcarmodu, quivi fa tendere suoi padiglioni e tende (e
di suoi figliuoli e di suoi baroni e di sue amiche che sono
più di 10 000) molto belli e ricchi. E diviserovvi com'è fatto
il suo padiglione. La sua tenda ov', egli tiene la sua corte,
ed è sì grande che bene vi stanno sotto 1000 cavalieri, e
questa tenda ha la porta verso mezzodie, e in questa sala
dimorano i baroni e altra gente. Un' altra tenda è, che si
tiene con questa, ed è verso il ponente. E in questa dimora
lo signore. E quando egli vuole parlare ad alcuno, egli lo fa
Tarcarmodu: Chakiri mondu, paese sull'alto Ussuri, affluente del-
PAmur.
DI M. MARCO POLO 107
andare là entro: e dirieto della gran sala, è una camera ove
dorme il signore. Ancora v' hae altre tende, ma non si ten-
dono colla gran tenda. E sappiate che le due sale, ch'io v'ho
contate, e la camera sono fatte conr io vi conterò. Ciascuna
sala hae quattro colonne di legno di spezie molto belle : di
Inori sono coperte di cuoia di leoni, sì eh' acqua né altra
cosa non vi passa dallato ; dentro sono tutte le pelle d' ar-
mine e di gierbellini. e sono quelle pelle che sono più belle
e piò ricche e di maggiore valuta che pelle che sieno. Ma
bene è vero, che la pelle del gierbellino (e tanta quanto sa-
rebbe una pelle d' uomo), fina, varrebbe bene 2000 bisanli
doro, se fosse comunale varrebbe ben 1000. E chiamanle li
Tarteri le «roi de pelame », e sono della grandezza d'una faina.
e di queste due pelli sono lavorati ed intagliati la sala grande
del signore, e sono intagliate sottilmente, eh' è una mara-
viglia a vedere. E la camera dove il Signore dorme, eh' è
allato a queste sale, è, né più né meno fatta. Elle costano
tanto queste tre tende, che un piccolo re non le potrebbe
pagare. E allato a queste sono altre tende molto bene ordi-
nate ; e l'amiche del signore hanno altresì molte ricche tende
e padiglioni; e gli uccelli hanno molte tende, e i falconi: e
le più belle hanno i girfalchi, e anche hanno le bestie tende
grande quantità. E sappiate che in questo campo ha tanta
gente, eh' è una maraviglia credere, che pare la maggior città
ch'egli abbia; però che dalla lunga vi viene molta gente, e
lienvi tutta sua famiglia così ordinata di falconieri e d'altri N
nficiali tome se fosse nella sua mastra villa. E sappiate ch'egli
dimora in questo luogo infino alla Pasqua di Resurresso; e
le roi de pelame: l'ermellino e lo zibellino sono il re dello pel-
liccia. Questa frase francese nella trascrizione dei copisti di-
ventò: leroide pellame, lenoide pel Ione, e trasse fuor di carreg-
giata i poveri commentatori !
Pasqua di Resurresso: di Resurrezione.
108 il milioni:
lutto questo tempo non fa altro che uccellare alla riviera a
gru e a cecini e ad altri uccelli. E ancora tutti gli altri che
stanno presso a lui gli recano dalla lunga uccellagioni e cac-
ciagioni assai. Egli dimora in questo tempo a tanto sollazzo,
che non è uomo che '1 potesse credere ; perciò che egli è suo
affare e suo diletto più eh' io non r ho contato. E sì vi dico
che nessuno mercante, né niuno artefice, né villano non puote
tenere né falconi, nò cani da cacciare, presso dove il signore
dimora, a 30 giornate. Da questo in fuori ogni uomo a suo
senno puote fare di questo. Ancora sappiate, che in tutte le
parti ove il Gran Cane ha signoria, ninno re nò barone nò
alcuno altro uomo non può prendere, ne cacciare nò lepre1.
uè dani, né cavriuoli, nò cierbi nò di niuna bestia che mol-
tiplichi, del mese di marzo infìno all' ottobre. E chi contra
ciò facesse, sarebbe bene punito. E sì vi dico ch'egli è si
bene ubbidito, che le lepre e dani e cavriuoli e 1' altre be-
stie, eh' io v'ho contato, vegniono più volte insino all'uomo,
e non le tocca, e non le fa male. In cotal modo dimora lo
Gran Cane in questo luogo infìno alla Pasqua di Resurresso ;
poscia si parte di questo luogo per questa medesima via alla
città di Gamblau, tuttavia cacciando e uccellando a gran sol-
lazzo e a grande gioia.
JjAaA .
Come il Gran Cane tiene sua corte e festa.
E quando egli è venuto alla sua mastra villa di Gam-
blau, egli dimora nel suo mastro palagio tre dì e non più.
Egli tiene grande corte e grande tavole e gran festa, e mena
cecini: cigni (eyenus).
vegniono più volte : la mansuetudine dei cervi si nota ancor oggi,
specialmente in Giappone nel parco di Naia, tra Osaka e Kioto.
Le credenze buddistiche e le pene severe hanno educato il po-
polo al rispetto per quegli animali.
DI N. IÙLBO0 POLO i 100
grande allegrezza con queste sue femmine, ed èe grande ma-
raviglia a vedere la grande solinità che fa il Gran Sire in
questi tre dì. E sì vi dico che in questa città ha tanta abon-
danza di masnade e di gente, tra dentro e di fuori della villa,
<he sappiate ch'egli ha tanti borghi quante sono le porte, cioè
12 molto grandi, e non è uomo che potesse contare lo nu-
mero della gente, eh' assai hae più gente negli borghi che
nella città. E in questi borghi albergano i mercanti con ogni
altra gente, che vegnono per loro bisogna alla terra e ai bor-
ghi. Hae altresì belli palagi, come nella città. E sappiate che
nella città non si sotterra niiino uomo che muoia, anzi si
vanno a sotterrare di fuori dagli borghi; e s'egli adora gl'i-
doli, si va fuori degli borghi ad ardersi. E ancora vi dico,
die dentro dalla terra non osa istare niuna femmina di suo
corpo che faccia male per danari; ma stanno tutte nei bor-
ghi: e sì vi dico che femmine che fallano per danari ve n'han
bene °20000, e sì vi dico che tutte vi bisognano per la grande
abondanza di mercatanti e di forestieri che vi capitano tutto
die. Adunque potete vedere se in Gamblau ha grande abon-
danza di gente, da che male femmine v' ha cotante, com'io
ho contato. E sappiate per vero che in Gamblau vengono
le più care cose e di maggiore valuta che 'n terra del mondo;
e ciò sono tutte le care cose che vengono dall' India, come
sono pietre preziose, perle ed altre cose che sono recate a
questa villa : e ancora tutte le care cose e le belle che sono
recate dal Catai. e di tutte altre provincie: e questo è per
lo signore che vi dimora e per le donne e per gli baroni e
per la molta gente che vi dimora, per la corte che vi tiene
SOlinità: solennità.
non si sotterra niuno: tumulazioni e pire funerarie erano vietate
entro la cinta delle città cinesi, come in Koma antica.
le femmine che fallano: erano allora, e sono tuttora, relegate nei
sobborghi o nella città cinese, ma escluse dalla città tartara.
110 IL MILIONE
lo signore. E più mercatanzie vi si vendono e vi si compe-
rano; e voglio che voi sappiate che ogni dì vi vengono in
questa terra più di 1000 carrette cariche di seta, perchè
vi si lavora molti drappi ad oro ed a seta. E anche a que-
sta città d' intorno intorno, bene a 200 miglia vegnono a
comperare a questa terra quello che loro bisogna ; sì che
non è maraviglia se tanta mercatanzia vi viene. Ora vi divi-
serò del fatto della moneta che si fa in questa città di Cam-
biali , e sì vi mostrerò come il Gran Cane puote più spendere
e più fare ch'io non v'ho contato; e dirovvi in questo libro
come.
LXXX1.
Della moneta del Gran Cane.
Egli è vero che in questa città di Cambiali ee la tavola
del Gran Sire; èe ordinata in tal maniera, che l'uomo puote
ben dire che il Cjan Sire hae P archimia perfettamente, e
mostrerollovi incontanente. Or sappiate eh' egli fa fare una
cotale moneta, coni' io vi dirò. E' fa prendere iscorza d'un
albore eh' ha nome gelso; e è l'albore le cui foglie mangiano
gli vermini che fanno la seta. E colgon la buccia sottile, eh' è
tra la buccia grossa e l'albore, o vogli tu legno dentro, e di
quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte
nere. Quando queste carte sono fatte così, egli ne fa delle
la tavola: la zecca, o meglio la banca per l'emissione di carta moneta.
archimia: il Gran Cane aveva risolto il difficile problema di tra-
sformar la carta in metallo prezioso !
la buccia sottile: il libro. Come i biglietti erano stampati con
tavole, spazzola e inchiostro, M. Polo avrebbe potuto qui men-
zionare anche la stampa dei libri : altra novità per lui.
La carta-moneta: emessa e regolata come monopolio di Stato da
[Cablai khan, ora in uso in Cina fin dalla precedente dinastia
DI M. MARCO POLO 111
piccole, che vagliono una medaglia di tornesello piccolo, e
L'altra vale un tornesello, e l'altra vale un grosso d'argento
Hi Vinegia. e l'altra un mezzo, e l'altra 2 grossi, e l'altra 5
e l'altra IO, e l'altra un bisant^ d'oro, e l'altra due, e l'al-
tra 3; e così va infino in 10 bisanti. E tutte queste carte
sono sugiellate col sugiello del Gran Sire, e hanne fatte fare
tante, che tutto il suo tesoro ne pagherebbe. E quando que-
ste carte son fatte, egli ne fa fare tutti gli pagamenti, e fagli
i spandere per tutte le provincie e regni e terre ove egli hae
signoria; e nessuno gli osa rifiutare, a pena della vita. E sì
u dico che tutte le genti e regni che sono sotto sua signoria
si pagano di questa moneta, di ogni mercatanzia di perle,
d'oro e d'ariento e di pietre preziose, e generalmente d'ogni
altra cosa, e si vi dico che la carta che si mette per 10 bi-
santi, non ne pesa uno; e sì vi dico che gli mercatanti le
più volte cambiano questa moneta a perle, o a oro, e altre
coso rare. E molte volte è recato al Gran Sire per gli mer-
< Jhin. 11 mercato di Pelano è anche oggi inondato di biglietti
di vario taglio (p'ìao c¥aó) emessi, sotto certe garanzie, da nu-
merose banche private, che ne regolano giornalmente il cambio
con la moneta effettiva, cioè il dollaro d'argento messicano che
vaie circa L. it. 2,60. Gli spiccioli di rame, o dischi forati, ven-
gono ragguagliati alla loro unità di valore, che è il peso di una
oncia d'argento detta liang, dai cinesi, tael dai forestieri. I sot-
tomultipli del tael sono decimali :
1 liang (oncia) — IO chien ^= 100 fen = 1000 li
1 (tael) » = >• (niace) = ■» (candareeii) = » (cash)
Il tael corrente a Shanghai pesa gr. 37,58 d'argento (titol. ^90/10oo)
e il suo valore oscilla sulle L. it. 3,75. Per le grandi somme
l'unità di valore è il wan (10.000 tael), che in tartaro è chiamati»
toman, e in persiano tomai (vedi cap. CXXXII). Nel 1889 a
Canton fu inaugurata una zecca sul modello europeo e diretta da
stranieri, per la coniazione di monete di argento sul tipo del dol-
laro messicano.
112 IL MILIONE
catanti tanta inercatanzia in oro e in allento, che vale 4000
di bisanti ; e '1 Gran Sire fa tutto pagare di quelle carte ;
e' mercatanti le pigliano volentieri, perchè le spendono per
tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane, che
ogni uomo che hae oro e ariento o perle o pietre preziose o
alcun' altra cara cosa che incontanente la debbiano avere apre-
sentata alla tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di
queste carte; e tanto gliene viene di questa mercatanzia ch'èe
un miracolo. E quando ad alcuno si rompe o guastasi niuna
di queste carte, egli va alla tavola del Gran Sire, e incon-
tanente gliene cambia e égli data bella e nuova, ma sì gliene
lascia tre per cento. Ancora sappiate che se alcuno vuol fare
vasellame d' ariento o cintura, egli va alla tavola del Gran
Sire, ed égli dato per queste carte ariento quant' e' ne vuole,
contandosi le carte secondo che si ispendono. E questa è la
ragione perchè il Gran Sire dee avere più oro e più ariento,
che signore del mondo. E sì vi dico, che tra tutti signori del
mondo non hanno tanta ricchezza, quanto hae il Gran Cane
solo. Or v' ho contato della moneta delle carte ; or vi con-
terò della signoria della città di Camblau.
LXXXII.
Degli 12 baroni che sono sopra ordinare
tutte le cose del Gran Cane.
Or sappiate veramente, che '1 Gran Sire ha 12 baroni
con lui, grandissimi ; e quelli sono sopra tutte le cose che
I 12 baroni: sono i presidenti dei vari Ministeri, che accentrano in
Pekino l'amministrazione dell' Impero, come Finanza (Hu pu),
Giustizia (Hsing pu), Esteri {Wai wu pu), Guerra (Ping pn),
Lavori Pubblici (Kung pu) ecc.
DI M. MARCO POLO I L3
bisognano a 34 provincie. E diro v vi loro maniera e loro or-
dinamenti. E prima vi dico che questi 12 baroni istanno in
un palagio dentro Camblau : èe molto bello e grande, e ha
.molte sale e molte magioni e camere. E in ciascuna provincia
hae uno procuratore e molti iscrittori in quel palagio, e cia-
scuno il suo palagio per sé ; e questi proccuratori e questi
iscrivani fanno tutte quelle cose che fanno bisogno a quelle
Provincie a cui egli sono deputati ; e questo fanno per lo
comandamento de' 12 baroni. E hanno tale signoria, com'io
vi dirò: ch'egli alleggono tutti gli signori di quelle provincie
ch'io v'ho detto di sopra, e quando egli hanno chiamato
quegli che a lor paiono, e gli migliori, egliono il dicono al
Gran Cane, e egli gli conferma e fagli cotali tavole d' oro,
come a sua signoria si conviene. Ancora questi 12 baroni
fanno andare l'oste ove si conviene, e del modo e della quan-
tità, e d'ogni cosa, secondo la volontà del signore. E com'io
vi dico di queste due cose, così vi dico di tutte le altre che
bisognano a quelle provincie. E questa si chiama la Corte
maggiore che sia nella corte del Gran Cane, però eh' egli
hanno grande podere di fare bene a cui egliono vogliono.
Le provincie non vi conto per nome, però eh' io le vi con-
terò per ordine in questo libro; e conterovvi come il Gran
Sire manda messaggi, e come hanno gli cavagli apparec-
chiati.
Le Provincie erano 34; 16 della Cina propria, e 18 delle dipen-
denze. A capo dei Ministeri era la Corte Maggiore o Consiglio
di Stato, sotto la sorveglianza personale dell1 Imperatore. I Cen-
sori, o Ministri senza portafogli, informavano direttamente
V Imperatore su tutto ciò che riguardava lo Stato, il popolo e
la condotta dello stesso sovrano, e spesso fra di loro si sono
trovati caratteri di stampo romano antico.
alleggono: eleggono.
Marco Polo — Il Milione
114 IL MILIONE
LXXXIII.
Come di Camblau si partono molti messaggi
per andare in molte parti.
Or sappiate per veritade che di questa cittade si partono
molti messaggi, gli quali vanno per molte provincie: l'uno
va all'una, e l'altro va all'altra, e così di tutti; che a tutti
è divisato ove debbiano andare. E sappiate che quando si
partono di Camblau questi messaggi, per tutte le vie ov'egli
vanno, di capo delle 25 miglia, . egli truovano una posta, ove
in ciascuna hae un grandissimo palagio e bello, ove alber-
gono i messaggi del Gran Sire, ov' è uno letto coperto di
drappo di seta, e ha tutto quello che a messaggio si conviene.
E se uno re vi capitasse, sì vi sarebbe bene albergato. E
sappiate che a queste poste truovano gli messaggi del Gran
Sire, e havvi bene 96 cavalli, che '1 Gran Sire hae ordinato
che tuttavia dimorino quivi, e sieno apparecchiati per li mes-
saggi, quando egli vanno in alcuno luogo. E sappiate che a
ogni capo di 25 miglia sono apparecchiate queste cose eh' io
v' ho contate : e questo è nelle vie mastre che vanno alle
Provincie ch'io v'hoe contate di sopra. E a ciascuna di que-
La posta descritta da Marco Polo era un' istituzione per uso esclu-
sivo dello Stato, sotto il diretto controllo del Ministero della
Guerra. Come ai tempi di Augusto in Europa, la posta cinese
correva sulle 20 vie maestre che congiungono Pekino alle Pro-
vincie, a carico delle quali ne stava la spesa. Il servizio di cor-
rispondenza per privati era fatto da numerose agenzie di cor-
rieri, esistenti ancor oggi. La posta moderna di tipo europeo (Iu
eheng chic) data dal 1891, fa servizio di Stato e per privati,
ed è messa, come le Dogane Marittime, sotto il controllo del
Ministero degli Esteri, ma non fa parte dell'Unione postale. Pa-
recchi uffici postali esteri funzionano in Cina come in Turchia.
' ' Il
DJ M, MARCO POLO 1L5
ste poste èe apparecchiato da 300 o 400 cavalli per gli mes-
saggi al loro comandamento. Ancora v' ha così belli palagi,
com'io v' ho contato di sopra, ove albergano messaggi così ric-
camente com'io v'ho contato di sopra; e per questa maniera si
va per tutte le provincie del Gran Sire. E quando gli messaggi
vanno per alcuno luogo disabitato, lo Gran Cane hae fatte
fare queste poste piue alla lungi a 35 miglia, o a 40. E in
questa maniera vanno gli messaggi del Gran Sire per tutte
le provincie, e hanno albergherìe e cavalli apparecchiati, come
voi avete udito, a ogni giornata. E questo è la maggiore gran-
dezza che avesse mai niuno imperadore, né che aver potesse
ninno altro uomo terreno: che sappiate veramente che piue
di 200 mila di cavalli istanno a queste poste, pur per questi
messaggi. Ancora gli palagi sono più di 10 mila che sono così
t'orniti di ricchi arnesi, com'io v'ho contato; e questa è cosa
di sì gran valuta, e sì maravigliosa, che non si potrebbe
iscrivere né contare. Ancora vi dirò un'altra bella cosa. Egli
è vero che tra runa posta e l'altra é ordinato tra ogni tre
miglia una villa, dov' ha bene 40 case d'uomeni appiede, che
fanno ancora queste messaggerie del Gran Sire. E dirovvi
com'egliono portano una gran cintura piena di sonagli attorno
attorno, che s'odono bene dalla lunga; e questi messaggi
vanno a gran galoppo, e non vanno se non tre miglie; e gli
altri che dimorano in capo delle 3 miglia, quando odono questi
sonagli, che si odono bene dalla lunga, ed egli istanno tut-
tavia apparecchiati, e corre contra colui, e pigliano questa
cosa che colui porta, ed è una piccola carta, che gli dona
quel messaggio, e mettesi correndo, e va infino alle tre mi-
glia, e fa così come ha fatto quell'altro. E sì vi dico che '1
(ìran Sire ha novelle per uomini a piedi, in un dì e in una
notte, bene 10 giornate dalla lunga ; e in due dì e in due
notti, bene di 20 giornate; e così in 10 dì e in 10 notte avrà
novelle bene di 100 giornate: e sì vi dico che questi cotali
116 IL MILIONE
uomeni recano in un dì al signore fatti di 10 giornate. E il
Gran Sire non piglia da questi cotali uomeni niuno tributo,
ma fa loro donare de' cavalli e delle cose che sono ne' pa-
lagi di queste poste eh' io v' ho contato. E questo non costa
nulla al Gran Sire, però che le città che sono attorno a quelle
poste vi pongono i cavagli, e fannogli questi arnesi, sì che
le poste sono fornite per gli vicini, e il Gran Sire non vi
mette nulla, salvo che le prime poste. E sì vi dico, che
quando gli bisogna che il messaggio da cavallo vada tosta-
mente per contare al Gran Sire novelle d'alcuna terra Ri-
bellata, o d'alcuno barone, o d'alcuna cosa che sia bisogne-
vole al Gran Signore, egli cavalca bene 200 miglia in un
die, ovvero 250: e mostrerovvi ragione com' è questo. Quando
gli messaggi vogliono andare così tosto e tante miglia, egli
ha la tavola del girfalco, in significanza ch'egli vuole andare
tosto; s'egli sono due, egli si muovono dal luogo ov' egli
sono, su due cavagli buoni e freschi e correnti, egli si ben-
dano la testa e '1 capo, e sì si mettono alla gran corsa, tanto
ch'egli sono venuti all'altra posta di 25 miglia, quivi prende
due cavagli buoni e freschi, e montanvi su, e non ristanno
fino all'altra posta; e così vanno tutto die, e così vanno in
un die bene 250 miglia per recare novelle al Gran Sire, e
quando bisognano, bene 300. Or lasciamo di questi messaggi,
e conterò vvi d'una gran bontà che fa il Gran Sire a sua gente
due volte l'anno.
LXXXIV.
Come '1 Gran Cane aiuta sua gente
quando è pistolenza di biade.
Or sappiate ancora per verità che il Gran Sire manda
messaggi per tutte sue provincie per^sapere di suoi uomini
pistolenza : pestilenza, carestia.
D] M. MARCO POLO 117
s'egli hanno danno di loro biade, o per diffalta di tempo o
di grilli o per altra pistolenza : e s'egli truova che alcuna
sua gente abbia questo dannaggio. egli non gli fa torre tre-
buto cbegli debono dare, ina falli donare di sua biada, acciò
cb'abbiano che seminare e che mangiare; e questo è gran
latto dini signore a farlo. E questo fa la state; lo verno fa
cercare se ad alcuna gente muore sue bestie, fae lo somi-
gliante: e così sostiene lo Gran Sire sua gente. Lasciarenin
questa maniera, e dirovvi <T un'altra.
Or sappiate per vero, che il Gran Sire ba ordinato per
tutte le mastre vie che sono nelli suoi regni, che vi siano
piantati gli albori lungi l'uno dall'altro su per la ripa della
via due passi; e questo, acciò che li mercatanti e messaggi
o altra gente non possa fallare la via quando vanno per cam-
mino o per luoghi diserti; e questi albori sono tamanti che
bene si possono vedere dalla lunga. Or v' ho contato delle
vie. or vi conterò d'altro.
LXXXV.
Del vino.
Ancora sappiate che la maggiore parte del Catai beono
uno cotale vino coni' io vi conterò. Egli fanno una posgione
di riso e con molte altre buone spezie, e concianla in tale
diffalta : mancanza, colpa della stagione o delle cavallette (grilli).
tamanti : (arcaismo) tanti, tanto grandi.
Il vino cinese : {shao chiù, in cantonese samshu, in giapponese
sake), è una distillazione di riso, color rosa pallido o chiaro,
che vien bevuta calda in calicetti minuscoli. Non è vino da pasteg-
giare o dissetare. L1 uva importata in Cina dalla Battriana,
come appare dal suo nome cinese puf off (hotros), è nel Nord
118 IL MILIONE
manierai ch'egli è meglio da bere che nullo altro vino: egli
è chiaro e bello e inebria più tosto che altro vino, perciò
eh' è molto caldo. Or lasciamo di questo, e conterovvi delle
pietre che ardono come buccia.
LXXXVI.
Delle pietre eh' ardono.
Egli è vero che per tutta la provincia del Gatai hae una
maniera di pietre nere che si cavano delle montagne come
vena, che ardono come bucce, e tengono più lo fuoco che
non fanno le legna; e mettendole la sera nel fuoco, s' elle
s' aprendono bene, tutta notte mantengono lo fuoco, e per
tutta la contrada del Gatai non ardono altro. Bene hanno
legne, ma queste pietre costan meno, e sono gran risparmio
di legna. Or vi dirò come il Gran Sire fa, acciò che le biade
non siano troppo care.
abbondante e buona per tavola, non per vinificazione. L'univer-
sale bevanda o « posgione » che rinfresca e non inebria, il thè,
così comunemente bevuto e offerto in Cina, non è ricordato nelle
note di Marco Polo. Il thè è di rito nella celebrazione dei ma-
trimoni, nelle visite ufficiali e nella relazioni sociali. I Cinesi
hanno la migliore bevanda, il thè; il migliore nutrimento, il
riso; e il migliore vestito, la seta.
Le pietre che ardono: sono, s'intende, il carbone fossile o antra-
cite, il cui nome era ignoto a Marco Polo. La Cina n'è ricchis-
sima in tutte le provincie. Molte concessioni di giacimenti car-
boniferi sono in mani straniere sul Yangtze ed altrove. Il carbone
artificiale, cioè polvere di carbone mescolata a terra in forma
di pallottole, è molto in uso in Pekino. Il carbone vegetale si ot-
tiene dai monti boscosi del Fukien.
IH li. MARCO POLO 1 ]U
LXXXVII.
Come il Gran Cane fa riporre le biade
per soccorrere sua gente.
Sappiate che il Gran Cane, quando è grande abondanza
di biada, egli ne fa fare molte cànove d' ogne biade, come
di grano, miglio, panico, orzo e riso : e falle sì governare
che non si guastano. Poscia quando è il gran caro, si '1 fa
trarre fuori. E tiello talvolta 3 o 4 anni, e fai' dare per lo
terzo e per lo quarto di quello che si vende comunemente;
e in questa maniera non vi può essere gran caro; e questo
fa fare per ogni terra ov' egli hae signoria. Or lasciamo
di questa matèra, e dirovvi della carità che fa fare il Gran
(lane.
LXXXVIII.
Della carità del signore.
Ora vi conterò come il Gran Cane fa carità alti poveri che
stanno in Cambiali. A tutte le famiglie povere della città, che
sono in famiglia 6 o 8, o più o meno, che non hanno clic
mangiare, egli li fa dare grano e altra biada : e questo fa
fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato
lo pane del signore a niuna persona che voglia andare per
esso. E sappiate che ve ne vanno ogni dì più di 30 mila: e
questo fa fare tutto Tanno: e questo è gran bontà di signore:
cànove : depositi, magazzini. Erano i Monti frumentarì e le riserve
di riso per far fronte ai bisogni della popolazione in tempo di
siccità o carestia.
120 II- MILIONI
e per questo è adorato come Iddio dal popolo. Or lasciamo
della città di Cambiari, e entreremo nel Catai per contare
di gran cose che vi sono.
LXXXIX.
Della provincia del Catai.
Or sappiate che il Gran Cane mandò per ambasciadore
messer Marco verso ponente : però vi conterò tutto quello che
vidde in quella via andando e tornando. Quando l'uomo si
parte di Camblau, presso alle 10 miglia si truova un fiume 1
quale si chiama Palizanchiò, lo quale fiume va insino al
Catai : questo nome è l'alterazione della parola Kitai o Kinstan,
che i Persiani e i Tartari davano alla Cina, al Nord del fiume
Giallo, fin dal tempo della dinastia Ch'in (221 a. C), quando
il primo imperatore Shih Huang-ti aveva costituito una forte
monarchia sulle rovine del feudalesimo, cinto il paese a nord
con la Grande Muraglia, e stabilita la sua capitale a Singan,
nello Shensi. La Cina meridionale, dal fiume Giallo alla co-
sta, era chiamata dai Tartari « Eumangi » o più semplicemente
«Mangi» perchè la voce man significa in cinese: mezzogiorno.
I Cinesi chiamano la loro terra Chimg-kuo (impero di mezzo)
o Hua-kuo (terra fiorita), e sé stessi cliung-huo-jen o hua-jen,
oppure anche han-tze (figli niella dinastia Han, che li governò
per quattro secoli, dal 200 a. C. al 200 d. C).
Da questo capitolo comincia la descrizione del viaggio fatto da
M. Polo nel 1283 attraverso la Cina, la Birmania e il Tonchino
(v. sulla Carta itinerario 3°).
Palizanchiò: (Pa li san chiaó) - nome di ponte, non di fiume -
è il ponte in marmo a 10 miglia a S. 0. di Pekino, sul fiume
Huan (Hun ho), un affluente del Peiho. Questo storico fiume, il
Peiho, scende dalPaltipiano dei monti Kingan, passa a Sud di
Pekino, diventa navigabile a Tungchow, bagna il porto di Tien-
DI M. M \U< 0 POLO 121
mare oceano, e quinci passano molti mercatanti con molle
inercatanzie ; e in su questo fiume ha un molto bel ponte di
pietre. E sì vi dico che al mondo non ha uno così fatto.
perchè egli è lungo bene 300 passi e largo otto, che vi puote
andare bene 10 cavalieri allato Funo all'altro, e v'ha 34 archi,
e 34 pile nell'acqua, ed è tutto di marmo, ed ha colonne così
fatte com' io vi dirò. Egli è fatto dal capo del ponte una co-
lonna di marmo, e sotto la colonna hae un lione di marmo.
e di sopra un altro, molto begli e grandi e ben fatti; e di
lungi a questa colonna un passo, n'ha un altra, né più né
meno fatta, con due leoni : e dall' una colonna all' altra è
chiuso di tavole di marmo, perciò che niuno potesse cadere
nell'acqua: e così va di lungo in lungo per tutto il ponte;
sì eh' è la più bella cosa del mondo a vedere. Ora abbiamo
delio del ponte, ora sì vi conterò di nuove cose.
XG.
Della grande città del Giogiù.
Quando l'uomo si parte da questo ponte, l'uomo va trenta
miglia per ponente, tuttavia trovando belle case e begli al-
berghi, e albori e vigne, e quivi truova una città che ha
nome Gioghi, grande e bella. Quivi hae molte badie d'idoli.
tsiu e sbocca nel golfo del Pechili. Da Pekiuo a Tungchov .
suo scalo, l'antica via lastricata, ormai inservibile, passa un
altro ponte famoso, a 8 leghe cinesi dalla città, Palichiao, dove
nel 1860 le truppe anglo-francesi sbaragliarono hi cavalleria
tartara di Sinkolinzin.
Giogiù : (Geoguy e Cuciù dei testi) è Tsochou, città di second* or-
dine. A un miglio fuori la città, la via si biforca; un ramo va
ali1 Ovest in Catai, l'altro al Sud in Mangi.
122 IL MILIONE
Egli vivono di niercatanzia e d'arti, e quivi si lavora drappi
di seta e d' oro, e bel zendado, e quivi ha begli alberghi.
Quando l'uomo hae passato questa villa d'uno miglio, l'uomo
truova due vie, l'una va verso ponente, e l'altra va verso isci-
rocco. Quella di verso il ponente è del Catai, e l'altra verso
iscirocco va verso il gran mare alla gran provincia d'Eumangi.
E sappiate veramente che l'uomo cavalca per ponente per la
provincia del Catai ben 10 giornate, tuttavia trovando belle
cittadi e belle castella di mercatanzie e d'arti, e belle vigne,
e albori assai, e gente dimestiche. Quivi non ha altro da ri-
cordare, perciò ci partiamo di qui. e andremo ad un reame
chiamato Taianfù.
. XCI.
Del reame di Taianfù.
Quando l'uomo si parte di questa città di Giogiù, caval-
cando 10 giornate truova uno reame chiamato Taianfu. E di
capo di questa provincia ove noi siamo venuti è una città
eh' ha nome Taianfù, ove si fa mercatanzia e arti assai ; e
quivi si fanno molti fornimenti che bisognano ad osti del
Gran Sire. Quivi hae molto vino, e per tutta la provincia del
Catai non ha vino, se non in questa città, e questa ne for-
nisce tutte le provincie d' intorno ; quivi si fa molta seta,
zendado : velo di seta, dalla radice ghele (v. pag. 20).
Eumangi : vedi nota a Catai, (pag. 120).
Taianfù : Tai yuan fu, capitale della provincia dello Shansi, ricca
di antracite, rinomata per le sue fabbriche di coltelli. Dal 1274
fa capitale temporanea di Kublai. Il vino di Taianfu, esportato
in altre provincie, si distillava dal riso, non si otteneva dal-
l'uva. I missionari cattolici fanno vino d'uva cinese con poco
soddisfacente risultato.
DI M. BCÀBOO POLO 12H
però eke v'ha molli mori gensi, <i molti vermini che la fauno.
E quando l'uomo si parte di Taianfù, l'uomo cavalca per po-
nente bene 7 giornate per molte belle contrade, ove si truo-
\ano molte ville e castella assai di molta mercatanzia e d'adi.
Di capo delle 7 giornate si truova una città, che si chiama
Piantò, ov' ha molti mercatanti, e ove si fa molta seta e piùe
altre arti. Or lasciamo questa, e dirovvi d'un castello chia-
mato Caicin.
xeni.
Del castello del Caiciù.
E quando Y uomo si parte di Pianili, e va per ponente
i giornate, e' truova un bel castello eh' ha nome Caiciù, lo
quale fece fare uno re lo quale fu chiamato lo re Dor. In
questo castello èe un molto bello palagio, ove hae una molto
bella sala, molto bene dipinta di tutti gli re che anticamente
sono istati re di quel reame ; ed è questo molto bella cosa
a vedere. E di questo re Dor sì vi conterò una molto bella
novella, d'un fatto che fu tra lui e '1 Preste Giovanni. E
gensi : gelsi, dalla solita radice gkele.
Pianfù : Ping yang fu, 185 miglia a S. 0. di Tai yuan fu, paese fa-
moso per la bellezza delle sue donne.
Caiciù : (Caagù. Caiciù, Caituy, Taigiù dei testi) è Hiai ehou, a 2
giornate da Ping yang fu, a nord del fiume Giallo. Era il ca-
stello forte dove mori Cinghis Khan (v. pag. 64). La dinastia
Chin (1115-1234), o dinastia d'oro dei Tartari Nuchen, vi si
rinchiudeva noi tempi minacciosi. L'ultimo sovrano della di-
nastia (il Re Dor di Marco Polo) si chiamava Altun Khan.
Salito al trono nel 1168, se ne stava qui rinchiuso quando cadde
• nel laccio tesogli dal Preste Giovanni, Unckhan, tra il 1180-1185.
Nel 1190, tornato a casa con un bel vestito novo regalatogli
dal Preste, si vide arrivare dinanzi il fratello del suo benefat-
tore, Kushluek, che gli sposò la figlia o gli successe al trono.
124 IL MILIONE
questi è in sì forte luogo, che '1 Preste Giovanni no gli po-
teva venire addosso, e aveano guerra insieme secondo che
diceano quegli di quella contrada. Il Preste Giovanni n'avea
grande ira : e sette valletti del Preste Giovanni sì gli dissoro
che egli gli recherebbono innanzi lo re Dor tutto vivo, s'egli
volesse; e '1 Preste Giovanni lor disse che ciò voleva volen-
tieri. Quando questi valletti ebbono udito questo, egli si par-
tirono e andarono alla corte del re Dor, e dissono al re
ch'egli erano d'istrane parte, e dissono ch'egli erano venuti
per servirlo: e egli rispuose loro che fossero gli ben venuti,
che farebbe loro piacere e servigio, e così cominciaro gli 7
valletti del Preste Giovanni a servire lo re Dor. E quando
egliono furono istati ben due anni, egli erano istati molti
amati dal re per lo bel servigio eh' egliono gli aveano fatto;
il re faceva di loro come se tutti e sette fossero istati suoi
figliuoli. Or udirete quello che questi malvagi fecero, perchè
niuno non si puote guardare da' traditori. Ora avvenne che
questo re si andava sollazzando con poca gente, tra gli quali
erano questi sette ; e quando egliono ebbono passato un fiume
di lungi dal palagio detto di sopra, quando questi sette vid-
doro che il re non avea compagnia che '1 potesse difendere,
missoro mano alle i spade, e dissono d'ucciderlo, o egli n'an-
dasse co' loro. Quando lo re si vidde a questo, diedesi grande
maraviglia, e disse: come questo, figliuoli miei? perchè mi
fate voi questo? ove volete ch'io venga? Egli dissono : noi
vogliamo che voi vegniate al Preste Giovanni, che è nostro
signore.
xeni.
Come il Preste Giovanni fece prendere lo re Dor.
E quando lo re intese ciò che costoro gli dissono, buona-
mente che non morì di dolore, e disse: deh! figliuoli, non
v' ho io onorati assai ? perchè mi volete voi mettere nelle
DI AI. MARCO POI." 125
mani del nimico mio ? Quegli rispuosono che conveniva che
così fosse. Allora lo menarono al Preste Giovanni. Quando
il Preste Giovanni il vidde ebbene grande allegrezza, e dis-
segli ch'egli fosse lo malvenuto: quegli non seppe che si dire.
Allotta comandò ch'egli fosse messo a guardare bestie; e così
fu: e questo gli fece fare per dispetto, tuttavia ben guardan-
dolo. E quando egli ebbe guardate le bestie bene due anni,
egli sei fece venire dinanzi, e fecegli donare ricche vestimenta,
e fecegli onore assai; poscia gli disse: signore re, aguale ben
puoti vedere che tu non se' da guerreggiare con meco. Ri-
spuose lo re: sempre cognobbi che io non era poderoso da
ciò fare. Allotta disse il Preste Giovanni: non ti voglio più
fare noia, se non eh' io ti farei piacere e onore. Allotta fe-
cegli donare molti begli arnesi e cavagli, e compagnia assai,
e lasciollo andare. E questi si tornò al suo reame; e da quel-
l'ora innanzi fu suo amico e servidore. Or vi conterò d'un 'altra
materia. \
XCIV.
Del gran fiume di Charamera.
E quando l'uomo si parte di questo castello e va verso
ponente 20 miglia, trova un fiume eh' è chiamato Charamera,
eh' è sì grande che non si può passare per ponte, e va in-
agriate: ora.
Charamera : (tartaro Karamuren, fiume nero) è il fiume Giallo o
Huang Ho, il tormento della Cina, come lo chiamò l'imperatore
Ghia Chfing (1796-1821) pei suoi periodici straripamenti, che al-
lagano intere regioni e distruggono migliaia di vite. La costosa
e complicata amministrazione costituita espressamente per la
sua arginazione è impotente contro la capricciosa malvagità del
fiume. Al tempo di Marco Polo esso sboccava nel mar Giallo, a
sud della penisola dello Shantung: dal 1853 mette in mare a
126 IL MILIONE
fine al mare occeano. E su per questo fiume ha molte città e
castella, ove sono molti mercatanti e artefici. Attorno a questo
fiume per la contrada nasce molto giengievo, e hacci tanti uc-
celli ch'è una maraviglia, che e' v'ha per una moneta che si
chiama «vaspre», ch'è come uno viniziano, tre fagiani. Quando
l'uomo ha passato questo fiume, e l'uomo è ito due giornate,
sì si truova una nobile città eh' è chiamata Ghaciafù. Le genti
sono tutti idoli, e tutti quegli della provincia del Gatai sono
tutti idoli, ed è terra eli gran mercatanzia e d'arti, e havvi
molta seta ; quivi si fanno molti drappi di seta e d'oro. Qui
non ha cosa da ricordare, però ci partiamo, e dirovvi d'una
nobile città eh' è in capo del reame di Kengianfu.
xcv.
Della città di Kengianfu.
Quando 1' uomo si parte della città eh' è detto di sopra,
cavalca 8 giornate per ponente, tuttavia trovando castella e
cittadi assai, e di mercatanzie e d'arti, e begli giardini e case.
Ancora vi dico che tutta la contrada è piena di gelsi : le
N. 0. di Tsinan nel golfo del Pechili, errando, rodendo e deva-
stando per 2700 miglia, dal Tibet al mare. Le sue rapide cor-
renti lo rendono poco navigabile. Valenti idraulici europei hanno
fatto studi dal 1868 al 1891 per regolarne il corso, ma le finanze
della Cina non permettono per ora di affrontare il vasto pro-
blema.
giengevo : zénzero.
vaspre: (asper, akcke, bianco) era una moneta turca d'argento che
valeva quanto un viniziano, cioè mezzo scudo.
Ghaciafù : (Cacafu, Chancafu dei testi) è Ho chan fu, a due gior-
nate dal fiume Giallo e a quattro da Caiciù.
*
IH M. MARCO POLO 127
genti sono idoli : quivi ha cacciagioni e uccellagioni assai.
Quando l'uomo ha cavalcato queste 8 giornate, l'uomo truova
la nobile città di Kengianfù, la quale è nobile e grande, e
capo di reame. E anticamente fu buono reame e possente :
aguale n* è signore il figliuolo del Gran Cane, che Manghala
è chiamato, e ha corona. Questa terra è di grande merca-
tanzia, e havvi molte gioie ; quivi si lavora drappi d' oro e
di seta di molte maniere, e di tutti fornimenti da oste. Egli
hanno di tutte cose che a uomo bisogna per vivere, in grande
abondanza e per gran mercato. La villa è al ponente, e sono
tutti idoli, e di fuori della terra è il palagio di Manghala re,
ciré così bello com* io vi dirò. Egli è in un bel piano e
grande, e v' ha fiume largo e padule, e fontane assai, egli
ha dintorno un muro, che gira ben 5 miglia, ed è tutto mer-
lato e ben fatto : e in mezzo di questo muro è il palagio sì
bello e sì grande, che non si potrebbe nel mondo meglio di-
visare : egli ha molte belle sale e molte belle camere tutte
dipinte ad oro battuto. Questo Manghala mantiene bene suo
reame in grande giustizia e ragione, ed e molto amato: quivi
Kengianfù : è Singan, la capitale dello Shensi, chiamata per molti
secoli, al tempo delle antiche dinastie nazionali, Ghang An,
(Anche Odorico da Pordenone la chiama Kanxarì). I Mongoli
dopo la conquista (1277) le mutaron nome e la chiamarono
Ngan si, ma tale denominazione non ebbe fortuna, e quando
nel 1370 avvenne la restaurazione dell' impero cinese sotto la
dinastia dei Ming la città prese il nome attuale.
Manghala: vice re di Kengianfù, era il terzo figlio di Kublai. Nel
vecchio palazzo regale si rifugiò nel 1900 l' imperatrice vedova
Tsu Hsi col figlio giovanetto, quando le milizie internazionali
occuparono Pekino per domare la rivolta dei boxers. A Singan
furono trovati due documenti importantissimi : la tavola nesto-
rina e la raccolta dei nove classici cinesi incisi su lastre di pie-
tra, oggi trasportati nel tempio di Confucio a Pekino.
128 IL MILIONE
ha grandi sollazzi di cacciare. Ora partiamo di qui, e dirovvi
di una provincia eh' è molto nelle montagne, e ha nome
Ghunchum.
XGVI.
Della provincia di Chunehum
Quando F uomo si parte da questo palagio di Manghala,
l'uomo va per ponente tre giornate di molto bel piano, tut-
tavia trovando ville e castella assai, e vivono di mercatanzie
e d'arti, e hanno molta seta. Di capo delle tre giornate sì si
truovano montagne e valli che sono della provincia di Ghun-
chum. Egli ha per monti e per valli città e castella assai, e
sono idoli, e vivono di lor lavorìo di terra e di boscaglie ; e
havvi molti boschi, ove sono molte belle bestie salvatiche,
come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi cervieri, dani e cierbi,
e altre bestie assai, sì che troppo n' hanno grande utilità.
E per questo paese cavalca F uo*no 20 giornate per montagne
e valli e boschi, tuttavia trovando città e castella assai e
buoni alberghi. Ora partiremo di qui, e conterovvi d'un'altra
provincia.
XGVII. .
D' una provincia d'Ambalet.
Quando F uomo si parte ed ha cavalcate queste 20 gior-
nate delle montagne di Ghunchum, sì si truova una provincia
che ha nome Ambalet Mangi, e havvi cjjtà e castella assai,
Chunehum : corrisponde all'odierna provincia di Ssuchuan, (il ter-
ritorio dei quattro fiumi), vasta e ricca regione bagnata da quat-
tro affluenti del fiume Azzurro.
lioni: intendi tigri; il leone non esiste nella Cina.
Ambalet Mangi : si crede che voglia indicare Hangchung sul fiume
Han, città di confine tra il Ssuchuan e lo Shensi. Le venti gior-
nate vanno calcolate da Singan.
di M. MARCO POLO 12^
e sono al ponente, e sono idoli, e vivono di mercatanzie e
d'arti; e per questa provincia ha tanto giengiovo, che s'ispar-
ge per tutto lo Gatai, e hassene grande guadagno : egli
hanno riso e grano, altre biade assai e gran mercato : è di-
vi/iosa d' ogni bene. La mastra terra èe chiamata Ambalet
Mangi, che vale a dire, l'ima delle confine di Mangi; questa
contrada dura due giornate. A capo di queste due giornate si
I movano le gran valli e gli gran monti e boschi assai, e vassi
bene 20 giornate per ponente truovando ville e castella assai.
La gente sono idoli, vivono de' frutti della terra, e d'uccelli
e di bestie, quivi hae lioni, orsi, lupi cervieri, dani e ca-
vriuoli assai. Quivi ha grande quantità di quelle bestiuole
clie fanno il moscado. Or ci partiamo di qui, e dicovi di altre
contrade bene e ordinatamente, come voi udirete.
XCVIII.
Della provincia di Sindufù.
E quando 1' uomo è ito 20 giornate per ponente, com'io
ho detto, l'uomo truova una provincia eh' è chiamata an-
cora delle confine de' Mangi, e hae nome Sindufù. E la ma-
stra città hae nome Sindufù. la quale fue anticamente grande
città- e nobile, e fuvvi entro un molto grande e ricco re: ella
giròe intorno bene 20 miglia. Ora avvenne che fu così ordi-
nata, che il re che morì e' lasciò tre figliuoli; sì che egliono
partirono la città per terzo, e ciascuno rinchiuse lo suo terzo
eli mure dentro da questo circóvito. e tutti questi figliuoli
indufù : ò Fattuale Chingtù, sul fiume To. che allora veniva con-
siderato come il ramo principale del fiume Azzurro, mentre ne
è un affluente.
Marco Polo — li Milione B
130 IL MILIONE
furono re, e aveano grande podere di terre e d; avere, perchè
Io loro padre fu molto poderoso. E '1 Gran Cane disertò que-
sti tre re, e tiene la terra per sé. E sappiate che per mezzo
questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo
bene mezzo miglio, ov' ha molti pesci, e va infino al mare
occeano, e havvi da 80 in 100 miglia, ed è chiamato Kiang.
E in su questo fiume hae città e castella assai, e havvi tante
navi, che appena si potrebbe credere chi noi vedesse ; e v'ha
tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, eh' è
una grande maraviglia. E il fiume è sì largò, che pare un
mare a vedere, non fiume. E dentro della città in su questo
fiume è un ponte tutto di pietre, ed èe lungo bene un mezzo
miglio, e largo otto passi : e su per quello ponte ha colonne
di marmo, che sostengono la copritura del ponte ; e sappiate
ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di belle
istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta merca-
tanzia e favvisi arti : ma sì vi dico che quelle case sono di
legno, che la sera si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi
è lo camarlingo del Gran Sire, che riceve lo diritto della mer-
catanzia che si vende in su quel ponte ; e sì vi dico che il
diritto di quel ponte vale 1' anno bene mille bisanti d' oro.
La gente è tutta ad idoli. Di questa città si parte 1' uomo,
e cavalca bene per piano e per valli cinque giornate, tro-
vando città e castella assai. L'uomeni vivono del frutto della
terra, e v'ha bestie salvatiche assai, come s' è lioni e orsi
e altre bestie ; quivi si fa bel zendado e drappi dorati assai.
Kiang: (il fiume per eccellenza) è il magnifico Yangtze Kiang, o
fiume Azzurro, l'arteria commerciale più importante della Cina,
sempre gremito di navigli. Esso è navigabile fino a Chunking,
a 800 miglia dalla costa, che è Pemporio commerciale di Chingtù
(v. cap. CXXVT).
camarlingo : tesoriere della dogana.
T)T M. MARCO POLO 131
Egli sono di Sindufù. Quando l'uomo è ito queste 5 giornate
di' io v' ho contate, l'uomo truova una provincia molto gua-
sta e' ha nomo Tebet: e noi ne diremo di sotto.
XCIX.
Della provincia di Tebet.
Appresso te cinque giornate eh' io v* ho detto, truova
1' uomo una provincia che guastoe Mogir Cane per guerra:
e v ha molte ville e castella tutte guaste. Quivi hae canne
grosse bene quattro ispanne, lunghe bene 15 passi, e hae
dall' uno nodo all' altro bene tre palmi. E sì vi dico che gli
mercatanti e gli viandanti prendono di quelle canne la notte
e fannole ardere nel fuoco ; perchè fanno sì grande iscop-
piata, che tutti gli leoni e orsi e altre bestie fiere hanno
paura e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa
Tebet : questo capitolo e i due seguenti contengono le prime notizie
che V Europa ebbe sulla grande regione tibetana. Per averne di
più precise ed estese converrà attendere la relazione del missio-
nario Ippolito Desideri da Pistoia (1715-21), che venne edita
ai nostri giorni da 0. Puini, per incarico della Società Geografica
Italiana. Degli otto reami dol Tibet, M. Polo non ne visitò che
due, uno all'oriente (Kam) e uno a mezzogiorno (Mon). Del
Ivam facevano parte le due provincie di Ghaindù e di <1haragià.
di cui si parla nei capitoli CI e CU,
Il nome mongolo di Tebet (Tebot) venne alla intera regione
<la uno dei reami centrali (Bod), dove trovasi la capitale Lhasa:
i Cinesi lo chiamano Hsi txany. Gli abitanti, detti dai Cinesi
Sifan (v. pag. 61) furono sottomessi tra il 1238 e il 54 da Mogu,
predecessore e fratello di Kublai. Gran parte delle provincie orien-
tali divennero da prima i reami indipendenti del Tangut e del
Chunchum, poi le provincie cinesi di Kansuh e Ssuchuan.
132 IL MILIONE
del mondo. E questo si fanno per paura di quelle bestie,
ch'è ve n' ha assai. Le canne iscoppiono, perchè si mettono
verdi nel fuoco, e quelle si torcono e fendono per mezzo, e
per questo fendere fanno tanto romore. che s' odono dalla
lunga presso a cinque miglia di notte, e piue ; ed è sì ter- 1
ribile cosa a udire, che chi non fosse di udirlo usato, ogni
uomo, n'avrebbe gran paura. E gli cavagli che non ne sono
usi, si spaventono sì forte che rompono capresti e ogni cosa,
e fuggono; e questo avviene ispesse volte. E a ciò prendere
rimedio, e' gli fanno a cavagli che non ne sono usi, e' gli
fanno incapestrare di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli
occhi, e turare gli orecchi ; sì che non può fuggire quando ode
questo iscoppio; e così campano gli uomeni, la notte, loro e
le loro bestie. E quando l'uomo va per queste contrade bene
20 giornate, non truova né alberghi né vivande, ma conviene
ohe porti vivande per sé e per sue bestie tutte queste 20 gior-
nate, tuttavia trovando fiere pessime e bestie salvatiche, che
sono molto pericolose. Poscia si truova castella e case assai,
ov' hae un cotal costume di maritare femmine com' io vi dirò.
Egli è vero che niuno uomo piglierebbe una pulciella per mo-
glie per tutto il mondo ; e dicono che non vagliono nulla,
s' ella non è costumata con molti uomeni. E quando gli mer-
catanti passano per le contrade, le vecchie tengono loro
figliuole sulle istrade e per gli alberghi e per loro tende, e
stanno alO e a 20ea30, e fannole giacere con questi mer-
catanti, e poscia le maritano : e quando il mercatante hae
fatto suo volere, e' conviene che il mercatante le doni qualche
gioja, acciò che possa mostrare come altri hae avuto affare
seco ; e quella che hae più gioie, è segno che più uomeni
sono giaciuti con essa, e più tosto si marita. E conviene che
ciascuna, anzi che si possa maritare, conviene che abbia più
di 20 segnali a collo, per mostrare come molti uomeni ab-
biano avuto affare seco : e quella che n' ha più, è tenuta
DI M. M \K< 0 POLO 1-H3
migliore e dicono eh' è più graziosa aite l'altre. La gente A
idola e malvagia, che non hanno per ninno peccato di far
male e di rubare : e sono gli migliori ischerani del mondo.
Egli vivono de' frutti della terra, e di bestie e d' uccelli. E
dicovi clic in quella contrada liae molte bestie che fanno il
moscado. E questa mala gente liae molti buoni cani, e pren-
d oune assai di queste bestie. Egli non hanno né carte, uè
monete di quelle del Gran Cane, ma fannole da loro. Egliono
si vestono poveramente, che M loro vestire si è di canovacci e
di pelle di bestie e di bucherami, e hanno loro linguaggio,
e chiamasi Tebet. E questa Tebet è una grandissima provin-
cia : e conterovvi brievemente come voi potrete adire.
G.
Ancora della provincia di Tebet.
Tebet èe una grandissima provincia, e hanno linguaggio
per loro, e sono idoli, e confinano colli Mangi, e con molte
altre provincie: egli sono molti grandi ladroni: ed è sì grande.
La gente è malvagia : i costumi immorali e briganteschi di imi
fa parola M. Polo non sono inverosimili a riscontrarsi sulla ca-
rovaniere deserte, ma sarebbe però grave ingiustizia estenderli
ali1 intera nazione tibetana, riconosciuta da tutti i viaggiatori
susseguenti come affabile, cortese, attiva, intelligente, e sopra-
tutto disciplinata e religiosa.
canovacci: tela greggia; bucherami, vedi pag. 17.
hanno loro linguaggio : monosillabico, scritto con caratteri deva-
nagari. Kublai Khan nel 1270 incaricò il lama tibetano Bashpa
di applicare Talfabeto tibetano alla lingua cinese. Tra lo iscri-
zioni in sei lingue da lui fatta affiggere alla porta della Cina
presso Kalgan vi è anche la cinese in caratteri tibetani, ma la
— \
184 IL MILIONE
che v' ha bene 8 reami grandi, e grandissima quantità di
cittade e di castella ; egli v' ha in molti luoghi fiumi e laghi,
e havvi montagne, ove si truova 1' oro di pagliuola in grande
quantità. E in questa provincia si spende lo corallo, e èvvi
molto caro, perchè egiiono lo pongono a collo di loro fem-
mine e di loro idoli, e hannolo per grande gioja. E in questa
provincia ha ciambellotti assai e drappi d'oro e di. seta; e
quivi nasce molte spezie, che mai non furono vedute in que-
ste nostre contrade ; e hanno li più savi incantatori e astro-
lagi che sieno in questi paesi. Egli'fanno tali cose per opere
di diavoli, che non si vuole contare in questo libra, però
che troppo se ne maraviglierebboro le persone ; e sono male
costumati. Egli hanno grandissimi cani, e mastini grandi come
asini, che sono buoni da pigliare bestie salvatiche. Egli hanno
ancora di più maniere di cani da caccia ; e vi nasce ancora
molti buoni falconi pellegrini e bene volanti. Or lasciamo di
questa provincia di Tebet, e dirovvi d' un'altra provincia e
regione, la quale è iscritta di sotto, e sono al Gran Cane.
E tutte provincie e regioni che sono iscritte in questo libro,
sono al Gran Cane, salvo quelle dal principio di questo libro,
che sono così coni' io v' ho iscritto ; e perciò da quelle in-
fuori, quanto n' è iscritto in questo libro, tutte sono al Gran
Cane ; e perchè voi noi trovaste iscritto, sì lo intendete in
tal maniera, coni' io v' ho detto. Or lasciamo qui, e conte-
rovvi della provincia di Ghaindiì.
tentata innovazione non ebbe successo, e la Cina continuò a
servirsi della sua scrittura ideografica, che ha una razionalità e
bellezza particolare. La fonetica cinese è poi una vera musica,
ha una grazia e un1 armonia insuperabile.
DI M. MAHOO POI,'» i*J&
Gì.
Delia provincia di Qhaindù.
Ghaindù è mia provincia verso ponente, e non lia se none
uno re, e sono idoli, e sono al Gran Cane ; e v' ha città e
castella assai, e v'ha un lago ove si trova molte perle, ma
il Gran Cane non vuole che se cavino, che se ne cavasse
quante se ne troverebbono, diventerebbono sì vili, che sareb-
bono per nulla : ma il Gran Sire ne fa torre solamente quante
ne bisognano a lui ; e chi altri ne cavasse perderebbe la
persona. Ancora v'ha una montagna ove si trovano pietre in
grande quantità, che si chiamano turchiese, e sono molto
belle ; e il Gran Sire non le lascia trarre se non per suo co-
mandamento. E sì vi dico che in questa contrada ha un bel
costume, che non si tengono a vergogna se uno forestiere o
altra persona giace colla moglie o colla figliuola o con alcuna
femmina eh' egli abbiano in casa; e questo tengono a bene,
e dicono che gli loro idoli ne danno loro molti beni tempo-
rali ; e perciò fanno sì gran larghità eli loro femmine a" fo-
restieri, come io vi dirò. Che sappiate che quando uno uomo
di questa contrada vede che gli venga un forestiere a casa,
incontanente esce di casa, e comanda alla moglie e alla altra
famiglia, eh' al forestiere sia fatto ciò che vuole come alla
sua persona : e esce fuori e istà a sua villa o altrove, tanto
che il forestiere vi dimora tre die. E il forestiere fa appic-
care suo cappello o altra cosa alla finestra, a significare che
egli èe ancora là entro, perche il marito o altro forestiere
Ghaindù : (Kiam do, Kant do) è un lembo del Kam tibetano, rac-
chiuso nel gomito che descrive il corso del fiume Azzurro, e
corrisponde all'attuale prefettura di Chien Chang.
L36 li- MILIONE
non vi andasse; e intìn che quel segnale istà alla casa mai
non vi torna : e questo si fa per tutta questa provincia. Egli
hanno moneta com' io vi dirò. Egli prendono la sei, e fannola
cuocere, e gittanla in forma, e pesa questa forma da una
mezza libbra : e le quattro venti di questi tali sei, che io
v'ho detto, vagliono un saggio d'oro fine ; e questa è la pic-
ciola moneta eh' egli ispendono. Egli hanno bestie che fanno
il moscado, in grande quantità ; egli hanno pesci assai, e
càvangli del lago, eh' io v' ho detto, ove si truovano le perle;
leoni, lupi cervieri, orsi, dani, cavriuoli; cervi hanno assai,
e di tutti uccelli hanno assai; vino di vigne non hanno, ma
fanno vino di grano e di riso con molte ispezie, ed è buona
bevigione. In questa provincia nasce garofani assai: egli è
un albero piccolo che fa le foglie grandi quasi come corbezze.
alcuna cosa più lunghe e più istrette, lo fiore fa bianco, pic-
colo come il garofano. Egli hanno gengiavo in grande abou-
danza e cannella e altre ispezie assai, che non ne vengono
in nostra contrada. Or lasciamo di questo, e conterovvi di
questa contrada medesima più innanzi. Quando 1' uomo si
parte di questa Ghaindù, l'uomo cavalca bene 10 giornate
per castella e per cittadi : e la gente è tutta di questa ma-
niera di costumi e d'ogni maniera di quelli eh' io v'ho detto.
Ora passate queste 10 giornate, sì si truova un fiume chia-
mato Bruuis, e quivi si finisce la provincia di Ghaindù ; e in
la sei : il sale. L1 articolo femminile si trova di frequente nei testi
antichi invece del maschile, es. la fiore. Ancor oggi in paesi
remoti il sale serve come moneta.
quattroventi : (cfr. frane, quatrevingt) ottanta.
lupi cervieri: linci.
albero piccolo : è forse il thè, di cui esistono vaste piantagioni nel
distretto di Pu èhr.
Bruuis : (tartaro Morui usti) è il nome che i Tartari danno all'alto
corso del fiume Azzurro, che trasporta la sabbia d'oro, onde i
Cinesi lo chiamano Chin sha kiang.
DI M. M£R< 0 POLO 1^7
questo fiume si truova gran quantità d'oro dì tagliuola, e in
quella parte hae cannella assai. Kgli entra questo fiume nel
mare oceano. Or lasciamo di questo fiume, clic non v* ha cosa
piò da coniare; e diremo di un'altra provincia chiamata (Iha-
ragià, come voi udirete,
GII.
Della provincia di Charagià.
Quando V uomo ha passato questo fiume, sì se ne entra
nella provincia di Charagià, eh' è sì grande ebe bene hae
sette reami; ed è verso ponente; e sono idoli, e sono al Gran
Cane; e il re che v'è è figliuolo del Gran Cane, ed è ricco
e poderoso, e mantiene bene s^a terra e giustizia, ed è prode
uomo. Quando l'uomo ha passato il fiume ch'io v'ho detto
di sopra, ed è ito sei giornate, sì si truova città e castella assai;
quivi nasce troppi buoni cavagli, e costoro vivono di bestiame
e di terra. Egli hanno loro linguaggio, molto grave da inten-
dere. Di capo di queste cinque giornate si truova la mastra
città, ed è capo del regno, ch'jè chiamata Jaci, molto grande
e nobile; quivi hae mercatanti e artefici. La legge v'è di
piò maniere, chi adora Malcometto. e chi gl,y/idoli, e chi è
Charagià: (tartaro Karajan, che significa fortezza, confr. Kahit,
Calatia) corrisponde all' odierna Tali in riva al lago omonimo
popolato di miti e di leggende. Era la capitale del regno di Nan-
chao, distrutto dai Tartari nel 1252, e vi teneva la sua corte
Kogra Khan, uno dei figli di Kublai. Tali è rinomata per la sua
grande fiera annuale dove s1 incontrano costumi e tipi di tutto
le razze confinanti.
Iaci : è Yunnanfù, posta anch' essa, come Tali, su un grande lago
alpestre a circa 1500 m. sul livello del mare.
1S8 IL MILIONE
cristiano nestorino. E V ha grano e riso assai, ed è contrada
molto inferma; perciò mangiano riso, e vino fanno di riso e
di spezie, ed è molto chiaro e buono, ed inebria tosto come
il vino. Egli spendono per moneta porcellane bianche, che si
truovano nel mare, e cfce se ne fanno le scodelle, e vagliono
le 80 porcellane un saggio d'argento, che sono due viniziani
grossi, e gli otto saggi d'ariento fine vagliono un saggio d'oro
fine. Egli hanno molte saliere, ove si cava e fa molto sale,
onde se ne fornisce tutta la contrada ; di questo sale lo re
n'hae grande guadagno. E non curano se l'uno tocca la fem-
mina dell'altro, pure che sia sua volontà della femmina. Quivi
hae un lago che gira bene 100 miglia, nel quale ha molti
pesci grandi, li migliori del mondo, di tutte fatte. Egli man-
giano la carne cruda, e ogni carne; i poveri vanno alla bec-
cheria, e quando s'apre il castrone o bue, sì gli si cava le
budella di corpo, e mettele nella salsa dell'aglio, e mangianle,
e così fanno d'ogni carne: i gentili uomeni la mangiano cruda,
ma la fanno minuzzare molto minutamente, poscia la mettono
nella salsa, e mangionla e con buone ispezie, e mangioni;
così come noi la cotta. Ancora vi conterò di questa provincia
di Gharagià medesima.
CUI.
Ancora della provincia di Charagià. Ij
Quando l'uomo si parte della città di Jaci, e va 10 gior-
nate per ponente, truova la provincia di Gharagià, e la ma-
stra città del regno è chiamata Gharagià; e sono idoli, e sono
-
-
inferma : insalubre.
porcellane bianche : conchiglie dallo smalto bianco e lucente (ey-
praeae, ingl. coterie).
fanno minuzzare : tutte le vivande cinesi vengono spezzate e mi-
ni M, MARCO POLO 189
al Gran Cane. Ed il re è figliuolo del Gran Cane; e in questa
provincia si truova Toro della pagliuola, cioè nel fiume, e an-
cora si truova in laghi e in montagne oro più grosso che di
pagliuola, e danne un saggio d'oro per sei d'ariento. Ancora
qui si spende le porcellane, ch'io vi contai, e in questa pro-
vincia non si truova queste porcellane, ma vengono d'India.
E in questa provincia nasce lo gran colubre e 1 gran ser-
pente, che sono sì smisurati, che ogni uomo se ne dovrebbe
maravigliare. Egli sono molto orribile cosa a vedere, e sap-
piate ch'egji ve n'ha per vero di quelli che sono lunghi IO
gran passi, e sono grossi 10 palmi ; e questi sono li mag-
giori: egli hanno due gambe dinanzi presso al capo, e gli
loro piedi sono d'una unghia fatta come di lione, e il ceffo
è molto grande, e lo viso è maggiore che un gran pane; la
bocca èe tale, che bene inghiottirebbe un uomo al tratto :
egli hae gli denti grandissimi, ed è sì smisuratamente grande
e fiero, che non è uomo né bestia che nollo dotti e non n'abbia
paura; e ancora ve n'ha dei minori d'otto passi o di sei. La
maniera come si prendono si è questa. Egli dimorano lo die
sotterra per lo gran caldo, e la notte escono fuori a pascere,
e prendono tutte quelle bestie che possono avere; elle vanno
a bere al fiume e al lago e alle fontane; elle sono sì grande
e sì grosse, che quando vanno a bere o a mangiare di notte,
fae nel sabbione, onde vae, tal fossa ch'e'pare che una botte
vi sia voltata; e li cacciatori che la vogliono pigliare veg-
gono la via onde è ito il serpente, e hanno un palo di legno
nuzzate in cucina, perchè il coltello non si usa a tavola. 1 Ci-
nesi mangiano con bastoncini di legno o d'osso (kuaitzu) ed
hanno tovaglioli di carta.
lo gran colubre: si tratta probabilmente di qualche gigantesca tar-
taruga o di qualche allegatore del fiume Rosso. La carne della
tartaruga è commestibile e il suo fiele si usa nella medicina de-
gli Orientali.
nollo dotti: non lo tema.
140 IL milioni-:
grosso e forte, e in quel palo è fitto un ferro d'acciaio fatto
come un rasojo, e cuopresi eoi sabbione, e assai fanno di
questi ingegni i cacciatori: e quando lo colubre viene per
questo luogo, percuote in questo ferro sì forte, che si fende
dallo capo al piede infino al bellico, sì che muore inconta-
nente; e così lo prendono i cacciatori, e incontanente ch'egli
è morto, e' gli cavano lo fiele di corpo, e vendonlo molto
caro, perciò che è la migliore medicina al morso del cane
rabbioso, dandogliene a bere d'un peso d'un piccolo danaio ;
e quando una donna non potesse partorire, dandogliene a
bere un poco di quel fiele, incontanente partorisce ; Laterza
cosa si è buono a nascienza, ponendone suso un poco di
quel fiele, e in poco tempo è guarito: e per queste cagioni
questo fiele èe. molto caro in questa contrada. E ancora la
carne si vende, perch' è molto buona a mangiare. E dicovi
che questo serpente vae alle tane de' lioni e degli orsi, e
mangia loro i loro figliuoli, se gli puote avere, e tutte altre
bestie di quella contrada. Egli v' ha grandissimi cavagli, e molti
ne vanno in India; e cavano loro due o tre nodi della coda,
acciò che non meni la coda quand'altri cavalca, perciò ch'a
loro pare molto cosa laida. Egli cavalcano lungo come Fran-
ceschi e fanno armi turchiesche di cuoio e di bufole. e hanno
balestra, e attoscano tutte le quadrella. E ancora aveano co-
tale usanza prima che il Gran Cane gli conquistasse, che se
avenisse che alcuno albergasse a lor casa, che fosse grazioso
e bello e savio, sì lo uccidevano, o con veleno o con altro:
e questo non facevano per moneta, ma diceano che tutto il
senno di colui e la grazia e la ventura rimaneva in lor casa,
e daposcia che '1 Gran Cane la conquistò, eh' è da 35 anni,
non fanno più questa cosa, per paura del Gran Cane. Or la-
sciamo di questa provincia e dirovvi d'un 'altra.
nascienza : enfiagione.
cavalcano lungo: cioè con lunghe staffe.
DI \T. MAROO POLO 141
GIV.
Della provincia d'Ardanda.
Quando l'uomo si parte di Gharagià, e va j)er ponente
5 giornate, truova una provincia che si chiama Ardanola, e
sono idoli, e sono al Gran Cane. La mastra città si chiama
Vocian. Questa gente hanno una forma d'oro a tutti i denti
ed a quelli di sopra e a quelli di sotto, sì che tutti i denti
paiono d'oro: e questo fanno gli uomeni, ma non le donne.
(Ili uomeni sono tutti cavalieri, e secondo loro usanza e' nou
fanno nulla salvo che andare in oste. Le donne fanno tutte
loro bisogne cogli schiavi insieme, ch'egli hanno. E quando
alcuna donna ha fatto il fanciullo, lo marito istae nel letto
40 dì, e lava il fanciullo e governalo ; e ciò fanno, perchè
dicono, che la donna ha durato molto affanno del fanciullo
a portarlo, e così vogliono chi si riposi, e tutti gli amici ve-
gliamo a costui al letto e fanno gran festa insieme; e la mo-
glie si leva del letto, e fa le bisogne di casa, e serve il marito
nel letto. E mangiano tutte carne e crude e cotte, e riso cotto
con carne. Lo vino fanno di riso con ispezie, ed è molto buono.
La moneta hanno d'oro e di porcellane, e danno un saggio
Ardanda : (Kardandan, Zardandan) è la regione a sud dei"Charagià,
che ha per capoluogo lrungchang (Uncian, Vocian) a mezza
strada fra Yunnanfù e Tali. La sua china scende in direzione
S. 0. fino alla Birmania, attraversata dai burroni profondi e
malsani del fiume Rosso (Sungìwi), del Mekong e del Salween
(Lantsang). E abitata da gente che i Cinesi chiamano « dai denti
d'oro » perchè portano una placca di questo metallo aderente ai
denti. Il vocabolo persiano Zardandan ha lo stesso significato e
deve essere stato suggerito al Polo da qualche funzionario per-
siano da lui conosciuto alla Corte.
142 IL MILIONE
d'oro per 5 d'ariento, perciò che non hanno argentiera presso
a 5 mesi di giornate ; e di questo fanno i mercatanti grande
guadagno, quando ve ne recano. Queste genti non hanno idoli
né chiese, ma adorano lo maggiore della casa, e dicono: di
costui siamo. Egli non hanno lettere, né scritture; e cioè non
è maraviglia, però che stanno in luogo molto divisato, che
non vi si puote andare di state per cosa del mondo, per l'aria
che v' è così corrotta, che mimo forestiere vi può vivere per
niuna cosa. Quando hanno affare l'uno coli 'altro, fanno tacche
di legno, e l'uno tiene l'unametà e l'altro l'altra metà; quando
colui dee pagare la moneta, egli la paga, e fassi dare l'altra
metà della tacca, In tutte queste provincie non è medici ; e
quando egli hanno alcuno malato, egli mandano per loro magi
e incantatori di diavoli ; e quando sono venuti al malato, ed
egli gli ha contato lo male che egli ha, egli suonano loro istor-
menti e cantano e ballano ; quando hanno ballato un poco, e
I' ano di questi magi cade in terra colla ischiuma alla bocca,
e tramortisce : e \1 diavolo gli è ricoverato in corpo, e così
istà grande pezza eh' e' pare morto, e gli altri magi diman-
dano questo tramortito della infermità del malato, e perché
egli hae cioè : quegli Tisponder ch'egli ha questo però che fece
dispiacere ad alcuno : e gli magi dicono : noi ti preghiamo che
tu gli perdoni, e prendi del suo sangue, sì che tue ti ristori di
quello che ti piace. SeM malato dee morire, lo tramortito dice:
egli ha fatto tanto dispiacere a cotale ispirito, ch'egli non gli
vuole perdonare per cosa del mondo. SeM malato dee guarire,
non hanno argentiera: notizia inesatta, perchè vi sono miniere
argentifere oggi esaurite, ma sfruttate per molto tempo, e le mi-
niere di zinco di Kochiu forniscono argento ancor oggi.
lo maggiore della casa : il culto degli antenati vive tuttora nella Cina.
tacche : contrassegni, ammessi ancor oggi dai nostri codici per gli
analfabeti.
magi e incantatori: esorcisti.
DI M. MARCO POLO 148
dico lo spirito eh' è nel corpo del mago: togliete cotanti mon-
toni dal capo nero, e cotali beveraggi, che sono molto cari, o
fate sacrificio a cotale ispirito. Quando gli parenti del malato
hanno udito questo, fanno tutto ciò che dice lo spirito, e ucci-
dono gli montoni, e versono lo sangue ov'egli ha detto, per
sacrificio ; poscia fanno cuocere un montone o piiìe nella casa
del malato ; e quivi sono molti di questi maghi e donne, tanti
quanti egli ha detto questo spirito. Quando lo montone è cotto,
e '1 beveraggio apparecchiato, e la gente v' è ragunata al
mangiare, egli cominciano a cantare e a ballare e a sonare,
e gittano del brodo per la casa in qua e in la, e hanno in-
censo e mirra, e affumicano e alluminano tutta la casa.
Quando hanno così fatto un pezzo, allotta inchina l'uno e
l'altro, e domandano lo spirito se ancora ha perdonato al
inalato ; quegli risponde : non gli è ancora perdonato ; fate
anche cotale cosa, e saràgli perdonato : e fatto quello che ha
comandato, egli dice: egli sarà guarito incontanente; e allotta
dicono eglino: lo spirito è bene dalla nostra parte; e fanno
grande allegrezza: e mangiano quel montone, e beono, e ogni
uomo torna alla sua casa; e il malato guarisce incontanente.
Or lasciamo questa contrada, e dirovvi d'altre contrade, come
voi udirete.
GV.
Della grande china.
Quando l'uomo si parte di questa provincia eh' io v' ho
contato, l'uomo discende per una grande china, eh' è bene
due giornate e mezzo pure a china: e in quelle due giornate
•
per una grande china : Da Vocian a MyeD (Awaj in Birmani;), vi
sono due carovaniere, una superiore (oggi via postale) che va da
Tali a Bhamo sull1 Irawaddi, passando per Teng yueh. e poi se-
dile il corso discondente del fiume; l'altra battuta soltanto d'in-
144 IL MILIONE
e mezzo non hae cosa da contare, salvo che v'ha una gran
«piazza, ove si fa certa fiera certi dì dell'anno. E quivi ve-
gnono molti mercatanti che recano oro e ariento e altre mer-
catanzie assai, ed è grandissima fiera; e quegli che recano
l'oro e F ariento quiritta, ninno puote andare in loro contrada,
salvo ch'eglino; tant'è contrada rea, e divisata dall'altre, né
niuno puote sapere ov'egli stanno, perchè niuno vi puote
andare. Quando l'uomo hae passato queste due giornate,
l'uomo truova una provincia verso mezzodie, ed è agli con-
fini dell'India, eh' è chiamata Myen; poscia va l'uomo 15
giornate per luogo disabitato e sozzo, ov'hae molte selve e
boschi, ov'hae lionfanti e liocorni assai, e altre diverse bestie
assai, uomeni né abitazioni non v' ha, perciò vi lascerò di
questa contrada, e clirovvi d'una istoria, come potrete udire.
evi.
Della provincia di Myen,
Sappiate, che quando Fuomo ha cavalcato 15 giornate,
per questo così diverso luogo, l'uomo truova una città c'ha
nome Myen, molto grande e nobile, e la gente è d'idoli, e
sono al Gran Cane, e hanno linguaggio per loro, e in questa
città hae una molto ricca casa. Che anticamente fu in questa
città un molto ricco re, e quando venne a morte, lasciò che
da ogni capo della sua sepoltura si dovesse fare una torre.
verno per il rifornimento del cotone birmano, che scende per la
gran china di Vocian a Szemao e Mandalay, passando per Meng-
keng, « ove si fa certa fiera ». M. Polo sembra aver seguita
quest'ultima.
quiritta: arcaismo, qui appunto.
Myen : (cinese Mien fieri) è Awa. allora capitale della Birmania,
oggi in rovina.
ni M. MARCO POLO 145
l'una d'oro e l'altra d'anelito ; e queste torri sono fatte com'io
vi dirò: ch'elle sono alte bene 10 passi, e grosse come si con-
viene a quella altezza; la torre si è di pietre, tutta coperta
d'oro di fuori, ed èvvi grosso bene un dito, si che vedendola
pare pure d'oro. E disopra è tonda, e quel tondo è tutto
pieno di campanelle, e sono dorate, che suonano tutte le volte
che '1 vento vi percuote. L'altra è d'ariento, ed è fatta né
più né meno che quella d'oro: e questo re le fece fare per sua
grandezza e per sua anima; e dicovi che gli è la più bella
cosa del mondo a vedere, e di maggiore valuta. E '1 Gran Cane
conquistò questa provincia, com' io vi dirò. Il Gran Cane
disse a tutti i giullari che aveva in sua corte, che voleva
ch'andassero a conquistare la provincia de Myen, e darebbe
in loro compagnia quegli d'Aide e quegli di Gaveita. Li giullari
dissoro, che volentieri. Vennero qui con questa gente i giul-
lari, e presono questa provincia. Quando furono a questa città,
viddono così bella cosa di queste torri, mandarono a dire al
Gran Cane la bellezza di queste torri, e la ricchezza e '1 modo
come furono fatte e ov'elle erano, e se voleva che le disfa-
cessono e mandassongli 1' oro e 1' ariento. E lo Gran Cane,
udendo che quello re l'avea fatte fare per la sua anima e
per ricordanza di lui, mandò comandando che non fossono
Aide e Caveita: noli1 India, luoghi famosi per i loro stregoni. La
Birmania fu conquistata dall' esercito di Kublai nel 1283, gui-
dato dal celebre generale persiano Nasr-eddin, da cui M. Polo
deve avere ottenuto preziose informazioni sul paese, Nella guerra
birmana la cavalleria tartara venne per la prima volta in contatto
con gli elefanti. Saettati abilmente dai Tartari appiedati, gli ele-
fanti si sbandarono e scompigliarono l'esercito birmano, ch'era
venuto loro incontro sulla china di Vociali. Duecento elefanti
furono mandati come trofeo di guerra a Pekino. Un nuvolo di
astrologi, d' incantatori e di stregoni avrà certamente seguito
l'esercito tartaro.
Ma lieo Polo. — Il Milione. LO
-J
146 IL MILIONE
guaste, anzi vi stessono per colui che l'avea fatte fere, cioè
il re che fu di quella terra. E di cioè non fue maraviglia,
perciò che niuno tartero non tocca cosa di niuno uomo morto.
Egli hanno leonfanti assai, e buoi selvatici grandi e belli, e
di tutte bestie in grande abbondanza. Ora abbiamo detto di
questa provincia, e dirovvi d'un' altra eh' ha nome Gangala.
CVII.
Della provincia di Gangala.
Gangala è una provincia verso mezzodì, che negli anni
Domini 1290, che io Marco era nella corte del Gran Cane,
ancora non l'avea conquistata; ma tuttavia v'era Toste e sua
gente per conquistarla. In questa provincia egli hanno re, e
hanno loro linguaggio, e sono pessimi idoli, e sono a' con-
fini dell'India; qui v' hae molti erniosi. Li baroni di quella
contrada hanno li buoi grandi come leonfanti. Egli vivono di
carne e di riso, e fanno grande mercatanzia, ch'egli hanno
spigo e galiga e zizibe e zucchero e di molte altre care ispe-
zie. Quivi vengono i mercatanti, e quivi accattano dell' ispe-
zie eh io v' ho detto, e quivi ne truovano assai. E sappiate
che gli mercatanti in questa provincia accattano assai ispe-
ziona, poscia le portono a vendere per molte altre parti.
Quivi non ha altro ch'io voglia contare; e perciò ci parti-
remo, e diremo di un' altra provincia verso levante eh' ha
nome Gaugigù.
Gangala: è Kiang Cheli o Kiang hung, sul Mekong, capitale del
Laos, provincia contesa fra la Birmania e il Siam. La Cina non
riuscì mai a superare 1' inestricabile jungla dalla quale essa ne
è separata.
buoi grandi: è il bos gavaeus o gaurus {gayal degli Indiani).
lo spigo : è la lavanda odorosa (spigonardo) ; la galiga è la radice
nodosa d^una pianta che somiglia il mirto ; lo xizibbo è il giuggiolo.
ni M. MARCO POLO 147
GVIII.
Della provincia di Caugigù.
Cangigli è una provincia da levante, che ha re, e sono
idoli e hanno lingua per loro. Egli ubidiscono al Gran Cane,
e ogni anno gli fanno tributo. E dicovi che quello re che
regnava, era si lussurioso ch'egli teneva bene 300 moglie, e
com'egli avea una bella femmina nella contrada, incontanente
la pigliava per moglie. Quivi si truova molto oro e care [spe-
zie, ma è molto di lungi dal mare, però non vagliono guari
loro mercatanzie. Egli hanno molti lconfanti e altre bestie
assai, e vivono di carne e di riso, e '1 vino fanno di riso.
I maschi e le femmine si dipingono tutti a uccelli e ad agu-
glie e ad altri divisamenti, e dipingonsi il volto e le- mani
è 1 corpo e ogni cosa; e questo fanno per gentilezza, e chi
più n* ha di queste dipinture più si tiene gentile e più bello.
Or lasciamo di questo, e dirovvi d' un' altra provincia eh.' è
chiamata Amu, ch'è verso levante.
f CIX.
I Della provincia d'Amu.
Amu è una provincia verso il levante che sono al Gran
(lane, e sono idoli; egli vivono di bestie e di terra, e hanno
Caugigù: (cinese Chiao chicli kiw, ossia regno di confino) ò il Ton-
kino superiore, dal 1882-85 colonia francese floridissima, solcata
da canali e traversata da ferrovie. La capitale Hanoi è città mo
derna con tutti i conforti. ,
Amu: (Anin. Homi, Honing) è quella parte del Yunnan inferiore
che confina col Tonkino. Per rientrare in Cina M. Polo deve
avere attraversato il passo di Ma pai, a 1000 in. sul mare, ri-
montando poi Paltò Sikiang.
148 IL MILIONE
lingua per loro. Le donne portano alle braccia e alle gambe
bracciali d'oro e d'ariento di gran valuta, e gli uomeni gli
portano migliori e più cari. Egli hanno buon cavagli ed assai,
e quegli d' India ne fanno grande mercatanzia, egli hanno
grande abondanza di buoi e di bufale e di vacche, perchè
hanno molto buon luogo da ciò per fare buone pasture, per
erbe eia vivere di tutte cose. E sappiate che da Amu infino
a Caugigù, ch'è di dietro, si ha 15 giornate; e di qui a Gan-
gala, la terza provincia, a petto si ha 20 giornate. Or ci par-
tiremo d'Amu, e andremo a un'altra provincia che ha nome
Toloma, ch'è lungi da questa 8 giornate verso il levante.
GX.
Della provincia di Toloma.
Toloma è una provincia verso il levante, e hanno lingua
per loro e sono al Gran Cane. La gente è idola e sono bella
gente, non bene bianchi, ma bruni; ma sono buoni uomeni
d'arme, e hanno assai città e castella, e hanno grandissima
quantità di montagne e forti. E quando muoiono fanno ar-
dere i loro corpi, e l'osse che non possono ardere, sì le met-
tono in piccole cassette e portanle alle montagne, e fannole
istare appiccate nelle caverne, sì che niuno uomo né altra
bestia nolle puote toccare. Qui si truova oro assai, la moneta
Toloma: (Koloman) era la parte centrale del Yunnan, una serie di N
conche alpestri, abitate dai Lolo, il cui nome sembra essersi
conservato nella prefettura di Lunan. I Lolo vivono appartati
dai Cinesi. Coi loro costumi bizzarri e carichi di collane d'ar-
gento si vedono spesso danzare al chiaro di luna a Yuan chiang
sul fiume Rosso, sopra Manhao, o girare in frotte intorno a
Mengtze, preceduti da un porta-ombrello quando vengono a tra-
piantare il riso dei nuovi padroni.
DI M. MARCO POLO
149
minuta èe di porcellane, e così tutte queste provincie, come
Gaugala e Caugigù e Amu, e' spendono oro e porcellane. Quivi
liae pochi mercatanti, ma sono ricchi. Egliono vivono di
carne e di laido e di riso e di molte buone ispezie. Or la-
sciamo di questa provincia, e dirovvi d' un' altra chiamata
Cuigiù, verso il levante.
CXI.
Della provincia di Cuigiù.
Cuigiù è una provincia verso il levante, che quando l'uomo
si parte di Toloma e' va 12 giornate su per un fiume ov' ha
ville e castella assai. Non v' ha cose da ricordare. Di capo
delle 12 giornate si truova la città di Siungliè, la quale è
molto nobile e molto grande, e sono idoli, e sono al Gran
Cane, e vivono di mercatanzie e d'arti, e fanno panni di
scorze d'albori, e sono bel vestire di estate, elle sono certe
file traggono delle dette iscorze. Egli sono uomeni d' arme,
non hanno moneta, se non le carte del Gran Cane. E v' ha
tanti leoni, che se neuno dormisse la notte fuori di casa,
sarebbe incontanente mangiato. E chi di notte va per questo
laido : latto, dal fr. lait.
Cuigiù : è il lembo occidentale del Kueichow, attraversato dal Si-
kiang (fiume dell'Ovest) detto anche il fiume delle perle, infe-
stato dalle tigri, (i lioni del testo v. pag. 128).
Siungliè: è la pronuncia locale di Hsuan-wei, i cui abitanti vestono
d'estate di una bella tela bianca finissima, ottonuta dalla fibra
della bohemeria nivea, una specie d'ortica, che in Italia è co-
nosciuta col nome di ramié. Da Hsuan-wei M. Polo rimonta a
Sindù, Caicrù e Chaciafù(v. pag. 126) e ritorna a Giogiù(pag. 121)
per prendere l'altro ramo della via di S. E. che dal Catai mena
in Mangi per il Gran Canale,
150
IL MILIONE
fiume, se la barca non ista ben lungi dalla terra, quando si
riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e piglierebbe uno di
questi uomeni, e mangerebbelo ; ma gli uomeni se ne sanno
bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E
sì vi dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un
gran leone, e sono questi cani di questa contrada, e sì lo uc-
cidono, tanto sono arditi. E dirovvi come. Quando uno uomo
èe a cavallo con due di questi buoni cani, come i cani veg-
gono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e l'altro di
dietro, ma sono sie ammaestrati e leggieri che '1 lione non
gli tocca, perciò che '1 lione riguarda molto l'uomo; poi il
lione si mette a partire per trovare albore, ove ponga le reni
per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono
alle coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è
a cavallo, sì lo seguita percotendolo con le sue saette molte
volte, tanto che '1 lione cade morto, sì che non si può di-
fendere da un uomo a cavallo con due buoni cani. Costoro
hanno seta assai, e su per questo fiume va mercatanzia as-
sai da ogni parte, e altresì per gli reami di questo fiume. E
ancora andando su per questo fiume 12 giornate si truova
città e castella assai; la gente sono idole e sono al Gran Cane,
e spendono monete di carte. Alcuna gente v' ha d'arme, al-
cuna di mercatanti e artefici. Di capo delle 12 giornate è
Sindufù, di che questo libro parlò adrietro; di capo di que-
ste 12 giornate, l'uomo cavalca bene 70 giornate per terre
e per provincie, di che ne parlò questo libro adrieto; di capo
delle 70 giornate l'uomo truova Caiciiì, ove noi fummo; di
Caiciù si parte e va 4 giornate trovando castella e città assai,
E sono artefici e mercatanti, e sono al Gran Gane, e hanno mo-
neta di carta. Di capo alle 4 giornate si truova Chaciafù eh' è
della provincia del Catai, e dirovvi sua usanza e suoi costu-
mi, come voi potrete udire,
DI M. MARCO POLO 161
GXII.
Della città di Chaciafù.
Chaciafù è una città grande e nobile verso mezzodie, la
gente sono idoli e sono al Gran Cane, e fanno arciere loro
corpi quando sono morti, e sono mercatanti e artefici, per-
ch'egli hanno seta assai e zendadi: fanno drappi di seta in-
dorati assai, e ha città e castella sotto se. Or ci partiamo di
qui, e andremo 3 giornate verso mezzodie, e diremo di un'al-
tra città che ha nome Gianglù.
GXIII.
Della città di Cianglù.
Egli è una molto gran città nella provincia del Gatai, ed
è del Gran Cane, e sono idoli, e la moneta hanno di carte, e
fanno ardere lor corpi morti ; e in questa città si fa sale in
grandissima quantità, e dirovvi come. Qui hae una terra molto
salata, e fannone grandi monti, e in su questi monti gettano
molto acqua, tanto che l'acquava di sotto: poscia quest'acqua
fanno bollire in grande caldaje di ferro, ed è assai; e poi que-
st'acqua è fatta sale bianca, ed è minuta. Di questo sale si
porta per molte contrade. Qui non ha altro che ricordare. Ora
vi conterò di un'altra città che ha nome Gianglì, ch'è verso
mezzodì. .
Cianglù: ò Ts'ang ckou, 30 miglia a S. E. di Chaciafù. 11 sale di
cui si parla è salnitro.
152
IL MILIONE
CXIV.
Della città ch'ha nome Cianglì.
Cianglì, èe una città della provincia del Catai, e sono idoli
e al Gran Cane, e hanno monete di carte, ed è di lungi di
Gianglù 5 giornate, sempre trovando città e castella. E que-
sta contrada è al Gran Cane. E per mezzo della terra vae un
gran fiume, ove sempre va molta mercatanzia di seta e di
molta ispezieria e d'altre cose, Or ci partiamo, e dirovvi
d'un'altra città ch'ha nome Codifù, di lungi da questa 6 gior-
nate verso mezzodie. f
GXV.
Della città ch'ha nome Codifù.
Quando l'uomo si parte di Cianglì e' vae 6 giornate verso
mezzodì tuttavia trovando città e castella di grande nobiltà;
e sono idoli, e ardono lo corpo morto, e sono al Gran Cane,
e hanno moneta di carte, e vivono di mercatanzie e d'arti,
e hanno grande abbondanza d'ogni cosa da vivere, ma non
Cianglì : è Techow, all'entrata della provincia dello Shantung, sul
fiume Wei.
Codifù: è Todinfù o Tsinanfù, 86 miglia da Cianglì. È la capitale
dello Shantung, sul fiume Tatsing, che comunica col Gran Ca-
nale. La seta cruda dello Shantung è chiamata dai Cinesi pen
ssùj cioè di color naturale (la nostra pongée).
ardono lo corpo morto: la cremazione dei cadaveri (teo tsang),
notata universalmente da Marco Polo; era un' istituzione bud-
distica che dava larghi proventi ai lama. Il neo-confucianismo
dei Sung insorse contro il monachismo e la cremazione, e que-
sta oggi è permessa ai soli bonzi. I Cinesi inumano i loro ca-
daveri.
DI M. KABCO POLO 16H
ci ha cosa da ricordare, e però diremo di Godifù. Sappiate
che Godifù fu già molto grandissimo reame, ma 'I (Iran (lane
lo conquistò per forza d'arme, ina ancora ella ce la più nobile
città di quel paese. Qui v' liae. grandissimi mercatanti; qui
v* liac tanta seta eh' ò maraviglia, e belli giardini e molti
frutti e buoni. E sappiate che questa città ha sotto sé 15 città
di gran podere, e sono tutte di grande mercatanzie e di grande
prode. E dicovi clic negli anni Domini ff73 il Gran Cane àvea
dato a un suo barone ben 80 mila cavalieri, ch'andasse a que-
sta città per guardarla e per salvarla; e quando egli fue istato
in questa contrada un tempo, egli ordinò con certi uomeni di
([liei paese di fare tradimento al signore, e rubellare tutte
queste terre al Gran Cane. Quando il Gran Cane seppe questo,
vi mandò suoi due baroni con 100 mila cavalieri; quando que-
sti due baroni vi furono presso, il traditore uscì fuori con
questa gente che avea, che erano bene 100 mila cavalieri e
molti pedoni. Qui si fu la battaglia grandissima; il traditore
fue morto e molti altri; e tutti coloro della terra eli' erano col-
pevoli il Gran Cane gli fece uccidere, e a tutti gli altri per-
donò. Oj ci partiamo di qui, e dirovvi d'un'altra città che
verso mezzodì, ch'ha nome Singiù.
ex VI.
Della città eh' ha nome Singiù.
E quando l'uomo si parte di Godifù, l'uomo va 3 giornate
verso mezzodie, tuttavia trovando città e castella assai, e car-
di grande prode : di gran prò, di gran vantaggio.
negli anni 1273: il governatore Lu (Lu chiang-chiin) fu istigato
a ribellarsi dai discendenti e seguaci di Confucio, che era nativo
di questa provincia. Il movimento insurrezionale fu tosto sedato.
I libri cinesi mettono questo avvenimento all'anno 1262.
Singiù : o ìSingiu matou, a tre giornate a sud di Tsinan, è il
154 IL MILIONE
ciagioni e uccelli assai, e d'ogni cosa ha grande abbondanza";
e da capo delle 3 giornate si truova la città di Singiù eh' è
molto grande e bella e di gran mercatanzia e d'arti assai, e
sono idoli e sono al Gran C#ne; la loro moneta èe di carte.
E sì vi dico eh' egli hanno un fiume , onci' egli hanno gran
prode ; e dirovvi come gli uomeni della contrada hanno fatto
questo fiume che viene verso mezzodì. Egli 1' hanno partito
in due parti, l'ima parte va verso levante, e va ai Mangi,
l'altro verso il ponente, verso lo Calai. E dicovi che questa
terra ha sì gran novero di ìiSvi, che quest'è maraviglia, e non
sono già gran navi. E con queste navi a queste provincie por-
tano e recano grande mercatanzie, tanto eh' è meraviglia a
credere. Or ci partiamo di qui, e dirovvi d'un'altra verso mez-
zodì, eh' ha nome Lingiù.
GXVII.
Della città che ha nome Lingiù.
Quando l' uomo si parte di Singiù, e' va per mezzodì 8
giornate, tuttavia trovando città e castella assai, e ricche e
grandi. E sono idoli, e fanno ardere loro corpo morto, e sono
al Gran Cane. La moneta sono carte; a capo delle 8 giornate
truova una città eh' ha nome Lingiù, ch'è capo del regno, e
la città è molto nobile, e sono uomeni d'arme. Ancora è la
terra d' arti e di mercatanzia, ed havvi bestie e uccelli in
grande abbondanza, e assai roba da mangiare e da bere, ed
èe in sul fiume che io vi ricordai di sopra, ed ha maggiori navi
che l'altre di sopra. Or lasciamo qui, e dirovvi d'un'altra
città eh' ha nome Tigiù, ch'è molto grande e ricca.
porto cT imbarco (matou) sul fiume "Wei, il quale versa parte
delle sue acque nel Gran Canale.
Lingiù: è Lienchou sul fiume Luen.
1)1 M. MA UGO POLO 155
GXVIII.
Della città di Tigiù.
Quando l'uomo si parte di Lingiù, e' va 3 giornate per
mezzodì, trovando castella e cittadi assai, e sono del Catai,
6 sono idoli, e fanno ardere i loro corpi morti, e sono al
Gran Cane; e liavvi uccelli e bestie assai, e le migliori
del mondo. Di tutto da- vivere hanno grande abbondanza.
Di capo delle 3 giornate si truova una città, eh' ha nome Ti-
giù, molto grande e nobile, di grande mercatanzie e d'arti, e
questa città èe all'entrata della gran provincia dei Mangi.
Questa città rende grande prode al Gran Cane. Or ci partiamo
e dirovvi di un'altra città eh' ha nome Cingiù, ch'è ancora a
mezzodie.
GXIX.
Della città eh' ha nome Cingiù.
Quando l'uomo si parte della città di Tigiù, e' vae u2 gior-
nale verso mezzodie per belle contrade e diviziose d'ogni cosa,
e a capo delle 2 giornate truova la città di Cingiù, ch'ò molto
grande e ricca di mercatanzia e d'arti. La gente èe idola, e
Tigiù: ò Taichou all'entrata della provincia di Honan.
Cingiù : Chin chou, a due giornate dalla città di Tigiù, e ad una
giornata (oggi 60 miglia) dal mare, era il gran porto dello Shan-
tung meridionale sullo sbocco del fiume Giallo, prima del 1853.
In queir anno il fiume ruppe le sue dighe a Kaifeng, capitalo
dell' Honan, e ritornò nelP alveo antico, dove scorre tuttora. Il
canale dove passò Marco Polo rimase a secco, e dal 1868 vi fio-
risce un notevole centro mercantile, Tsinkiangpu, stazione della
ferrovia Shanghai-Tientsin.
156 IL MILIONE
fanno ardere gli corpi loro morti; e le loro monete sono carte,
e sono al Gran Cane, e hanno molto grano e biade. Qui non
ha altro, e perciò ci partiremo, e andremo più innanzi. Quando
l'uomo èe ito 3 giornate verso mezzodie, l'uomo trova belle
città e castella e cacciagioni e uccellagioni e buon grani e
biade assai; e sono della maniera che quegli di sopra. Di capo
delle 3 giornate si truova il gran fiume di Charamera, che viene
dalla terra del Preste Giovanni. Sappiate che egli è largo un
miglio, ed è molto profondo, sì che bene vi puote andare gran
nave ; egli ha questo fiume bene 15 mila navi, che tutte sono
del Gran Cane per portare sue cose quando fa oste all' isole
elei mare, che 7 mare è presso a una giornata. E ciascuna di
queste navi vuole ben 15 marinari, e portano in ognuna 15
cavagli cogli uomeni, co' loro arnesi e vivande. E quando
l'uomo ha passato questo fiume entra nella gran provincia dei
Mangi, e dirovvi come la conquistò il Gran Cane.
GXX.
Come il Gran Cane
conquistò lo reame de li Mangi.
Egli è vero che nella gran provincia de li Mangi era si-
gnore Fafuri ed era, dal Gran Cane in fuori, il maggiore si-
Fafuri: ò la trasformazione del vocabolo franco Empereur data la
pronuncia saracena del p come ph: {opium = aphium). L' ul-
timo erede della dinastia cinese dei Sung, la quale per tre se-
coli (9G0-1280) aveva continuate le gloriose tradizioni letterarie
artistiche e commerciali inaugurate nel VII secolo coi Tang, fa-
cendo della Cina il paese più florido e più civile del mondo,
V imperatore Tu tsung (il Fafuri del nostro testo) dovette cedere
dinanzi all' invasione mongolica. Ali1 appressarsi del generale
tartaro Baian (cinese Peli yen, cent' occhi, il gran cacciatore
DI M. MARCO POLO 167
gnore elei mondo, e '1 più possente d'avere e di gente: ma
non sono genti d'arme, che se fossono i stati buoni d'arme,
alla forza della contrada mai non l'avrebbe perduta, che le
terre sono tutte attorneate d'acqua molto fonda, e non vi si
va per ponte. Sì che il Gran Cane gli mandò un barone
ch'avea nome Baian Sa, cioè a dire «Baian 100 occhi » : e que-
sto fu negli anni Domini 1273: e il re delli Mangi trovò per
sua istrolomia, che la sua terra mai non si perderebbe, se
non per un uomo eh' avesse 100 occhi. E andò Baian con
grandissima gente e con molte navi, che gli portarono uo-
nieiii a piedi e a cavallo, e venne alla prima città de li Mangi,
e non si vollono arendere a lui; poscia andò all'altre infino
alle sei città; e queste lasciava: però che il Gran Cane gli
ir. andava molta gente dietro ; ed ò questo Gran Cane che oggi
regna. Ora avenne che costui prese pure queste sei città per
forza, e poscia ne pigliò tante che n'ebbe 12; poscia se ne
andò alla mastra città de li Mangi, e' ha nome Kinsai, ov'era
il re e la rema. Quando il re vidde tanta gente, ebbe tal
paura che si partì della terra con molta gente e bene con
1000 navi, e andò al mare occeano, e fuggì nell' isole, e la
rei na rimase, che si difendeva al meglio che poteva. E la
reina domandò chi era il signore dell'oste. Fulle detto: Baian
100 occhi ha nome; e la reina si ricordò della profezia che
abbiamo detto di sopra, incontanente rendeo la terra, e in-
di Kublai, v. pag. 103), Fafuri lasciò la capitale Kinsai (Hang-
chow, di cui vedi una magnifica descrizione al cap. CXXXI)-e si
rifugiò a "VVenchow, dove miseramente perì. La moglie e le
principessine, rimaste nella capitale, caddero in mano dell1 in-
vasore che le spedì a Pekino come preda di guerra, insieme a
un immenso bottino (1276). La conquista tartara, che aveva spaz-
zato via Pun dopo l'altro Prete Giovanni dalla Mongolia e dal
Tangut (1220) e la dinastia Chin dal Catai (1234), si compieva
con P occupazione della Cina meridionale, che iniziatasi nel 1 269,
finiva nel 1279 con P occupazione di Siang yang.
168
IL MILIONE
contanente tutte le città delli Mangi s' arenderono a Baian.
E in tutto il mondo non era sì grande reame come questo,
e dirovvi alcuna delle sue grandezze. Sappiate che questo re
faceva ogni anno nutricare 20 mila fanciulli piccoli ; e dirovvi
come. In quella provincia si gittano i fanciulli, come sono
nati, le povere persone che non gli possono nutricare: e
quando un ricco uomo non ha figliuoli, egli va al re e fas-
sene dare quant'egli vuole; e quando egli ha fanciulli e fan-
ciulle a maritare, sì gli amoglia insieme, e dà loro onde pos-
sano vivere; e in questo modo n'alleva ogni anno bene 20 mila
fra maschi e femine. Ancora fa un'altra cosa che quando lo
re va per alcuno luogo e vede due belle case, e dal lato una
piccola, ed egli domanda perchè quelle sono maggiore di
quella, e s'egli è perchè sia alcuno povero che nolla possa
fare maggiore, incontanente comanda che di suoi danari sia
fatta. Ancora questo re si fa servire a più di mille fra don-
zelli e donzelle. Egli mantiene suo regno in tanta giustizia,
che non si fa niuno male, che tutte le mercatanzie istan.no
fuori. Contato v' ho del regno, ora vi conterò della reina. Ella
fu menata al Gran Cane, e '1 Gran Cane le fece grande onore
come a grande reina: e lo re, marito di questa reina, mai non
uscì dell' isole del mare occeano, e quivi morìo. Or lasciamo
di questa materia, e tornerovvi a dire della provincia de1
Mangi, e di loro maniere e di loro costumi ordinatamente;
e prima cominceremo della città di Ghaigiagiù.
si gittano i fanciulli : sei secoli di vita non hanno gran fatto mu-
tate le condizioni sociali della vecchia provincia. Alla istituzione
paesana dell1 orfanotrofio descritto da Marco Polo, si è aggiunta,
per opera dei missionari cristiani, la Santa Infanzia, senza per
altro esser riuscita ad eliminare la dolorosa piaga sociale dei
bambini reietti, prodotta dall'eccesso di popolazione, derivante
dall' affollamento industriale e dal monachismo buddistico pra-
ticato in larga scala.
DI U. MARCO POLO 169
CXXI.
Della città chiamata Chaigiagiù.
Chaygiagiù è una gran città e nobile, ed è all' entrata
della provincia dei Mangi inverso isciloc. La gente è idola, e
ardono i loro corpi morti, e sono al Gran Cane, ed è in sul
gran fiume di Gharamera, e havvi molte navi. Questa terra
è di grande mercatanzia, perch'ò capo della provincia, ed è
in luogo da ciò. Quivi si fa molto sale, sì che ne fornisce da
10 città: il Gran Cane n' hae grande rendita di questa città,
tra del sale e delle mercatanzic. Or ci partiamo di qui, e di-
rovvi d'un* altra città ch'ha nome Paochì.
GXXII.
Della città chiamata Paochi.
Quando l'uomo si parte di qui, l'uomo va bene una gior-
nata per isciloc per una istrada lastricata tutta di belle pietre:
e da ogni lato della istrada si è l'acqua grande, e non si
puote entrare in questa provincia, se non per questa istrada.
Di capo di questa giornata si truova una città che ha nome
Paochì, molto grande e bella, e la gente è idola, e fanno
ardere loro corpi morti, e sono al Gran Cane, e sono arte-
fici e mercatanti. Molta seta hanno, e fanno molti drappi
di seta e ad oro, e da vivere hanno assai. Quie non ha al-
tro, e perciò ci partiremo, e diremo di un'altra ch'ha nome
Ghayù.
Chaigiagiù: e Iluai ngan fu, gran porto, allora, sul fiume Giallo, a
una giornata di distanza dal mare (v. pag. 155).
sciloc : scirocco.
Paochì: è Pao ying hsien, città manifatturiera, al termine di una
lunga banchina lastricata con belle pietre, che ci accompagna
por una giornata intera di cammino lungo il canale.
160
IL MILIONE
CXXIII.
Della città eh' è chiamata Chayù.
Quando l'uomo si parte di Paochì, l'uomo vae una gior-
nata per isciloc, e truova una città ch'ha nome Chayù, molto
grande, e sono come que' di sopra, salvo che v'èpiue bella
uccellagione, ed evvi per uno viniziano d'ariento tre fagiani.
Ora vi dirò d'un'altra chiamata Tingiù.
GXXIV.
Della città eh' è chiamata Tingiù.
Tingiù è una città molto bella e piacevole, non molto
grande, eh 'è di lungi da quella di sopra una giornata. La gente
si è idola, e sono al Gran Cane, moneta hanno di carte; qui
si fa molte mercatanzie ed arti; ed havvi molte navi, ed è
verso isciloc; quivi hae uccellagioni e cacciagioni assai, ed è
presso a 3 giornate al mare occeano. Qui si fa molto sale,
e '1 Cane n'ha tanta rendita, ch'a pena si potrebbe credere.
Or ci partiamo di qui, e andiamo a un'altra città, eh' è presso
ad una giornata a questa.
Quando l'uomo si parte di Tingiù, l'uomo vae verso isciloc
una giornata, trovando castella e case assai. Di capo della
giornata truova l'uomo una città grande e bella, e' ha sotto
Chayù : è Kao yu, città sul canale. Molti fagiani a buon mercato. I
Cinesi chiamano i fagiani shan chi, galline di montagna, e ne
hanno di varie specie, tra cui PAmherst, importato in Europa
dall'ambasciatore inglese di questo nome.
Tingiù: è Tienchou, città di second'ordine. A una giornata trovasi
la città grande e fcbella di Yangchou, dove Marco Polo risiedè
per 3 anni (1278-80) per controllare la ragione o gabella del
sale (v. pag. 174) principale produzione del paese.
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DI M. MA» 0 POLO 161
di sè 27 città tutte buone, ed è di gran mercatante; e in
questa hae uno de' lu2 baroni del Signore; e messer .Marco
Polo signoreggiò questa città tre anni. Qui si fa molti arnesi
d'anni e da cavalieri; e di qui ci partiamo, e dirovvi di due
grandi provincie de li Mangi, che sono verso levante; e prima,
dell'una ch'ha nome Nangì.
GXXV.
Della provincia di Nangì,
Nangì èe una provincia molto grande e ricca, e la gente
idola, la moneta è di carte, e sono al Gran Cane, e vivono
di mercatanzie e d'arti, e hanno seta assai e uccellagioni e
cacciagioni, e ogni cosa da vivere, e hanno lioni assai. Di qui
ci partiamo, e conterovvi delle tre nobili città di Saianfù, però
Nangì : ò la provincia del Kiangnan. La sua capitalo Nankin ò una
vasta città riunita da una lunga strada e da canali alla sponda
sinistra del fiume Azzurro. Fu capitale dei Ming dal 1368 al 1400.
La sua famosa torre di porcellana fu abbattuta dai ribelli Tai-
ping nel 1854. Nel 1842 vi fu conchiusa la paco tra Inghilterra
e Cina dopo la guerra così detta dell'oppio. La città ò oggi in
comunicazione ferroviaria con Soochow e Shanghai.
Saianfù: è llsiang yang nella provincia di Hupeh sull'alto Han, un
affluente di sinistra che si versa nel fiume Azzurro ad Ilankow,
di fronte alle due grandi città di AVuchang e Hanyang. Tre anni
dopo la caduta di Hangchow, la sua eroica resistenza al lungo as-
sedio da parte dei Tartari (1269-79) fu domataMalle macchine
guerresche, dai mangani e dalle catapulte preparate sotto la di-
rezione del padre e dello zio di Marco, postisi anch'essi al servizio
di Kublai Khan.
Marco Polo. — 11 Milione. 11
162 IL MILIONE
che sono di troppo grande affare. Saianfù èe una gran città e
nobile, che ha sotto sé 12 città grandi e ricche; qui si fa
grandi arti e mercatanzie, e sono idoli; la moneta è di carte,
e fanno ardere loro corpo morto, e sono al Gran Cane; e havvi
molta seta, e tutte le nobile cose eh' a nobile città conviene.
E sappiate che questa città si tenne tre anni, poscia che tutto
il Mangi fue renduto, tuttavia istandovi l'oste; ma non vi
poteva istare se non da un lato verso tramontana, che l'altro
si è il lago molto profondo. Vivanda aveano assai per questo
lago, sì che la terra per questo assedio maknon sarebbe per-
duta. E volendosi l'oste partire con grande ira, messer Nic-
colò e messer Marco Polo e suo fratello dissoro al Gran Cane
ch'aveano con loro uomo ingegnoso, che farebbe tali màngani,
che la terra si vincerebbe per forza ; e il Gran Cane fu molto
lieto, e disse che tantosto fosse fatto. Comandàro costoro a
questo loro famigliare, ch'era cristiano nestorino, che questi
màngani fossono fatti, ed eglino furono fatti e dirizzati dinanzi
a Saianfù; e furono tre, e incominciarono a gittare pietre di
300 libbre; tutte le case guastavano. Questi della terra ve-
dendo questo pericolo, che mai non aveano veduto niuno màn-
gano (e questo fue il primo mangano che mai fosse veduto
per niuno Tartero) quegli della terra furono a consiglio, e
renderò la terra al Gran Cane, com'erano rendute tutte l'al-
tre. E questo avvenne per la bontà di messer Niccolò e di
messer Matteo e di messer Marco ; e non fu piccola cosa,
eh' eli' è una delle maggiori provincie ch'abbia il Gran Cane.
Or lasciamo di questa provincia, e diciamo d'una provincia
ch'ha nome Singiù.
1)1 M. MARCO ruho
GXXVI.
Di Singiù e del gran fiume Kiang.
Quando l'uomo si parte di qui, e va verso isciroc 15 mi-
glia, l'uomo truova una città che ha nome Singiù, ma non
è troppo grande, ma è di grande mercatanzia e di grande
navilio, e sono al Gran Cane, la moneta hanno di carte. E
sappiate ch'eli' è in sul maggior fiume del mondo, ch'ù chia-
mato Kiang: egli è largo in tal luogo 10 miglia, e in tale 7
e in tale 6: è lungo più di 100 giornate. Questo fiume e
questa città hae molte navi, ed èe al Gran Cane, ed è di
grande rendita per la mercatanzia che v' ha molta, che va
suso e giuso, e quivi si riposa. E perle molte città che sono
in su quel fiume vi va piue mercatanzie che per tutti gli altri
fiumi de' cristiani, e più cara mercatanzia e ancora per tutto
loro mare, eh' io viddi a questa città per una volta 15 mila
navi da portare mercatanzia. Or sappiate, da che questa città,
Singiù : (scritto anche Cingili e Tingili) una non grande città 16 mi-
glia a S. E. di Nankino, ó la moderna Kiukiang, all'entrata del
lago Poyang, tuttora centro di gran movimento di navi e mercan-
zie. Non lontano dalle rive di questo lago è Kintechen, famosa
per la manifattura di stoviglie e vasi artistici di porcellana
esportati in tutta la Cina (v. pag. 180).
Kiang: il Yangtze kiang (il fiume Azzurro, v. pag, 180) che porta
sulle sue acque il commercio di sette grandi Provincie, ricche
e popolate come reami. E lungo circa 2200 km. e coi suoi nu-
merosi affluenti serve di arteria di comunicazione per circa 250
milioni di abitanti. Le navi del tempo di Marco Polo non sono
state scacciate dalla sopravvenuta navigazione a vapore. Gli
svariatissimi tipi di barche, zattere, velieri d'ogni ordine e per
ogni uso, furono esposti a Londra in una recente mostra colo-
niale.
164 IL MILIONE
che non è molta grande, ha tante navi, quanto sono l'altre,
eh' hae in su questo fiume ; che v' ha bene 16 provincie, e havvi
su bene 200 buone città, che tutte hanno più navilio che questa.
Le nave sono coverte, e hanno un àlbore, ma sono di gran
portare, che bene portano quattromila càntari sino in 12 mila
càntari. Tutte le navi hanno sarte di canape, cioè legami per
legare le navi, e per tiralle su per questo fiume. Le piccole
sono di canne, grosse e grandi, com' io v' ho detto sopra.
Egli legono l'ima all'altra, e fannola lunghi bene 300 passi,
e fendonle, e sono più forti che di canape. Or lasciamo qui,
e tornàmo a Ghuaciù.
GXXVII.
Della città di Chuaciù.
Ghuaciù è una piccola città verso isciroc, e sono idoli e al
Gran Cane, e hanno moneta di carte ; e sono in su questo
càntari: misura di peso, vale 100 rotoli, oggi quintale.
Chuaciù: Dopo l'escursione alla provincia di Nangi, a Singiù sul fiu-
me Kiang,e a Saian sul fiume Han, Marco Polo ritorna a Chuaciù o
Kuachou, sulla riva sinistra del fiume Azzurro all'entrata nord
dol Canale, un villaggio oggi deserto. Il gran Canale, come ci
dice Marco Polo, fu opera di Kublai Khan (1289-92). E una via
di comunicazione interna senza rivali tra cinque provincie. Fu
completato da Yung Lo nel 1400 e servì pel trasporto del sale
e del riso dalle provincie centrali a Pekino fino a quando le
secche, i guasti, le inondazioni e il deviamento del fiume Giallo
e P introduzione della navigazione a vaporo non spinsero i
Cinesi a costituire una società nazionale di trasporti marit-
timi sul modello straniero, la China Merchants S. i\7, Co. A
questa compagnia, formata da capitale cinese, è oggi affidato il
monopolio del trasporto del tributo del riso per via di mare a
Tientsin.
DI M. MARCO POLO li')')
fiume. Qui si ricoglie molto grano e riso, e vanno fino alla
gran città di Cambiali per acque, alla corte del Gran Cane,
non per mare, ma per fiumi e per laghi. Della biada di questa
città ne logora gran parte la corte del Gran Cane; e il
(Iran Cane ha fatto ordinare la via da questa città infino a
Cambiali, ch'egli ha fatto fare fosse larghe e profonde dal-
l'uno fiume all'altro, e dall'uno lago all'altro, sì che vi vanno
ben grandi nave, e così vi puote andare per terra, che lungo
la via dell'acqua è quella della terra. E in mezzo di questo
fiume hae una isola guasta, che v'ha un monistero d'idoli,
che v'ha 300 freri, e quivi ha molti* idoli; e quest'è capo di
molti altri monisteri d'idoli. Or ci partiamo di qui, e passe-
remo lo fiume, e dirovvi di Cinghianfù.
CXXVIII.
Della città chiamata Cinghianfù.
Cinghianfù è una città dei Mangi, che si sono come gli
altri; sono mercatanti e artefici; cacciagioni e uccellagioni
hanno assai, e hanno molta biada e seta, e drappi di seta
e d'oro. Quivi hae due chiese di cristiani nestorini, e questo
fu negli anni Domini 1278 in qua; e dirovvi perchè. E' fu
vero che in quel tempo vi fu signore per lo Gran Cane un
logora : consuma.
L'isola guasta: è un isolotto nel Yangtze, detto Chin Shan (mon-
tagna d'oro) con sopra un convento buddistico e pagoda, molto
frequentato da forestieri.
freri: fr. frères, frati.
Cinghianfù: ò Cinkiangfu, all'entrata sud del gran canale, la porta
del fiume Azzurro. Nel 1278 Kublai vi mise come governatore
un nestorino Masarcliim (Mar Sarchis o Don Giorgio) che vi co-
struì due chiese.
106
IL MILIONE
cristiano nestorino bene tre anni, ed ebbe nome Masarchim,
e costui le fece fare, e d'allora in qua vi sono istate. Or ci
partiamo di qui, e dirovvi d'un 'altra città grande, eli' è chia-
mata Cinghingiù.
GXXIX.
i
Della città chiamata Cinghingiù.
Quando l'uomo si parte da Gingliiaufù, e' va 3 giornate
verso isciroc, tuttavia trovando città e castella assai, di gran
mercatanzia e d'arti; e sono idoli e sono al Gran Cane, la
moneta hanno di carte. Di capo di queste 3 giornate si truova
la città di Cinghingiù eh' ò molto grande e nobile, e sono come
gli altri d'ogni cosa, e hanno da vivere d'ogni cosa assai. Una
cosa ci aviene che io vi conterò. Quando Baian, barone del Gran
Cane, prese tutta questa provincia, poi ch'ebbe presa la città
mastra, mandò sua gente a prendere questa città; e questi
s'arenderono. Come furono nella terra, trovarono sì buono vino,
che s'inebriarono tutti, e stavano come morti, sì forte dormi-
vano; e costoro veggiendo questo, uccisongli tutti in quella
notte, sì che niuno ne scampò, e non dissoro né bene né
male, sì come uomeni morti. E quando Baian signore del-
l'oste, seppe questo, mandovvi molta gente e fecela prendere
per forza; e preso la terra, tutti gli missono al taglio delle
ispade. Or ci partiamo di qui, e dirovvi di un'altra città che
ha nome Suciù.
Cinghingiù: è Changchou, terra di buon samshu, o vino distillato
dal riso. L1 eco del tremendo scempio che Baian fece dei suoi
„ abitanti nel 1278, per vendicare i suoi tartari sorpresi ed uccisi
nel sonno dopo copiose libazioni, è ancor vivo nel ricordo di Ser
Marco e nel paese.
DI M. MARCO POLO 107
GXXX.
Della città chiamata Suciù.
Suciù èe una nobile città; e sono idoli, e sono al Gran
(lane, e moneta hanno di carte. Egli hanno seta, e vivono di
mercatanzia e d'arti, e molti drappi di seta fanno, e sono
ricchi mercatanti. Ella è sì grande ch'ella gira 60 miglia, e
v' ha tanta gente, che niuno potrebbe sapere lo numero. E
si vi dico, che se fossero buoni uomeni d'arme, quegli degli
Mangi, egli conquisterebbono tutto il mondo; ma egli non
sono uomeni d'arme, ma sono savi mercatanti d'ogni cosa, e
sono buoni e naturali filosafi. E sappiate che in questa città
hae bene 6 mila ponti di pietra, che vi passerebbe sotto una
galea; e ancora vi dico che nelle montagne di questa città
nasce il reubarbaro e il giengiavo in grande abondanza, che
per uno viniziano grosso s'avrebbe bene 40 libbre di zenzavo
Suciù: è Soochow, grande_città a N. 0. di Shanghai, con cui comu-
nica per acqua e per una ferrovia di 80 km. La massa bruna
delle sue mura assai ben conservate si specchia a sud sul gran
Canale. E una città di ponti e canali come Venezia, il ritiro fa-
vorito di ex-funzionari, aperta al commercio estero col trattato
di Shimonoseki (1896). Di essa come di Hangchow i Cinesi
dicono: „
Se in cielo v'è il paradiso, in terra v' ha Soochow e Hangchow
Tsai shang yu t'ien €ang, tsaì hsia yu Su JJang.
Marco Polo resta qui sbalordito dall' immensa formicolante po-
polazione, e pel primo ha l1 impressione (spesso poi ripetuta col
nomo di pericolo giallo) che i Cinesi conquisterebbero il mondo
se non fossero filosofi e mercatanti, ma uomini d'arme. Soocbow
fornisce ricchi tessuti di seta alla Casa imperiale. « Reubarbaro
e gengiavo » non sono prodotti locali, ma arrivano da altre Pro-
vincie, il primo dal Ssuchuan, il secondo da Canton, dove viene
preparato in gran quantità in scatole e giare.
168 IL MILIONE
fresco, eh' è molto buono: ed ha sotto di sé 16 città molte
grande e di grande mercatanzia e d'arti. Or ci partiamo da
Suciù e conterovvi di un'altra che ha nome Vugiù; e questa
è lungi di Suciù una giornata. Ella è molto grande e nobile;
ma perchè non ci ha nulla da ricordare, dirovvi d'un'altra,
eh' ha nome Vughin. Questa è grande e ricca, e sono idoli
e sono al Gran Cane, e la moneta hanno di carte. Quivi hanno
abbondanza d'ogni cosa, e sono mercatanti, e savi molto, e
buoni artefici. Or ci partiamo di qui, e dirovvi di Gianghì,
eh' è molto grande e bella, e hae ogni cosa, come l'altre, e
favisi molto zendado. Qui non ha altro da ricordare : partire-
moci, e andremo alla nobile città di Kinsai, eh' è la mastra
città del fEame delli Mangi.
CXXXI.
Della città che si chiama Kinsai.
Quando l'uomo si parte dalla città di Gianghì, e' va tre
giornate per molte belle città e .castella ricche e nobile, di
grande mercatanzie e artefici; e sono idoli, e sono al Gran
Cane, e hanno moneta di carte; egli hanno da vivere ciò che
bisogna al corpo dell'uomo. Di capo di queste tre giornate
sì si truova la sopra nobile città di Kinsai, che vale a dire
Vugiù : è Huchou, gran mercato di bozzoli, spesso visitato da espor-
tatori italiani residenti a Shanghai. È patria del più gran pit-
tore cinese Ts'ao Fu-hsing, che dipinse su paraventi di seta
dragoni, cicogne ed altri animali, nel secolo d'oro delParte pit-
torica (181-234).
Vughin : è Wuchiang, mercato di bozzoli.
Cianghi: è Kiahing, mercato di bozzoli.
Kinsai: (cinese Ching She, che significa « la capitale » e non la città
• del cielo) era il titolo di Hangchow, la capitale dei Sung dal
DI M. MAftCO POLO 169
in francesco, la città de] cielo: e conterovvi di sua nobiltà,
però ch'ella è la più nobile città del mondo é la migliore. E
dirovvi di sua nobiltà, secondo che il re di questa provincia
inscrisse a Baiali, che conquistò questa provincia delli Mangi;
e questi lo mandò a dire al Gran Cane, perciò ch'egli, sap-
piendo tanta nobiltà, nolla farebbe guastare; ed io vi conterò
per online ciò l'iscrittura conteneva: e tutto è vero, però ch'io
Marco il viddi poscia co' miei occhi. La città di Kinsai dura in
giro di 100 miglia, e hae 12 mila ponti di pietra, e sotto la
maggiore parte di questi ponti vi potrebbe passare, sotto l'arco,
una gran nave, e per gli altri bene mezza nave: e niuno di
ciò si maravigli, perciò ch'ella èe tutta in acqua e cerchiata
d'acqua, e però v'ha tanti ponti per andare per tutta la terra.
1229 al 1276. E un' immensa città di ponti e di canali su
fiume Chfien tcang, a 15 miglia dal mare. Il suo porto Ngan pìi
e Ningpo, 3 giornate a S. E. sul fiume Yung, a 12 migliai
dal mare, in faccia ali1 arcipelago di Chusan, caro ai pellegrini
buddisti e ai touristi di Shanghai. Qui Ser Marco si rivela insu-
perabile guida. Le sue notizie sono tolte dalla « scrittura » ossia
dal rapporto del generale Baian completate dall'osservazione sua.
La città è ordinata in 12 corporazioni di arti e mestieri, che
non si devono però intendere come caste chiuse, perchè as-
sicuratasi una lunga fortuna, in Cina è facile procurarsi un
posto ufficiale lautamente retribuito. Il lago Sihu e le due isole
aprono una lunga vista di paesaggi e battelli imbandierati, con
allegre comitive di poeti e di filosofi imberbi. Le « torri di pie.
tra » in città sono i « monti di pietà », di cui gli Ebrei non fa-
cevano allora sentir molto bisogno alle nostre città di Europa.
« L'uomo con la tavoletta in mano » sui punti più elevati della
città, pronto notte e giorno a dar l'allarme in caso d' incendio, ò
la vedetta dei pompieri, al cui segnale i garzoni di bottega del
quartiere accorrono immediatamente con secchie e pompe sul
luogo del fuoco. Le 3 mila « istufe » sono i migliori bagni del
mondo, con piscine capaci di contenere anche 100 persone.
170 IL MILIONE
In questa città v'ha 12 arti, cioè d'ogni mestiere una; e cia-
scuna arte hae 12 mila istazioni, cioè 12 mila case; e in cia-
scuna bottega hae almeno 10 uomeni, e in tale 15, e in tale 20,
e in tale 30, e in tale 40, non tutti maestri, ma discepoli;
questa città fornisce molte contrade. E havvi tanti mercatanti
e sì ricchi e in tanto novero, che non si potrebbono contare,
che si credesse. Anche vi dico che tutti li buoni uomeni e
le donne e li capi maestri non fanno nulla di loro mano, ma
stanno così ^ilicatamente come se fossero re, le donne
come se fossero cose angeliche. Ed èvvi uno ordinamento,
che niuno puote fare altra arte che fece il padre : se '1
suo valesse 100 mila bisanti d'oro non oserebbe fare al-
tro mestiere. Anche .vi dico che verso mezzodì hae un lago,
che gira bene 30 miglia, e tutto dintorno ha belli palagi,
e case fatte maravigliosamente, che sono di buoni uomeni
gentili ; e havvi monisteri e badie d' idoli in grande quan-
tità: nel mezzo di questo lago hae due isole; su ciascuna
hae un molto bel palagio e ricco, si ben fatto, che bene
pare palagio d' imperadore ; e chi vuole fare nozze o con-
viti, sì il fa in questi palagi, e quivi è sempre fornito di vas-
sellamenti e di scodelle e di taglieri e d'altri fornimenti. Nella
città ha molte belle case e torri di pietra e spesse, ove le per-
sone portano le cose, quando si apprende fuoco nella città,
-che molto ispesso vi s'accende, perchè v'ha molte case di
legname. Egliono mangiano tutta carne così di cane, come
d'altre brutte bestie, e come delle buone, che per cosa del
mondo niuno cristiano mangerebbe di quelle bestie eh' egli
mangiono. Ancora vi dico, che ciascuno de' 12 mila ponti
guarda 10 uomeni di dì e di notte, perchè niuno fosse ardito
di Ribellare la città. Nel mezzo della città v'hae un monte,
ove hae suso una torre, ove ista suso sempre un uomo con
una tavoletta in mano, e davvi suso d'un bastone, che bene
s'ode dalla lunga, e questo fa quando fuoco si apprendesse
nella città, o che mischia o battaglia vi si facesse. Molto la
DI M. MARCO TOLO 171
fa ben guardare il Gran (lane, perciò eh' è capo di tutta la
provincia dei Mangi, e perche n'ha di questa città grande ren-
dila, sì grande che appena si potrebbe credere. E tutte le vie
della città sono lastricate di pietre e di mattoni; e così tutte
le mastre vie delli Mangi, sì che tutte si possono cavalcare
nettamente, ed a piede altresie. E ancora vi dico che questa
città hae bene 3 mila istufe, ove prendono gran diletto gli uo-
ineni e le femmine, e vanuovi molto ispesso, però che vi-
vono molto nettamente di lor corpo, e sono i più belli bagni
del mondo, e i più grandi, che bene vi si bagnano insieme
100 persone. Presso a questa città, a quindici miglia è il
mare occeano, ed è tra greco e levante. E quine è una città
ha nome Nganpiì, ove ha molto buon porto, e li avvi molte navi
che vengono d'India e d'altri paesi. E da questa citta al mare
hae un gran fiume, onde le navi possono venire infino alla
terra. Questa provincia delli Mangi hae partita il Gran Cane
in 8 parti, e hanno fatti 8 reami grandi e ricchi, e "tutti ren-
dono ogni anno trebuto al Gran Cane ; e in questa città dimora
l'uno di questi re. e hae sotto se bene 140 città grandi e ricche.
E sappiate che la provincia delli Mangi ha bene 1200 cittadi,
e ciascuna ha guardie per lo Gran Cane, com'io vi dirò. E
sappiate che in ciascuna di quelle, il meno che abbia, si sono
mille guardie, e di tale n'ha 10 mila e di tale 20 mila e di tale
30 mila, sì che il numero sarebbe sì grande, che non si po-
trebbe contare né credere di leggieri. Né non intendiate che
quegli uomeni siano tutti talleri, ma ve n'ha del Catai: e non
sono tutti a cavallo ([nelle guardie, ma gran partita a piede.
La rendita del Gran (lane di questa provincia delli Mangi non
Vi potrebbe credere, uè a pena iscrivere, e ancora la sua no-
biltà. L'usanze de' Mangi sono conv io vi dirò.^Egli è vero clic
ha guardie: per assicurare la conquista il Gran Khan mise in ogni
città presidii numerosi formati di tartari e di cinesi del nord.
L'usanze dei Mangi: Lo stato civile della famiglia è tenuto dal
172
IL MILIONE
quando alcuno fanciullo nasce, o maschio o femmina, il padre
fa iscrivere il dì e Torà e il punto e il segno e la pianeta sotto
ch'egli è nato, sì che ogni uomo lo sa di sé queste cose; e
quando alcuno vuole fare alcuno viaggio, o alcuna cosa, vanno
a' loro astrolagi, in cui hanno gran fede, e fannosi dire lo loro
migliore. Ancora vi dico che quando lo corpo morto si porta
ad ardere, tutti i parenti si vestono di canovaccio, cioè vil-
mente, per dolore, e vanno così apresso al morto, e vanno
sonando loro istormenti, e vanno cantando loro orazioni d'i-
doli, e quando e' sono là ove il corpo si dee ardere, e' fanno
di carte uomeni e femmine, cavalli, danari, cammelli e molte
altre cose ; quando il fuoco è bene acceso fanno ardere il corpo
con tutte queste cose, e credono che quel morto, cioè colui,
avrà nell'altro mondo tutte quelle cose da divero al suo ser-
vigio, e tutto l'onore che gli è fatto in questo mondo quando
s'arde gli sarà fatto quando andrà nell'altro mondo dagli idoli.
capo di casa, più o meno addottorato in astrologia, e i dati del
pianeta sotto cui ciascuno è nato sono gli 8 caratteri che ognuno
conosce di se (v. pag. 100) che servono per contrarre nozze, viag-
giare, conchiudere affari e scegliersi una tomba su per campi o
per i monti. C; è un astrologo professionista in piazza (feng-shirì
hsien-sheng), — un letterato bocciato agli esami, improvvisato
dottor negromante, — che, con una bacchetta in mano e la scaglia
della tartaruga sul tavolo, scruta entro gli 8 caratteri e cava
l'oroscopo — ma più spesso la borsa — dell'ingenuo cliente. La po-
lizia della città è organizzata molto economicamente. Basta che
ogni capo di famiglia tenga appeso ali1 uscio di casa il registro
dei componenti la famiglia, e l'albergatore quello dei viaggia-
tori, perché pace e tranquillità regnino tra il 1600000 di ma-
gioni in Hangchow. Curioso paese questo che fa a meno del Sin-
daco, delle stato civile, dell'anagrafe, della statistica, dei pom-
pieri, delle guardie, di città, dei medici condotti, del macello
pubblico, del cimitero, della polizia, delle scuole municipali,
governative, universitarie, e delle prigioni!
.
DI M. MARCO POLO 173
E in questa terra èe il palagio del re che si fuggì, ch'era si-
gnore de li Mangi, eh* è il più nohile e il più ricco del mondo,
ed io ve ne dirò alcuna cosa. Egli gira 10 miglia, ed è quadro
con muro alto e grosso, e attorno e dentro a questo muro
sono molti belli giardini, ov' ha tutti buon frutti, ed havvi
molte fontane, e più laghi, ov' ha molti buon pesci : e nel
mezzo si è il palagio grande e bello: la sala è molto bella,
ove mangerebbono molte persone, tutta dipinta ad oro e ad
azurro, con molte belle istorie, ond'è molto dilettevole a ve-
dere, e per la copritura non si può vedere altro che dipin-
tura ad oro. Non si potrebbe contare la nobiltà di questo
palagio; egli v'ha 20 sale tutte pari di grandezza, e sono sì
grande che bene vi mangerebbono agiatamente 10 mila uo-
ineni, e si ha questo palagio bene 1000 camere. E sappiate
che in questa città, ha 160 tomani di fumanti, cioè di case,
e ciascuno tornano è 10 mila case fumanti ; la somma si
è un milione seicento mila di magioni abitanti, nelle quali
lui gran palagi. E havvi una chiesa di Cristiani nestorini sola-
mente. Sappiate che ciascuno uomo della città e di borghi
hae iscritto in su l'uscio lo nome suo e di sua moglie e de' fi-
gliuoli e dei fanti e degl' ischiavi, e quanti cavagli egli tiene,
e se alcuno ne muore fa guastare lo suo nome, e se alcuno
ne nasce sì lo vi fa porre, sì che il signore della città sa tutta
la gente per novero, che èe nella città: e così si fa in tutta
la provincia de li Mangi e del Catai. Ancora v'hae un altro
costume, che gli albergatori iscrivono in* sulla porta della casa
tutti gli uomeni degli osti suoi, e '1 die che vi vengono; e '1
die che se ne vanno si spengono la scrittura ; sì che il si-
gnore può sapere chi va e chi viene: e questo è bella cosa
tomani: (cinese wan) unità di conto (persiano e mongolo) che vale
10000 (v. pag. 111).
fumanti : vale fuoco, famiglia.
guastare : cancellare.
174 IL MILIONE
e saviamente fatta. Or v'ho detto di questo una parte; or vi
vo contare della rendita che hae il Gran Cane di questa terra
e suo distretto, eh' è dell' 8 parti l'ima de li Mangi.
GXXXIL
Della rendita del sale.
Or vi conterò della rendita eh' hae il Gran Cane della città
di Kinsai, e delle terre e delle genti che sono sotto lei; e
prima vi conterò del sale. Lo sale di questa contrada rende
l'anno al Gran Cane 80 tomai d'oro, ciascuno tomai èe 80 mila
saggi d'oro, che monta per tutto sei milioni e quattrocento-
mila saggi d'oro, e ciascuno saggio d'oro vale più di un fio-
rino; e quest'è maraviglio sa cosa. Or vi dirò dell'altre cose.
In questa contrada nasce e favvisi più zucchero che 'n tutto
l'altro mondo, e questo è ancora grandissima rendita. Ma io
vi dirò di tutte spezie insieme: sappiate che tutte ispezierie,
tutte mercatanzie rendono al re il terzo per 100, e del vino
che fanno del riso hanne ancora grandissima rendita, e de'
carboni, e di tutte le 12 arti, che sono 15 mila istazioni, n'hae
ancora grandissima rendita, che di tutte cose si paga gabella;
della seta si dà 10 per cento. Sì ch'io Marco Polo e' ho ve-
duto, e stato sono a fare la ragione, la rendita sanza il sale
vale ciascuno anno 210 mila di tomai d'oro: e questo èe il
piue ismisurato novero di moneta del mondo, che monta a
210 mila di tomai : se le diecimila oncie (taels) del tornano equi-
valgono a 80.000 saggi d'oro (fiorini), la cifra del reddito do-
vrebbe essere 16.800.000 e non 16.700.000; cifra certamente
cospicua ma non tale da meritare P iperbolica espressione di
Ser Marco. Giova infine notare che non tutte le otto provincie
dei Mangi sono ricche e popolate come questa delChekiang.
DI M. MARCO TOLO 1 75
quìndici milioni e settecento mila, equest'è delle otto parti
l'una della provincia. Or lasciamo istare di questa materia,
e diro v vi d'una città eh' ha nome Tanpigiù.
GXXXIII.
Della città che si chiama Tanpigiù.
Quando l'uomo si parte di Kinsai, e' vae una giornata
verso iscirocco, tuttavia trovando palagi e giardini molti belli,
ove si truova tutte cose da vivere; di capo queste giornate
si truova questa città, eh' ha nome Tanpigiù, molto bella e
grande, ed è di sotto a Kinsai; e sono idoli, e fanno ardere
i loro corpi; la moneta èe di carte, e sono al Gran Cane. Qui
non ha altro da dire. Or vi dirò d' una altra eh' ha nome
Vugiù, eh' è di lungi da quella tre giornate per iscirocco, e
Quando si parte : Uscendo da Kinsai scivoliamo rapidamente in
comode barche su per gP incantevoli canali azzurrini della pro-
vincia del Chekiang, tra valli fiammeggianti di azalee. Alle
chiuse un argano solleva la barca e, con un tonfo, la vara in un
altro canale superiore, fiancheggiato come il primo da banchine
di pietra e traversato da ponti. Campi di riso e villaggi si suc-
cedono ; ogni tanto quattro uomini, attaccati ad una sbarra,
pedalano furiosamente l'acqua del canale entro i loro campi.
Ecco Tanpigiù (Shao Hsingì famosa per i suoi letterati, e i suoi
prosciutti; poi viene Vugiù (Kin Hua), Chegiù (Sin chang),
Cuciù (Chuchou) dove possiamo rifornirci di pesce, riso, oche
e samshn. I filari di gelsi bassi e frondosi adornano le ripe. A
Cuciù «città sezzaia di Kinsai», paese di confine tra il Che-
kiang e il Fukien, abbandoniamo la comoda barca, montiamo in
portantina, e quattro portatori dal piede più sicuro di quello
di un mulo, ci sollevano in aria e ci portan via su per le mu-
lattiere e giù per i precipizi delle montagne del Fukien.
176 IL MILIONE
sono come que' di sopra. Di qui si va due giornate verso
iscirocco, tuttavia trovando castella e ville assai. L'uomo va
da quella città a truovarne un' altra eh' ha nome Chegiù, e
tutti sono come quelli di sopra. Di qui si va 4 giornate verso
iscirocco come di sopra: qui hae uccelli e bestie assai, come
s'è lioni grandissimi e fieri. Qui non ha montoni né pecore
per tutti gli Mangi; ma egli hanno buoi e becchi e capre e
porci assai. Di qui ci partiamo, che non hae altro; e andremo
quattro giornate, e troveremo la città di Cudù, ed è in su
un monte che parte lo fiume, che l'una metà vae in giuso e
l'altra in suso. Tutte queste città sono della signoria di Kinsai.
Tutti sono come que' di sopra. Di capo delle quattro giornate
si truovala città di Guciù, e sono come gli altri di sopra, ed
èe la città sezzaia di Kinsai. Or comincia l'altro reame de'
Mangi, eh' è chiamato Fugiiì.
CXXX1V.
Del reame di Fugiù.
Quando l'uomo si parte da questa sezzaia città di Kinsai,
l' uomo entra nel reame di Fugiù, e vassi sei giornate per
isciroc, e truova città e castella assai, e sono idoli, e sono
al Gran Cane, e sono sottovia signoria di Fugiù; vivono di
mercatanzie e d'arti. D'ogni cosa hanno grande abondanza,
hanno gengiavo e galanga oltra misura, che per uno viniziano
grosso n'avrebbe l'uomo piue d'ottanta libbre di gengiavo.
il reame di Fugiù: è V odierna provincia del Fukien (capitale
Foochow sul fiume Min). La regione ha estese piantagioni di
thè, canne da zucchero, e olivi kanlan, verdi e fronzuti come
platani.
DT M. MARCO POLO 177
E v'è un frutto che pare zafferano, ma e' non è, ma vale
bene altrettanto ad operare. Egli mangiano d'ogni brutta carne;
e d'uomo che non sia morto di sua morte, e molto la man-
giano volentieri, e hannola per buona carne. Quando vanno
in oste si tondono gli capelli molto alto, e nel volto si dipin-
gono d'azurro, con un ferro di lancia, e sono uomeni molto
crudeli i più del mondo, che tutto di vanno uccidendo gli
uomeni e bevendo il sangue, e poscia li mangiano tutti, e
altro non procacciano. Nel mezzo di queste sei giornate ha
una città, e' ha nome Kelinfù, eh' è molto grande e nobile,
' e sono al Gran Cane, e hae tre ponti di pietra li più belli
del mondo, lunghi un miglio, e larghi bene 8 passi, e sono
tutti in colonne di marmo, e sono si belli che molto tesoro
costerebbono a farne uno. Egli vivono di mercatanzia e d'arti,
egli lianno seta assai e gengiavo e galanga, e havvi belle
donne, e havvi galline che non hanno penne ma peli come
gatte, e tutte nere, e fanno uova come le nostre, e sono molte
1) Lione da mangiare. Qui non ha altro in queste sei giornate
che sono dette di sopra, se no molte castella e città, e sono
••ome* quelle di sopra, e infra 15 miglia dell' altre tre gior-
nate è una città, ove si fa tanto zucchero, che se ne for-
nisce il Gran Cane e tutta sua corte, che vale gran tesoro,
e ha nome Unken. Qui non ha altro. Quando l'uomo si
parte di 15 miglia, l'uomo truova la città nobile di Fugiù,
eh' è capo di questo reame, e però ne conterò quello che
saprò.
un frutto che pare zafferano: ò la curcuma longa (ingl. tur*
mèric) che servo a dare il color d'oro alla foglia secca del the
di esportazione.
Marco Polo. — Il Milioru
178 IL MILIONE
GXXXV.
Della città chiamata Fugiù.
Sappiate che questa città di Fugiù è capo del regno di
Concha, che è delle nove parti l'una delli Mangi. In questa
città si fa grande mercatanzia ed arti, e sono idoli, e sono
al Gran Cane ; e il Gran Cane vi tiene grande oste per le città
e per le castella, che spesso vi si rubellano, sì che inconte-
nente vi corrono e piglianle e guastante . E per lo mezzo di J
questa città vae un fiume largo bene un miglio. Qui si fanno j
molte navi, che vanno su per quel fiume, qui si fa molto zuc- ,
chero ; qui si fa grande mercatanzia di pietre preziose e di
perle, e portanle i mercatanti, che vi vengono dall' India. EJ
questa terra è presso al porto di Ghatan nel mare occeano;
Concha: sta per Kuang, antica denominazione della costa meridio-
nale cinese, che si estendeva anche al Fukien. Questo nome
sopravvive nelle due provincie di Kuangtung e Kuangsi (il
Kuang orientale e l'occidentale). Sotto la dinastia dei Tang
(600-900) era terra d' esilio, e il celebre poeta Li Tai-pè che
vi fu relegato ne parla come Ovidio del Ponto. La città di Fu-
giù (Foochow), cinta di triplice mura, è situata sulla sinistra
del fiume Min, in mezzo ad un anfiteatro di montagne; un
lungo ponte di pietra la congiunge con l' isola di Nantai, sulle
cui alture sono le ricche ville degli esportatori di thè, i conso-
lati e le missioni europee, gradito soggiorno durante i mesi afosi
dell'estate.
delle nove parti l'una : si tratta d'un errore di trascrizione, per-
chè nel capitolo CXXXII è detto esattamente che la provincia
dei Mangi si divide in otto parti.
Chatan: corrisponde a Pagoda Anchorage, alla foce del Min, affol-
lato ogni anno dal maggio all' ottobre di piroscafi che caricano
DI M. MAKCO POLO 17D
molte care cose vi sono recate d' India. Egli hanno ben da
vivere di tutte cose, e lianno molti giardini con molti frutti,
ed è sì bene ordinata ch'è maraviglia. Perciò non ve ne con-
terò più, ma conterovvi d'altre cose.
CXXXVI.
Della città chiamata Zaiton.
Or sappiate che quando l'uomo si parte di Fughi, e' passa
il fiume, e va 5 giornate per isciroc, tuttavia trovando città
e castella assai dove hae d'ogni cosa gran dovizia; e v'ha
monti e. valli e piani, e havvi molti boschi e molti albori che
fanno la canfora, e v'ha uccelli e bestie assai: e vivono di
mercatanzie e d' arti, e sono idoli come quelli di sopra. Di
capo di queste 5 giornate si truova una città e' ha nomo
Zaiton, che molto grande e nobile ed è porto ove tutte le navi
il thè per l1 Europa, l'Australia e l'America. L'arsenale fabbrica
buone navi da guerra.
giardini con molti frutti: certe frutta del Fukien sono ancor oggi
riservate alla Corte imperiale, come i mandarini a buccia rossa,
i liciti (specie di nepheliiim) , i pòmpoli (pa/mplemoi<sse), i
kamquot (cinese chin kuo = frutto d'oro), e le olive kanlan.
E singolare come Marco Polo non ricordi il the, l'arboscello
dal bianco olezzante fiorellino, che cresce dovunque e fornisce
la bevanda più usuale e più gradita. Il nome thè ò la pronun-
cia fukienese della pianta che i Cinesi, e con essi i Mongoli e
i Russi chiamano teià. Essi sogliono mischiarvi fiori di gelso-
mino per renderlo più profumato, ma non a tutti quel profumo
piace.
Zaiton: (cinese Haiteng) era il porto del Fukicn meridionale, al-
l'entrata del canale di Formosa, sulla foce del fiume Chang.
li Arabi che la frequentavano nel IX secolo la chiamarono
180 IL MILIONE
d' India fanno capo con molta mercatanzia di pietre preziose
e d'altre cose, come perle grosse e buone. E questo è il porto
degli mercatanti delli Mangi, e attorno a questo porto ha
tante navi di mercatanti eh' è maraviglia: e di questa città
vanno poscia per tutta la provincia delli Mangi; e per una
nave di pepe, che viene in Alessandria per venire in Cristia-
nità, sì ve vanno a questa città cinquanta, che questo èe uno
delli buoni porti del mondo, dove viene più mercatanzia. E
sappiate che il Gran Cane di questo porto trae grande prode
della mercatanzia, però che d'ogni cosa che vi viene, conviene
ch'egli abbia 10 per cento, cioè delle 10 parti l'una d'ogni
cosa. Le navi si togliono per lo salaro di mercatanzie sottile
30 per cento, e del pepe 44 per cento, e del legno aloe o
di sandali e d'altre mercatanzie grosse 40 per cento, sì che
gli mercatanti danno, tra le navi al Gran Cane, bene il mezzo
di tutto; e però il Gran Cane guadagna grande quantità di
tesoro di questa città. E sono idoli, e la terra ha grande abon-
danza d'ogni cosa da vivere. E in questa provincia hae una città
e' ha nome Tenguisen, che vi si fanno le più belle iscodelle
di porcellane del mondo : e non ve ne se ne fae in altro luogo
del mondo, e quindi si portano in ogni parte, e per uno vi-
niziano se ne avrebbe tre, le più belle del mondo e le più
divisate. Ora avèmo contato degli 8 reami, gli tre delli Mangi,
cioè, Cingiù e Kinsai e Fugiù; degli altri reami non conto,
Saiton. Della sua passata floridezza non resta più traccia; le
navi oggi approdano ad Amoy (cinese Hsia meri) snlla isoletta
di Kulangsu.
salaro : voce araba che significa nolo.
Tenguisen: è Kintechen, la celebre manifattura di porcellane, fio-
rente fin dall'epoca della dinastia Han. Si trova nella provin-
cia dello Kiangsi, non lungi dal lago Poyang, in vicinanza di
cave di haolin (creta bianca) e petunse (roccia feldspaticaj, che
sono gì1 ingredienti per fare la porcellana.
HI M. MARCO POLO
181
però che sarebbe lunga mena: ma dirovvi dell' India, ov'ha
cose l)el I issi in e da ricordare; ed io Marco Polo tanto vi stetti
che bene lo saprò contare per ordine.
GXXXVII.
Qui si comincia
di tutte le meravigliose cose cT India,
Poscia ch'abbiamo contato di cotante provincie terrene,
come avete udito, noi conteremo delle meravigliose cose che
sono neir India, e comincerovvi dalle navi, ove gli merca-
tanti vanno e vengono. Sappiate ch'elle sono d'un legno
chiamato abete e di zapino; elle hanno una coverta, e in su
questa coverta hae bene 40 camere nelle più navi, ove in
ciascuna puote istare un mercatante agiatamente; e hanno un
limone e 4 albori, e molte volte vi giungono due albori che
si levano e pongono. Le tavole sono tutte chiavate doppie
l'ima in su l'altra, con buoni aguti: e non sono impeciate.
però che non n' hanno, ma sono unte coni' io vi dirò, però
che gli hanno cosa che la tengono per migliore che pece.
E' tolgono canape trita e calcina è uno olio d'albori, e mi-
schia no insieme, e fassi come veschio; e questo vale bene
altrettanto come pece. Queste navi vogliono ben 300 mari-
nai: ma elle souo tali clic portano bene 5 mila isporte di
pepe, e di datteri 6 mila. E' vogano co' remi, che a ciascun
remo vogliono essere quattro marinai, e hanno queste navi
zapino: (frane, sapin, abete). L'abete però non è pianta dei climi
tropicali; l'arsenale di Pagoda Anchorage adopera legname della
perseci nanrnu, un legno resinoso e resistente che serve anche
per bare. Gli aguti sono i chiodi; la chiglia è spalmata di una
vernice resinosa (tung yu) mescolata con calce,
182 IL MILIONE
tale barche, che porta l'ima ben mille isporte di pepe. E si
vi dico che questa barca mena bene 40 marinai, e vanno a
remi, e molte volte aiutano tirare la gran nave; ancora mena
la nave 10 battelli per prendere de' pesci. Ancora vi dico
che le gran barche ancora menano battegli ; e quando la nave
ha navigato un anno, si agiungono un'altra tavola su quelle
due; e così fanno infino alle sei tavole. Or v' ho contato delle
nave che vanno per 1' India, e prima eh ' io vi conti dell'In-
dia sì vi conterò di molte isole che sono nel mare occeano,
ove noi siamo, e sono verso il levante; e primo diremo d'una
e 'ha nome Zipagu.
CXXXVIII.
Dell' isola di Zipagu.
Zipagu èe una isola in levante, eh' è nell'alto mare 1500
miglia. L'isola è molto grande, le genti sono bianche, di bella
maniera e belle, e la gente è idola, e non ricevono signoria da
neuno, se non da loro medesimi. Qui si truova l'oro, però
n'hanno assai; niuno uomo non vi va, e niuno mercatante
non leva di questo oro: perciò n'hanno eglino cotanto. Il
palagio del signore dell' isola èe molto grande, ed è coperto
d'oro, come si cuoprono di qua le chiese di piombo, e tutto lo
isporte: balle.
Zipagu : o Zipangu (cinese Jih pcn imo), regno del Sol levante, è
il Giappone (giapponese Nippon). Nel 1284 (e non 1269 come
dice erroneamente il testo) Kublai Khan per vendicare l'uccisione
di un suo ambasciatore, mandò 100.000 uomini al Giappone
sotto il comando di Abaka (Abaka Khan) e Sanici ( Wan San
chirì), ma la spedizione ebbe esito infelice per causa della ri-
valità fra i due comandanti e per uno di quei frequenti tifoni
(cinese tal feng = gran vento) che infestano quel mare.
DI M. MARCO POLO 183
spazio delle camere è coperto d'oro, ed èvvi alto bene due dita,
e tutte le finestre e mura e ogni cosa e anche Je sale sono co-
perte d'oro: e non si potrebbe dire la sua valuta. Egli hanno
perle assai, e sono rosse e tonde e grosse, e sono più care che
le bianche: ancora v'ha molte pietre preziose, e non si po-
trebbe contare la ricchezza ch'è in questa isola. E il Gran
(lane che oggi regna, per questa gran ricchezza che in questa
isola, la volle fare pigliare, e mandovvi due baroni con molte
navi, e gente assai a piede e a cavallo. L'uno di questi baroni
avea nome Abaka e l'altro Sanici, ed erano molto savi e valen-
ti-i : e missorsi in mare e furono in su questa isola e pigliarono
del piano e delle case assai, ma non aveano preso né castella
uè città. Or gli venne una mala isciagura, com'io vi dirò.
Sappiate che tra questi due baroni avea grande invidia, e
l'uno non facea per l'altro nulla. Ora avvenne un giorno che '1
vento della tramontana venne sì forte, ch'egli dissoro, che,
s'egli non si partissono, tutte le loro navi si romperebbono:
montarono sulle navi, e missorsi nel mare, e andarono di
lungi di quivi 4 miglia, a un'altra isola non molto grande.
Chi potè montare su quella isola si campò, gli altri ruppono.
E! questi furono ben 30 mila uomeni che scamparono su que-
sta isola, e questi si tennero tutti morti, però che vedeano
che non potevano iscampare, e vedevano d'altre nave ch'erano
iscampate, che se ne andavano verso loro contrade, e tanto
vogarono che tornarono in loro paese. Or lasciamo di ([negli
che tornarono in loro contrade, e diciamo di quegli che ri-
niasono in quella isola per morti. x
l Sappiate che quando questi 30 mila uomeni che campa-
rono in siili' isola si tenevano morti, perciò che non vede-
vano via da potere campare, e' istavano in questa isola molto
isronsolati. Quando gli uomeni della grande isola viddono
l'oste così isbarattata e rotta, e viddono costoro ch'erano
ruppono : fecero naufragio.
184 IL MILIONE
arrivati in su questa isola, ebbono grande allegrezza; e quando
il mare fue divenuto in bonaccia, e' presono molte navi che
aveano per V isola, e andarono all' isoletta ov'erano costoro,
e si montarono in terra per pigliare costoro ch'erano in sul-
l' isoletta. Quando questi 30 mila uomini viddono i loro ne-
mici iscesi in terra, e viddono che in sulle navi non era ri-
maso persona per guardare le navi, egliono, sì come savi,
quando gli inimici andavano per pigliarli, egli diedono una
gran volta, e tuttavia fuggendo, e' vennoro verso le navi, e
quivi montarono tutti incontanente e quivi non fu chi lor
contendesse. Quando costoro furono sulle navi, levarono via
quegli gonfaloni che vi trovarono suso, e andarono verso
l' isola ov'era la mastra villa di quella isola per ch'egli erano
andati: e quegli ch'erano rimasi nella città, vedendo questi
gonfaloni, credevano che fossero la gente ch'era ita a pigliare
quegli 30 mila uomeni nell' altra isola. Quando costoro fu-
rono alla porta della terra, egli erano sì forti, che gli cac-
ciarono di fuori della terra quegli che vi trovarono, e solo
vi tennono le belle femmine che v' erano, per loro servire:
e in tal modo presolo la città la gente del Gran Cane. Quando
quegli della città viddono ch'erano così beffati, volevano mo-
rire di dolore, e vennono con altre navi alla terra, e circun-
daronla dintorno per modo, che niuno né poteva uscire né
entrare; e così tennoro la terra sei mesi assediata ; e quegli
dentro s' ingegnarono molto di mandare novelle di loro al
Gran Cane, ma noi poterono fare; e in capo di sei mesi ren-
derono la terra per patti, salvo le persone e '1 fornimento, di
potere tornare al Gran Cane: e questo fu negli anni Domini
1269. E il primo barone che n'andò in prima, lo Gran Cane
-
mastra villa : la città capitale,
1269 : qui vi è certamente un errore di data, perchè la spedizione
che salpò dai porti di Ningpo e di Zaiton non potè avvenire
prima che quelle città fossero conquistate. Si corregga 1284.
DI M. MARCO POLO 185
gli fece tagliare il capo, e 1' altro fece morire in carcere.
D'una cosa avea dimenticata, che quando questi due baroni
andavano a questa isola, perchè un castello non si volle
a loro arrendere, egliono lo presono poscia, e a tutti feciono
tagliare il capo, salvo che a otto che, per vertù di pie-
tre che aveano nelle braccia dentro dalla carne, per modo
del mondo non si poteva loro tagliare ; e gli baroni vedendo
ciò, si gli feciono ammazzare con mazze, e poscia feciono
cavare loro quelle pietre delle braccia. Or lasciamo di que-
sta materia, e andremo più innanzi.
Or sappiate che gì' idoli di queste isole e quegli del Ca-
tai sono tutti di una maniera; e questi di queste isole, e
ancora dell'altre che hanno idoli, tali sono e' hanno capo di
I bue, e tali di porco, e così di molte fazioni di bestie, di
porci e di montoni e d'altri; e tali hanno un capo e 4 visi,
I e tali hanno 4 capi, e tali 10, e quanto più n' hanno, mag-
giore isperanza e fede hanno in loro. Gli fatti di questi idoli
sono sì diversi e di tanta diversità di diavoli che quivi non
si vuole contare. Ora vi dirò d' una usanza eh' ò in questa
isola. Quando alcuno di questa isola prende alcuno uomo,
che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e suoi
compagni, e fallo cuocere, dallo a mangiare a' costoro, e di-
cono eh 'è la migliore carne che si mangi. Or lasciamo istare
per virtù di pietre : era comune nel M. Evo la credenza nella
virtù miracolosa di certe pietre; vedi per es. V Acerba di Cecco
d'Ascoli (Lib. Ili, cap. 48 e seg.).
fazioni : (frane, facons) maniere. Il Buddismo giapponese con im-
magini di deità dal capo ferino e dalle braccia multiple venne
r importato dalP isola di Ceylon. Il culto nazionale, la religione
di stato, il Sinto, ossia la deificazione della natura (giapponese
sin, cinese shen) e degli eroi (kami) non ha alcuna immagine.
Sugli altari dei templi sintoisti di Kioto e di Nara si vede sol-
tanto un disco di metallo, come simbolo religioso.
ricomperare : riscattare per denaro.
186 IL MILIONE
questa materia, e torniamo alla nostra. Or sappiate che que-
sto mare ov'è questa isola si chiama lo mare di Gin, che vale
a dire lo mare eh 'è contra li Mangi. E in questo mare de' Cin,
secondo che dicono i savi marinai che bene lo sanno, hae
7450 isole, delle quali le più s'abitano. E sì vi dico che 'n
tutte queste isole non nasce niuno albore, che non ne vegna
olore come di legno aloe, o maggiore ; e hanno ancora molte
care ispezie, e di piue maniere. E in queste isole nasce il
pepe bianco come neve, e del nero in grande quantità. Troppo
è di grande valuta l'oro, e l'altre care cose che vi sono, ma
sono sì di lungi, che appena vi si puote andare. E le navi
di Kinsai e di Zaiton, quando vi vanno, sì ne recano grandi
guadagni, e penano ad andare un anno, che vanno il verno
e tornano la state, che quivi non regna se non due venti,
l'uno che mena in là e l'altro in qua, e questi venti 1' uno
è di verno e l'altro è di state. Ed è questa contrada molto
lungi dall'India. E questo mare èe bene del mare occeano,
ma chiamasi de' Cin, sì come si dice lo mare d'Inghilterra,
lo mare di Roccella ; e il mare d' India ancora è del mare
occeano. Di queste isole non vi conterò più, però che non vi
olore : fragranza.
aloe: (arabo al 'ud = legno odoroso) chiamato dai Malesi kalambak,
onde il nostro calambucco.
due venti: i monsoni, venti periodici che spirano nella zona del
tropico in due direzioni opposte; dalPottobre al marzo da N. E;
9
dalPaprile al settembre da S. 0.
mare de' Cin: questo nome risale al tempo della prima unificazione
dell' impero cinese sotto il ferreo dispotismo di Shih Huang ti
(il distruttore dei libri) della dinastia Chcin (246 a. C). D'allora
in poi questa denominazione, tramandataci da navigatori malesi,
arabi e persiani, servì ad indicare tanto V impero del nord (Ca-
tai) quanto quello del sud (Mangi).
lo mare di Roccella : così si chiamava anticamente il golfo di Di-
scaglia, dal porto fortificato della Rochelle.
m
DI M. MARCO POLO 187
sono istillo, e il (Iran (lane non v'ha che fare. Or ritornere-
mo al Zaiton, e quivi riconiiucieremo nostro libro.
f GXXXIX.
[. Della provincia di Ciambà.
[ Sappiate che quando l'uomo si parte dal porto di Zaiton
e navica verso ponente, e alcuna verso garbi 1500 miglia,
sì si trova una contrada, e' ha nome Ciambà, ch'è molto ricca
terra e grande, e hanno re per loro, e sono idoli; e fanno
trebuti al Gran Cane ciascun anno 20 leonfanti, e non gli
danno altro, li più belli che vi si possono trovare, che n'hanno
assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli anni
Domini 1278. Or vi dirò dello affare del re e del regno. Sap-
pialo che in quello regno non s' usa maritare niuna bella
pulcella, che non convenga prima che il re la provi; e s'ella
gli piace, sì la si tiene, se no, sì la marita a qualche barone.
E sì vi dico che negli anni Domini 1285, secondo ch'io Marco
L'olo riddi, quel re aveva 326 figliuoli tra maschi e femmine,
che bene n'avea 150 da portare arme. In quel regno ha molti
leonfanti e legno aloe assai, e hanno molto del legno ebano,
garbi: voce araba che denota il vento di S. 0. (garbino, gherbino).
Ciambà: (Siamba) è TAnnam o Concincina, sottomessa da Kublai dal
1278 al 1283, ed obbligata ad offrire un tributo annuo di venti
elefanti. Marco Polo vi fu nel 1283 in missione, e vi ripassò nel
viaggio di ritorno, nel 1292.
ebano: dal semitico hobnim (keben =-= pietra) legno nero, durissimo,
serve per mobili da incrostarsi d'argento e madreperla, e per va-
schette ove si stempera il famoso inchiostro di Cina. Giova av-
vertire che i Cinesi per scrivere non adoprano la penna ma il
pennello. Il nostro calamaio (porta calamo) corrisponde al per-
siano kalamdan,
188
IL MILIONE
di che si fanno calamari. Qui non ha altro da ricordare: or
ci partiamo e andremo ad un'isola c'ha nome lava.
uXL.
Dell' isola di lava.
Quando l'uomo si parte da Giambà, e va tra mezzodì e
isciroc, bene 1500 miglia, si viene ad un' isola grandissima,
e' ha nome lava. E dicono i marinai eh' ella è la maggiore
isola del mondo, che gira bene 3000 miglia; e sono al gran
re, e sono idoli, e non fanno trebuti a uomo del mondo, ed
è di molta gran ricchezza. Quivi hae pepe e noce moscade
e spigo e galanga e cubebe e garofani e di tutte care ispe
zie. A questa isola vengono grande quantità di navi e di
mercatanzie, e fannovisi grandi guadagni; quivi hae tanto
tesoro che non si potrebbe contare. Lo Gran Cane non l'ha
potuto conquistare per lo pericolo del navicare e della via,
sì è lunga. E di questa isola i mercatanti di Zaiton e delli
Mangi n' hanno cavato e cavano gran tesoro. Ora andiamo
più innanzi.
lava: (indiano lauis, cinese Kuaiva) è il nome generico che i primi
navigatori dettero alle isole della Malesia. La grande lava è Bor-
neo, la piccola, Sumatra. L1 isola di Giava propriamente detta
eie Mollicene non entrano nel novero di M. Polo. Egli non fu
nemmeno a Borneo, troppo lontana dalla sua rotta, nota soltanto
quel che ne sente dire; si noti che la noce moscada (ingl. mace)
e il garofano non sono prodotti di Borneo, ma delle Molucche;
Podierno loro mercato è Batavia.
cubebe: (indiano kabeb) è una specie di pepe, dai chicchi più grossi
delPordinario, avente proprietà medicinali.
DI M. MARCO POTJ» 189
GXLI.
Dell' isole di Sodur e Condur.
Quando l'uomo si parte dall' isola di lava, e va tra mez-
zodì e garbi, 700 miglia, si truova due isole, 1' una grande
e l'altra piccola, che si chiamano Sodur e Condur; e di qui
si parte l'uomo, e va per isciroc, da 105 miglia, e quivi
Muova una provincia che si chiama Locac; molto grande
e ricca, ed òvvi un grande re, e sono idoli, e non fanno
tivbuto a niuno, però che non istanno in luogo che vi possa
andare per malfare; e in questa provincia nasce oro dime-
stico in grande quantità. Egli hanno tanto oro che non si
potrebbe credere ; egli hanno lionfanti e cacciagioni e uc-
cellagioni assai. E di questa provincia si portano tutte le
porcellane di che si fa le monete di quelle contrade. Al-
tro non v' ha eh' io sappia, però ch'ò sì mal luogo che poca
gente vi va; e il re medesimo n'ò lieto, però che non vuole
che altri sappi lo tesoro ch'egli ha. Ora andremo più oltre,
e conterovvi altre cose.
Sodur e Condur : (isola della zucca) è il gruppo di Pulo Condor,
sulla costa indocinese.
Locac: si crede fosse il Camboge; capitale Lawek, ad occidente della
foce del Mekong. Però lo indicazioni e la direzione data dal te-
sto sembrano accennare anche al Siam, la grande e ricca re-
gione che provvedeva le conchiglie di porcellana destinate a ser-
vir di moneta ai reami del nord. Il nome Locac probabilmente
è una abbreviazione di Chin Lo Kok (Hsien-lo kuo), con cui i
marinai fukienesi designavano quella regione.
oro dimestico: oro in natura, non mescolato in composiziono con
altri ni inorali.
1
4
190 IL MILIONE
GXLII.
Dell' isola di Petàm.
Or sappiate che quando l'uomo si parte da Locac, e va
500 miglia per mezzodie, e' truova una isola e' ha nome
Petàm, ch'è molto salvatico luogo; tutti loro boschi sono di
legni molto odorifìchi. Or passeremo queste due isole: in-
torno a 60 miglia, e' non v' ha se no quattro passi di acqua
e non si porta timone alle navi piccole, per l'acqua pic-
cola, onde si convengono tirare le navi. Quando 1' uomo
hae passato queste 60 miglia, ancora va per isciroc 30 mi-
glia: qui si truova una isola, che v' è un re e chiamasi la
città Malavir, e l'isola si chiama Petàm; la città è grande
e nobile ; qui si fa grande mercatanzia di ogni cosa ; di spe-
zie ha grande abondanza. Non v'ha altro da ricordare; per-
ciò ci partiremo, e conterovvi della piccola lava.
GXLIIL
Della piccola isola di lava.
Quando l'uomo si parte dall' isola di Petàm, e l'uomo vj
per isciroc da 100 miglia, trova Y isola di lava la minore,
ma ella non è sì piccola ch'ella non giri 2000 miglia; e di
Petàm: 500 miglia a sud di Locac è T isola di Bintang, all'entrati
est dello stretto di Malacca,e Malavir (Johore) era la sua capitalo.
L'odierno scalo è Singapore (la città del leone) fondata da Sii
Stamford Raffles.
La piccola lava : (Sumatra) era abitata da razze malesi semi-sel-
vaggie. I porti degli 8 reami in cui era divisa erano frequentati
da mercanti arabi e persiani, che v' introdussero la religione del
DI M. MARCO POLO 19 1
questa isola vi conterò tutto il vero. Sappiate che in su que-
sta isola hae 8 re coronati, e sono tutti idoli, e ciascuno di
questi reami ha lingua per sé. Qui ha grande abondanza di
tesori e di tutte care ispezierie. Or vi conterò la maniera di
tutti questi reami di ciascuno per sé ; e dirovvi una cosa che
parrà maraviglia ad ogni uomo, che questa isola è tanto verso
mezzodì, che la tramontana non si vede nò poco nò assai. Or
torneremo alla maniera degli uomeni, e dirovvi del reame di
Ferbert. Sappiate perchè i mercatanti saracini usano in questo
reame con loro navi, e'hanno convertita questa gente alla legge
di Malcometto; e questi sono soli quelli della città. Quelli
delle montagne sono come bestie, ch'egli mangiano carne
d'uomo e d'ogni altra bestia e buona e rea; egli adorano
molte cose, che la prima cosa ch'egliono veggiono la mattina.
si l'adorano. Or v' ho contato di Ferbert; ora vi conterò del
reame di Basma. Lo reame di Basma, ch'è all'uscita di Fer-
bert, ò reame per so, e loro linguaggio propio : e non hanno
ninna legge, soijo come bestie. Egliono si richiamano per lo
Gran Cane, ma non gli fanno niuno trebuto, perchè sono sic
alla lunga, che la gente del Gran Cane non vi potrebbe an-
dare; ma alcuna voltalo presentano d'alcuna cara cosa. Egli
hanno lionfanti assai salvatichi, e unicorni che non sono
Corano e la sua scrittura (1276). Degli 8 reami, il Polo uè men-
ziona 6, a N. E., cioè:
1. Ferbert (Ferlak, Peilak)
2. Basma (Basmaii, Pa^ein)
3. Suiuara (Samarcha, dove i Polo restarono f> mesi)
4. Dragouyan (Deragola. Andragiri)
5. Lanibri (Jambi)
G. Fran sur (Kampar).
è tanto verso mezzodì: espressione iperbolica per indicare la po-
sizione dell' isola verso l'estremo mezzogiorno. Vedi a pag. 72
l'espressione opposta per indicare l'estremo settentrione.
unicorni: rinoceronti. La leggenda che* l'unicorno fosse preso con
192
IL MILIONE
guari minori che lionfanti, e sono di pelo di bufali e piedi
come leonfanti; nel mezzo della fronte hanno un corno nero
e grosso, e dicovi che non fanno male con quel corno, ma
co' la lingua che !' hanno ispinosa tutta quanta di spine
molto grandi : lo capo hanno come di cinghiaro ; la testa porta
tuttavia inchinata verso la terra, ed ista molto volentieri tra
li buoi, ella è molto laida bestia a vedere. Non è come si
dice di qua, ch'ella si lascia prendere alla pulciella, ma è il
contrario. Egli hanno iscimmie assai e di diverse fatte; egli
hanno falconieri buoni ad uccellare ; e voglio vi fare a sapere
che quegli che recano i piccoli uomeni d' India, si è menzo-
gna, però che quegli che dicono ch'egli sieno uomeni, e' gli
fanno in questa isola, e dirovvi come. In questa isola hae
iscimmie molto piccole, e hanno viso molto simile ad uomo.
Gli uomeni pelano queste iscimmie salvo la barba e '1 pit-
tignone, poi le lascian seccare, e pongonle in forma, e con- '
cianle con zafferano e con altre cose, ch'ei pare che siano
uomeni. E questo èe una gran bugia quello che dicono, per-
ciò che mai non furono veduti così piccoli uomeni. Or la-
sciamo questo reame, che non ci ha altro da ricordare, e dr-
rovvi dell'altro e' ha nome Sumara.
GXLIV.
\
Del reame di Sumatra.
Ora sappiate che quando l'uomo si parte di Basma egli
truova lo reame di Sumara, eh' è in questa isola medesima,
ed io Marco Polo vi dimorai 5 mesi per lo mal tempo che
facilità da una fanciulla vergine (pulciella) era diffusissima nel
M. Evo e ha dato argomento a molte rappresentazioni artistiche.
i piccoli uomeni d'India: sono vivi ancora nelle credenze popo-
lari dei contadini abruzzesi.
DI M. MARCO POLO L93
mi vi teneva ; e ancora la tramontana non si vedeva né le
istelle de] maestro. E sono idoli salvatichi e hanno re ricco
e glande; e anche s'appellano per lo Gran Cane. Noi vi sterno
5 mesi, noi uscimo di nave, e faciemo castella in terra di
legname, e in (jiiclle castella istavamo per paura di quella
mala gente, e delle bestie che mangiano gli uomeni. Egli
hanno il migliore pesce del mondo, e non hanno grano ma
riso, e non hanno vino, se non corri' io vi dirò. Egli hanno
alberi che tagliano gli rami e quelli gocciolano, e quella
acqua che ne cade è vino, ed empiesene tra dì e notte un
gran coppo che sta appiccato al troncone, ed ò molto buono.
L'albero òe fatto come piccoli alberi di datteri, e hanno quat-
tro rami, e quando quel troncone non getta pitie di questo
vino, egiiono gittano dell'acqua appio di questo albore, e
i si anelo un poco, el troncone gitta, ed havvene del bianco e
del vermiglio. Delle noce d' India ve n' hae grande abon-
danza. Egiiono mangiano tutte carne, buone e ree. Or lascia-
mo qui, e conterovvi di Dragouayn.
CXLV.
Del reame di Dragouayn.
Dragouayn è uno reame per sé, e hanno loro linguaggio,
e sono di questa isola; la gente è molto salvatica e sono
le istelle del maestro: le costellazioni del Nord Ovest (la Lira, la
Vega, il Cigno, ecc.).
l'albero del vino: è la palma borassus gomutus di Loureiro, che
gli indigeni chiamano anau e gomuto. Il liquore, preferibile a
quello della noce di cocco, o noce d' India ricordata poco dopo,
vien detto mira.
Dragouayn : (Deragola) è la regione S. E. bagnata dal fiume In-
dragiri.
N'ARCO Polo — 11 Milione. 13
194 IL MILIONE
idoli. Ma io vi conterò un mal costume eh' egli hanno, che
quando alcuno ha male, e' mandano per loro indovini e in-
cantatori che fanno per arti di diavolo, e domandano se '1
malato dee guarire o morire; e se il malato dee morire, egli
mandano per certi, ordinati a ciò, e dicono: questo malato
è giudicato a morte, fa' quello che dee fare; questi gli mette
alcuna cosa sulla gola ed affogalo ; e poscia lo cuocono, e
quando è cotto vengono tutti li parenti del morto e mangianlo.
Ancora vi dico ch'eglino mangiano tutte le midolle dell'ossa; e
che questo fanno, perchè dicono che non vogliono che ne ri-
manga niuna sustanza, perchè se ne rimanesse alcuna su-
stanza farebbe vermini, e questi vermini morrebbono per
difalta di mangiare; e della morte di questi vermini l'anima
del morto n'avrebbe gran peccato, e perciò mangiano tutto;
poscia pigliano l'osse e pongonle in una archetta in caverne
sotterra nelle montagne, in luogo che non lo possa toccare
né uomo né bestia. E se possono pigliare alcuno uomo d'altre
contrade, che non si possa ricomperare, sì lo si mangiano. Or
lasciamo di questo reame, e conterò vvi d'un altro.
GXLVI.
Del reame di Lambri.
Lambii èe reame per sé, e richiamansi per lo Gran Cane,
e sono idoli. Egli hanno molti berci e canfora e altre care
ispezie. Del seme de' berci recai io a Vinegia, e non vi nacque
per lo freddo luogo. In questo reame sono uomeni che hanno
archetta: piccola arca, o cassetta funeraria.
berci: (berzil) legno verzino, trovato poi anche nel Brasile, che
serve come materia colorante. È la Gaesalpinia sappan di
Linneo (il sappan tvood del commercio).
uomeni che hanno lunga coda: Vourang otang, la grossa e fe-
roce scimmia.
DI M. MARCO POLO 195
coda lunga, più d'un palmo, e sono la maggiore parte, e
dimorano nelle montagne di lungi della città. Le code sono
grosse come di cane; egli lianno unicorni assai, cacciagioni
e uccellagioni assai. Contato v'ho di Lambii; ora conterovvi
di Fransur.
CXLVII.
Del reame di Fransur.
, Fransur èe uno reame per sé, e sono idoli, e richiamansi
per lo Gran Cane, e sono di questa medesima isola ; e qui
nasce la migliore camfera del mondo la quale si vende a
peso d'oro. Non hanno grano, ma mangiano riso; vino hanno
degli alberi che abbiamo detto di sopra. Qui hae una grande
maraviglia : eh' egli hanno farina d' albori, che sono albori
grossi, e hanno la buccia sottile, e sono tutti pieni dentro
di farina; e di quella farina si fanno mangiari di pasta assai
e buoni; ed io più volte ne mangiai. Ora abbiamo contato di
questi reami; degli altri di questa isola non contiamo, però
elio noi non vi fummo, e però vi conterò d'un'altra isola molto
piccola, che si chiama Nenispola.
9
camfera : canfora, così chiamata dalla regione dove nasce, Kampar,
trasformata per la pronuncia orientale del p in Kamfur, e nel
nostro testo storpiata in Fransur.
farina d'albori: fornita dalla palina sagù o rumbiya dei Malesi;
la manihot (manioca, tapioca) del Brasile. Ogni albero produce
circa 100 kg. di farina, che basta arrostire entro nodi di bambù
perchè sia commestibile.
196 IL MILIONE
CXLVIII.
Dell' isola di Nenispola.
Quando l'uomo si parte di lava e del reame di Lambii,
e va per tramontana 150 miglia, si truova 1' uomo le due
isole, l'una si chiama Negueram; e in questa isola non ha
re, anzi vi sono le genti che vivono come bestie e istanno
ignudi sanza niuna cosa addosso; e sono idoli; e tutti loro
boschi sono d'alberi di gran valuta, cioè sandali, noci d'India,
garofani e molti altri buoni albori. Altro non v'ha da ricor-
dare; perciò ci partiremo di qui e dirovvi dell'altra isola eh' e
nome Agama.
GXLIX.
. Dell' isola d'Agama.
Agama èe una isola; e non hanno re, e sono idoli, e sono
come bestie salvatiche; e tutti quegli di questa isola hanno
capo di cane; e denti e naso a somiglianza di gran mastino.
Nenispola: (Gavenis-pola, Jauis-pulo) oggi Pulo Wey (pulo in
malese indica isola, e wey è quel che resta di Jauis, javanese),
è la verde isola che si osserva dalla tolda del piroscafo passando
all'altezza della punta d'Achin.
Negueram: è il gruppo delle isole Nicobar, di cui la principale
Nancouri fornisce le stuoie tessute con fibre di noce di cocco,
chiamate stuoie di Manilla.
sandali : dall' indiano chandana, legno odoroso molto usato per
fare piccoli oggetti, ed anche per bruciarsi come profumo sugli
altari buddistici, o intorno ai cadaveri.
Agama: è il gruppo delle isole Andaman, VAgathos daimon di
Tolomeo.
DI M. MARCO POLO 197
Egli hanno molte ispezic, e sono mala gente, e mangiano tutti
gli uomeni che possono pigliare, da quegli della contrada di
Inori. Le loro vivande sono latte, riso e carne d'ogni fatta;
mangiano frutti diversi da' nostri. Or ci partiamo di quinci,
e diremo d'un 'altra isola chiamata Seillam.
CL.
Dell' isola di Seillam.
Quando 1' uomo si parte dell' isola di Agama, e va per
ponente 1000 miglia e per gherbino, egli truova l'isola di
Seillam) eh' è la migliore isola del mondo di sua grandezza.
E dirovvi come ella gira 2400 miglia, secondo che dice lo
mappamnndo. E sì vi dico che anticamente ella fu via mag-
giore, che girava 4690 miglia; ma il vento alla tramontana
vien sì forte, che una gran parte n'ha fatto andare sott'acqua.
Questa isola si ha re che si chiama Sedemay. E sono idoli,
e non fanno trebuto a neuno, e vanno tutti ignudi, salvo la
natura: non hanno biada, ma riso, e hanno sosimai, onde
fanno l'olio, e vivono di riso e di carne e di latte: e '1 vino
fanno degli alberi che hoe detto di sopra. Or lasciamo andare
Seillam: (Zeilan, Silan, Ceylon) è la grande isola a 60 miglia dal
capo Comorin, con scali a Colombo e a Point de Galles pei pi-
roscafi che dall' Europa vanno in Australia o nella Cina. L'at-
tuale capitale è Kandy, unita a Colombo per ferrovia. Ai tempi
di M. Polo il re Sedemay (Ciandra nax) risiedeva a Dambada-
ma, 40 miglia a N. E. di Colombo. Gl'indigeni singalesi sono
di razza dravidica (non ariana) di color rame scuro, pigri ed
imbelli; il loro culto ò il buddismo idolatra.
sosimai : semmum indicum, da cui s1 ottiene T olio usato univer-
salmente in Oriente tanto per gli usi domestici come per ungere
la persona.
198 IL MILIONE
questo, e conterovvi delle più preziose cose del mondo. Sap-
piate che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e non
nascono in niuno luogo del mondo piue, e qui nascono zaf-
firi e topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E sì
vi dico che il re di questa isola Ime il piue bello rubino del
mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. Egli
è lungo presso che un palmo, ed è grosso bene altrettanto,
come sia un braccio di uomo, egli è la piue ispredente cosa
del mondo, egli non ha niuna tacca, egli è vermiglio come
fuoco, ed è di sì gran valuta che non si potrebbe comprare.
E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene voleva dare
la valuta d'una buona città, ed egli disse che noi darebbe per
cosa del mondo, però ch'egli fue dei suoi antichi. Ora la gente
che v'è si è vile e cattiva; e, se gli bisogna gente d'arme,
hanno gente d'altra contrada, e spezialmente saracini. Qui non
ha altro da ricordare, perciò ci partiremo, e conterovvi di
Maabar, eh' è provincia.
GLI.
Della provincia di Maabar. .
Quando l'uomo si parte dell'isola di Seillam e va verso
ponente 60 miglia, truova la gran provincia di Maabar, eh' è
ispredente: idiotismo toscano per isprendente, isplendeate.
tacca : (fr. tache) macchia. Il commercio di pietre preziose è tut-
tora fiorente nell' isola di Ceylon ; vi si commerciano rubini,
zaffiri, topazi, ametiste, smeraldi, giacinti, onici ed opale.
Maabar: Maawar, (Mara war = ponte di Rama, trasformato dai Sa-
raceni in ponte d'Adamo) è la costa del Coromandel a sud di
Madras, che s'avanza nel mare a mo1 di grandi banchi di sab-
bia, quasi traccia d'un remoto istmo subacqueo che servisse da
ponte fra V India e l' isola di Ceylon. Rama vi passò con le sue
schiere e vi legò il suo nome; la conquista indiana di Ceylon
DI M. MARCO POLO 109
chiamata l'India Maggiore, e questa è la maggiore India che
sia, ed è della terra ferma. E sappiate che questa provincia
lia cinque re che sono fratelli carnali, ed io vi dirò di cia-
scuno per sé. E sappiate che questa è la più nohile provincia
del inondo e la più ricca. Sappiate che da questo capo della
provincia regna un di questi re, che ha nome Senderhar, re
di Var. In questo regno si truova le perle buone e grosse,
eà lo vi dirò come elle si pigjiano. Sappiate che gli ha in
questo mare un golfo, eh' è tra l'isole e la terra ferma, e non
ha d'acqua più di 10 passi o 12, e in tal luogo non più di
due; e in questo golfo si pigliano le perle in questo modo.
Gli uomeni pigliano le grandi navi e piccole, e vanno in que-
sto golfo, dal mese d'aprile inaino a mezzo maggio, in un
luogo che si chiama Bathalar, e vanno nel mare 60 miglia,
e quivi gettano loro àncora, ed entrano in barche piccole, e
pescano com' io vi dirò ; e sono molti mercatanti, e fanno
compagnia insieme, e alluogano molti uomeni per questi due
mesi che dura la pescagione. E i mercatanti donano al re delle
10 parte l'una di ciò che pigliano, e ancora ne donano a co-
loro che incantano i pesci, che non faccino male agli uomeni
che vanno sotto acqua per trovare le perle : a costoro donano
delle 20 parti l'una; e questi sono Abrinamani incantatori;
è cantata nel poema indiano Ramayana, tradotto anche in ita-
liano dal Gorresio.
India Maggiore: V Indostan (v. pag. 3).
Senderbar: Sender Bandi Dawar.
Bathalar: le perle si pescano nel golfo di Petlam, che va dalla baia
di Tutakorin alle isole di Manar e Ramiseram. La pesca ha luogo
durante i monsoni d1 inverno, dopo che gV incantatori bramarli
(Abrina?nani del testo) hanno reso innocui i pescicani. Le perle
si trovano in molluschi bivalvi del genere delle ostriche, che
chi sa mai per quale confusione nel nostro testo son trasfor-
mati in aringhe !
200 IL MILIONE
e questo incantesimo non vale se none il die, sì che di notte
nessuno non pesca; e costoro ancora incantano ogni bestia
e uccello. Quando questi uomeni allogati vanno sott' acqua
2 passi o 4 o 6 infino in 12, egli vi stanno tanto, quantunque
egliono possono, e pigliano cotali pesci, che noi chiamiamo
aringhe, e in queste aringhe si pigliano le perle grosse e mi-
nute d'ogni fatta. E sappiate che le perle che si truovano in
questo mare si spandono per tutto il mondo, e questo re
n'ha grande tesoro. Or v'ho detto come si truovano le perle,
e da mezzo maggio in poi non ve se ne truova piue. Ben' è
vero, che di lungi di qui 300 miglia, e' se ne truova di set-
tembre infino a ottobre. E sì vi dico che tutta la provincia
di Maabar non fa loro bisogno sarto, però che vanno tutti
ignudi d' ogni tempo, però eh' egli hanno d' ogni tempo il
tempo temperato, cioè né freddo né caldo, però vanno ignudi,
salvo che cuoprono la loro natura con un poco di panno; e così
vae il re come gli altri, salvo che porta altre cose, come vi
dirò: e' porta alla natura più bello panno che gli altri, e a
collo, un collaretto tutto pieno di pietre preziose, sì che quella
gorgiera vale bene due gran tesori; ancora gli pende da collo
una corda di seta sottile, che gli va giù dinanzi un passo, e
in questa corda ha da 104 tra perle grosse e rubini, il qual
cordone è di grande valuta. E dirovvi perchè egli porta questo
cordone : perchè conviene egli dica ogni dì 104 orazioni a' suoi
idoli ; e così vuole la sua legge ; e così facevano gli altri re
antichi, e così fanno questi d'ora. Ancora portano alle braccia
bracciali tutti pieni di queste pietre carissime e di perle, e
ancora tra le gambe in tre luoghi portano di questi bracciali
così forniti! Ancora vi dico che questo re porta tante pietre
a dosso che vagliono una buona città; e questo non è mara-
viglia, avendone cotanta quantità, com'io v'ho contato. E sì
104 tra perle grosse ecc.: il rosario buddistico (iapa, frane, cha-
pelei) col quale si dicono le preghiere è composto di 108 poste.
DI M. MARCO POLO 201
vi dico mima persona puote cavare né pietra né perla fuori
di suo reame, che pesi da un mezzo saggio in su; e il re fae
ancora bandire per tutto il suo reame che chi hae grosse pietre
e buone o grosse perle, ch'egli le porti a lui, ed egli gliene
farà dare due cotanti che non gli costarono ; e questa è
usanza del regno di dare due cotanti che non gli costano; di
elio gli mercatanti e ogni uomo, quando n'hanno, le portano
volentieri al signore, perchè sono bene pagati. Or sappiate
che questo re hae bene 500 femmine, cioè mogli; che, come
vede una bella femmina o donzella, sì la vuole per sé, e sì
ne fae quello ch'io vi dirò. Incontanente che egli vede una
bella moglie al fratello, sì la gli toglie, e tienla per sua; e '1
fratello, perchè è savio in questo, sì gliene sofferisce, e non
vuole briga con lui. Ancora sappiate che questo re ha molti
figliuoli che sono grandi baroni, che gli vanno d'intorno sempre
quando cavalca, e quando lo re è morto e lo corpo suo s'arde, e
tutti questi figliuoli s'ardono, salvo il maggiore che dee regna-
re; e questo fanno per servirlo nell'altro mondo. Ancora v'hae
una cotale usanza, che del tesoro che lascia il re al figliuolo
maggiore, mai non ne tocca, che dice che noi vuole mancare,
quello che gli lasciò il suo padre, anzi il vuole accrescere,
e ciascuno l'accresce; e l'uno il lascia all'altro, e perciò è
questo re così ricco. Ancora vi dico che in questo reame non
vi nascono cavagli, e perciò tutta la rendita loro consumano
pure in cavagli. E dirovvi come i mercatanti di Ghisi e di
Fars e di Scier e di Durfar (queste provincie hanno molti
sofferisce: dal lai su/fero; offrir»1.
quando lo re è morto : questo sacrifìcio, oggi proibito, si chia-
mava sitttee, ed ha riscontro con quanto praticavano i Tartari
(vedi pag. 66), e i Sontiates di Aquitania (v. Cosare, De Bello
Gallico III. 32).
Chisi e Fars: nella Persia (v. pagg. 22 e 28); Scier e Dufar sono
sulla costa arabica.
202 IL MILIONE
cavagli) e questi mercatanti empiono le navi di questi cavagli,
e portangli a questi cinque re che sono frategli, e vendono
l'uno bene 500 saggi d'oro, che vagliono piue di cento marchi
d'ariento; e questo re ne compera ogni anno 2000 o più, e
i fratelli altrettanti. Di capo dell'anno tutti son morti, perchè
non v'ha maniscalco veruno, sì che non gli sanno governare;
e questi mercatanti non ve ne menano veruno, perciò che vo-
gliono prima che tutti questi cavagli muojano, per guada-
gnare. Ancora v'ha cotale usanza; quando alcuno uomo hae
fatto malificio veruno, eh' egli debbia perdere la persona, e
quel cotale uomo dice che si vuole uccidere egli stesso per
amore e per onore di cotale idolo, e il re gli dice che ben
gli piace. Allotta gli parenti e gli amici di questo cotale mal-
fattore lo pigliano, e pongonlo in su "una carretta, e dannogli
bene 12 coltella, e portanlo per tutta la terra, e vanno di-
cendo: questo cotale prode uomo, dicendo ad alta bocie, egli
si va ad uccidere egli medesimo per amore dei cotale idolo.
E quando sono al luogo ove si de' fare la giustizia, colui che
dee morire piglia un coltello, e grida ad alta bocie: io muoio
pei amoie di cotale idolo. Quando hae detto questo, egli si
fiede del coltello pei mezzo il biaccio, e poi piglia l'altio e
dassi neir altio biaccio, e poscia dell' altro pei lo coipo, e
tanto si dà che s'uccide. Quando è moito gli paienti l'ardono
con grande allegrezza. Ancora v'hae un altro costume, che,
quando alcuno uomo morto s'arde, la moglie si getta nel fuoco,
e arde con esso lui: e queste femmine che fanno questo, sono
molto lodate dalle genti: e molte donne il fanno. Questa gente
adorano gì' idoli, e la maggior parte il bue, perchè dicono
Ancora v' ha cotale usanza : il condannato a morte poteva otte-
nere dal re la grazia di immolarsi spontaneamente a Siva o a
Juggarnaut nella festa di queste divinità, sotto il carro delle
quali la gente esaltata da fanatismo religioso si faceva schiac-
ciare.
DI M. MARCO POLO 203
ch'è buona cosa; e veruno v'è che mangiasse carne di bue,
nò ninno l'ucciderebbe per nulla. Ma e' v'ha una generazione
d'uomeni che hanno nome Ghavi, che mangiano i huoi, ma
non gli osorebbono d'uccidere: ma se alcuno vi muore di sua
morto, sì il mangiano bene. E sì vi dico, ch'egliono ungono
tutta la casa di grasso di bue. Ancora ci ha un altro costume,
che gli' re e baroni e tutta altra gente non siculo mai se none
in terra; e dicono che questo fanno, perchè sono di terra e
alla terra debbono tornare, sì che perciò non la possono troppo
onorare. E questi Ghavi, che mangiano la carne de' biioi,
sono quegli i cui antichi uccisono san Tommaso l'Apostolo:
e veruno di questa ingenerazionc potrebbe entrare ancora colà
ov'ò il corpo di s. Tommaso. Ancora vi dico, che 20 uomeni
non ve ne potrebbono mettere uno, di questa cotale genera-
zione de' Ghavi, per la virtù del santo corpo. Qui non ha da
mangiare altro che riso. Ancora vi dico, che se un gran de-
si nere si desse a una gran cavalla, non ne nascerebbe se non
un piccolo ronzino colle gambe torte, che non vai nulla, e non
si può cavalcare. E questi uomeni vanno in battaglia con
iscudi e con lance f e vanno ignudi, e non sono prodi uomeni,
anzi sono vili e cattivi. Egliono non ucciderebbono niuna be-
stia, ma (filando vogliono mangiare alcuna carne, si la fanno
uccidere a' saracini e ad altra gente che non sia di loro legge.
Ancora hanno questa usanza, eh' e' maschi e le femmine ogni
dì si lavano due volte tutto il corpo, la mattina e la sera; e
mai non mangerebbono, se questo prima non avessoro fatto,
uè non berrébbono; e chi questo non facesse è tenuto, come
sono tra noi i paterini. E in questa provincia si fa grande
Ghavi: sono i paria, ossia i reietti da tutto le caste sociali, accu-
sati di discendere dagli uccisori di San Tommaso (v. cap. CLIII),
e affetti dalla lebbra o dall'elefantiasi.
paterini : eretici. ,
204 IL MILIONE
giustizia eli quegli che fanno micido, o che imbolino, e d'ogni
malificio. E chi è bevitore di vino non è ricevuto a testimo-
nianza per l'ebrezza, e ancora chi va per mare, dicono eh' è
disperato. E sappiate ch'egliono non tengono a peccato niuna
lussuria. E v' ha sì gran caldo, eh' è maraviglia ; e vanno
ignudi; e non vi piove, se no tre mesi dell'anno, giugno
luglio e agosto ; e se non fosse questa acqua che rinfrescj
l'aiere, e' vi sarebbe tanto caldo, che niuno vi camperebbe.
Quivi hae molti savi uomeni di filosafia, cioè, di quella ch<
fa conoscere gli uomeni alla vista. Egli guatano ad agure più
che uomeni de] mondo, e più ne sanno, che molte volte tor-
nano a dietro di loro viaggio per uno istarnuto, o per un;
vista d'uccello. E di tutti i loro fanciulli, quando nascono,
iscrivono il punto e la pianeta che regnava quando nacque,
perciò che v' ha molti astrologi ed indovini. E sappiate ch(
per tutta l'India li loro uccelli sono divisati da' nostri, salvi
la quaglia e li vilpristrelli ; egli vi sono grandi come astori,
tutti neri come carboni. E danno agli cavagli carne cotta coi
riso, e molte altre cose cotte. Qui ha molti monisteri d' idoli,
e havvi molte donzelle e fanciulli offerti da loro padri e da
loro madri per alcuna cagione ; e il signore del monistero,
quando vuole fare alcuno sollazzo agli idoli, si richeggiom
questi offerti, ed egli sono tenuti d'andarvi, e quivi ballano
e trescano e fanno gran festa; queste sono molte donzelle:
e più volte queste donzelle portano da mangiare a questi idoli,
ove sono offerte, e pongono la tavola dinanzi agli idoli, e
micido : omicidio.
imbolino : rubino.
filosafia: da intendersi come frenologia, la scienza che pretendeva
conoscere le attitudini spirituali dell'uomo dalla forma del cranio.
augure: presagio.
vilpistrelli : lat. vespertilio, pipistrello.
donzelle : le baiadere.
DI M. MARCO POLO 205
pongonvi suso vivande, e lascianlevi istare suso una gran
pezza, e tuttavia le donzelle cantando e ballando per la casa.
Quando hanno fatto questo, dicono che lo spirito dell' idolo
Irne mangiato tutto il sottile della vivanda, e ripongonla, e
vannosene. E questo fanno le pulcielle tanto che si maritano.
Or ci partiamo di questo regno, e dirovvi d'un altro, che ha
nome Multifili.
OLII.
Del regno di Multifili.
Multifili è un reame che 1' uomo trova quando si parte
da Maahar, e va per tramontana bene 1000 miglia. Questo
regno è ad una rema molto savia, che rimase vedova bene
40 anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che giammai
non volle prendere altro marito ; e costei hae tenuto questo
regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re
o reina. Ora in questo reame si truova diamanti ; e dirovvi
come. Questo reame hae grandi montagne; e quando piove,
l'acqua viene rovinando giuso per queste montagne; e gli
uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua èe ita, e tro-
vanne assai di diamanti; e la state che non vi piove si se
ne truova su per quelle montagne ; ma e' v' ha sì grande
caldo che a pena vi si puote sofferire. E su per le montagne
ha lauti serpenti e sì grandi, che gli uomeni vivano a grande
dottanza, e sono molto velenosi, e non sono arditi d'andare
Multifili : reame 1000 miglia a nord di Maabar, corrisponde alla
valle del Kistna, che con il reame di Golconda, o Telingana,
era sotto la sovranità del re di Narzinga. Queste sono le terre
dei diamanti, il modo di cercare i quali sembra qui tradotto dai
racconti fantastici di Sindbad, il viaggiatore delle Mille e una
notte.
206 IL MILIONE
presso alle loro caverne di quelli serpenti. Ancora gli uo-
ineni hanno gli diamanti per uno altro modo, ch'egli hanno
sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote andare:
ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla im questi
fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi
nella carne. E in su queste montagne istanno aguglie bianche
che stanno tra questi serpenti; quando l' aguglie sentono
questa carne in questi fossati; elle si vanno colà giuso, e
reconla in sulla riva di questi fossati, e questi vanno incontro
all' aguglie, e l' aguglie fuggono, e gli uomeni truovano in
questa carne questi diamanti; ed ancora ne truovano, che
queste aguglie si ne beccano di questi diamanti colla carne
insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio dell' aguglia,
e trovano coli 'uscita loro di questi diamanti. Sì che così si
truovano i diamanti per questi modi, né in luogo del mondo
non se ne truova di questi diamanti se non in questo reame.
E non crediate, che gli buoni diamanti si rechino di qua tra
gli cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e
baroni di quelle contrade che hanno lo gran tesoro. E sap-
piate che in questa contrada si fa il migliore bucherarne, e
il più sottile che nel mondo si facci, e il più caro. Egli hanno
bestie assai, e hanno i maggiori montoni del mondo, ed hanno
grande abondanza d'ogni cosa da vivere. Ora udirete del
corpo di messer santo Tommaso Apostolo, e dove egli è.
aguglie: aquile,
uscita: sterco. •
bucherarne: v. pag. 17. Ancor oggi l'India produce tessuti finis-
simi di cotone che prendon nome dalle città di Calicut o Can-
nanore, sulla costa del Malabar.
DI M. MARCO POLO 207
CU 11.
Di santo Tommaso l'Apostolo.
Lo corpo di santo Tomaso Appostolo si è nella provincia
di Maabar in una piccola terra, che non v'ha molti uomeni,
nò mercatanti non vengono, perchè non v'ha mercatanzia, e
perchè il luogo èe molto divisato ; ma vengonvi molti cri-
stiani e molti saracini in pellegrinaggio, che gli saracini di
quelle contrade hanno grande fede ili lui, e dicono eli' egli
fu Saracino, e dicono eh' è gran profeta, e chiamanlo Vania,
cioè, santo uomo. Or sappiate che v' ha cotale maraviglia,
clie gli cristiani che vi vengono in pellegrinaggio tolgono della
terra del luogo ove fu morto santo Tomaso, e d annone un
poco a bere a coloro ch'hanno la febbre quartana o terzana;
incontanente sono guariti; e quella terra si è rossa. Ancora
vi dirò una maraviglia che avvenne negli anni Domini 1288.
Un barone era in quella terra che avea fatto empiere tutte le
case della chiesa di riso, sì che niuno pellegrino vi poteva
albergare, e gli cristiani che guardavano la chiesa sì ne aveano
grande ira, e non giovava di pregare, tanto che questo ba-
rone le facesse isgombrare : sì che una notte aparve a questo
barone san Tomaso con una forca in mano, e missegliele in
bocca e dissegli: se tosto non fai isgombrare lamia casa/ io
li farò morire di mala morte: e con questa forca gli strinse
S. Tommaso l'Apostolo : è il predicatore del Vangelo nell'Etiopia
e neh1 India, che, secondo quanto narra una leggenda, fu ucciso
per sbaglio a Meliapur dai Ghavi cacciatori di pavoni. Il suo
corpo, che sin dall'epoca di M. Polo era meta di pellegrinaggi
cristiani, venne trasportato nel 1522 a Edessa; ma più tardi i
Portoghesi credettero di rinvenire la vera salma e la trasporta-
rono nel loro possedimento di Goa, dove i pellegrinaggi conti-
nuano tuttora. A lui si raccomandano particolarmente i lebbrosi.
11 racconto di Marco ha carattere di pura leggenda.
208 IL MILIONE
sì la gola, che a colui fue gran pena; e san Tomaso si par-
tio, e la mattina vegnente lo barone fece isgombrare le case
della chiesa, e disse ciò che gli era intravenuto. Gli cristiani
n'ebbono grande allegrezza, e grande riverenza ne renderono
a san Tomaso. E sappiate ch'egli guarisce tutti gli cristiani
che sono lebrosi. Or vi conterò come fu morto, secondo che
io intesi, benché la leggenda sua dice altrimenti; or diciamo
quello ch'io udio. Messer santo Tomaso si stava in uno ro-
mitoro in un bosco, e diceva sue orazioni, e d'intorno a lui
sie avea molti paoni, che in quella contrada n'hae piue che
in parte del mondo ; e quando san Tomaso orava, e uno ido-
latro della ischiatta di Ghavi andava uccellando a paoni, e
saettando a uno paone sì diede a san Tomaso per le coste,
che noi vedeva; ed essendo così fedito, orò dolcemente, e
così orando morìo; e innanzi che venisse in questo romi-
toro, molta gente convertì alla fede di Cristo per l'India. Or
lasciamo di san Tomaso, e dirovvi delle cose del paese. Sap-
piate che fanciulli e fanciulle nascono neri, ma non così
neri com'egliono sono poscia, che continovamente s' ungono
ogni settimana con olio di sosima, acciò che diventino ben
neri; che in quella contrada quelli eh' è più nero è più pre-
giato. Ancora vi dico, che questa gente fanno dipingere tulli
i loro idoli neri, e i dimoni bianchi come neve, che dicono
che il loro iddio e i loro santi sono neri. E si vi dico che
tanta è la fede e la speranza ch'egli hanno nel bue, che quando
vanno in oste, e'1 cavaliere porta del pelo del bue al freno
del cavallo, e il pedone ne porta allo iscudo, e tali se ne
fanno legare a'capegli; e questo fanno per campare d'ogni
pericolo che puote incontrare nell' oste. Per questa cagione
il pelo del bue v'è molto caro, però che niuno uomo si tiene
sicuro s'egli non n'ha addosso. Ora ci partiremo quinci, e
andremo in una provincia che si chiamano i Bregomanni.
DI M. MARCO POLO 209
GLIV.
Della provincia di Iar.
lar è una provincia verso ponente, quando l'uomo si
parte del luogo ov' è il corpo di san Tomaso. E di questa
provincia son nati i Bregomanni, e di là vennono prima-
mente. E sì vi dico che questi Bregomanni sono i migliori
mercatanti e gli più leali del mondo, che giammai direbbono
bugia per veruna cosa del mondo, e non mangiano carne
ne beono vino, e istanno in molta grande astinenza e one-
stacle, e non toccherebbono altra femmina che la loro moglie,
né non ucciderebbono veruno animale, né non farebbono
cosa onde credessono avere peccato. Tutti gli Bregomanni
sono conosciuti per un filo di bambagia ch'egli portano. sotto
la spalla manca, e si'l sei legano sopra la spalla dritta, sì
che gli viene il filo a traverso il petto e le ispalle. E sì vi
dico clie egli hanno re ricco e potente, e compera volentieri
perle e pietre preziose, e conviene che abbia tutte le perle
che recano i mercatanti delli Bregomanni da Maabar, eh' è
la migliore provincia che abbia l'India. Questi sono idola-
tri, e vivono ad agora di bestie e d'uccelli più che altra
Iar : (Zar, Lac) provincia ad occidente di Madras, ò forse Mysore,
abitata da numerosi bramani (bregomanni), la casta sacerdo-
tale ed aristocratica dell' India, che vive affatto separata da
quella dei guerrieri [kshatrià) e da quella degli agricoltori (su-
òra). I bramani si riconoscono dal nastro che pende loro sulle
spalle a mo1 di scapolare, detto xennar o zinnalo (cordone sa-
cro). Quanto il Polo riferisce della loro moralità commerciale,
deriva dalPaverli confusi con i commercianti indiani (baili a ni
o brancani), perchè i bramani non esercitano alcun commercio.
ad agùra : traendo augurio, presagio, dagli uccelli o da altri ani-
mali.
Marco Polo. Il Milione 14
210 IL MILIONE
gente. Ed havvi un cotale costume: quando alcuno merca-
tante fa alcuna mercatanzia, egli si pone mente alla ombra
sua, e se la ombra è grande come ella dee essere, si compie
la mercatanzia, e se non fosse tale come dee 'essere, nolla
compie quel die per cosa del mondo; e questo fanno sem-
pre. Ancora fanno un' altra cosa : che quando egli sono in
alcuna bottega per comperare alcuna mercatanzia, se vi viene
alcuna tarantola, che ve ne ha molte, si guarda da quale
parte ella viene, e puote venire da tal lato ch'egli compie il
mercato, e da tale che noi compierebbe per cosa del mondo.
Ancora quando egliono escono di casa, ed egli od alcuno
istarnuta, che no gli piaccia, immantanente ritorna in casa,
e non andrebbono piue innanzi. Questi Bregomanni vivono
piue che gente che sia al mondo, perchè mangiano poco, e
fanno grande astinenza; gli denti hanno bonissimi, per una
erba di' egliono usano a mangiare. E v' ha jiomeni regolati
che vivono più ch'altra gente, e vivono bene da 150 anni
fino in 200, e tutti sono prosperosi a servire loro idoli: e
tutto questo è pella grande astinenza ched e' fanno. E questi
regolati si chiamano « conguigati »; e mangiano sempre buone
vivande, cioè, lo più, riso e latte; e questi conguigati pi-
gliano ogni mese un cotale beveraggio: che tolgono siero
vivo e solfo, e mischianlo insieme coli' acqua, e beonlo, e
dicono che questo tiene sano e a lunga giovinitudine ; e tutti
quelli che l'usano vivono più degli altri. Elli sono idoli, ed
per una erba : la foglia della noce cT areca, che si mastica mesco-
lata con calce, cinnamomo ed altri ingredienti; secondo un^bi-
tudine, comune agli indigeni della zona tropicale. L'areca è detta
in lingua tamil vettelei, onde il persiano tembul e V inglese
betel nut.
conguigati: sono per 1' India quello che i fahiri per l'Arabia, cioè
degli eremiti o dei santoni fanatici e mendicanti, conosciuti an-
che coi nomi di cuigni, y oc/hi, semiassi o qimnoso fisti.
DI M. MARCO POLO 211
hanno tanta isperanza nel bue, che l'adorano; e gli più di
loro pollano un bue di cuoio o d'ottone innorato nella fron-
te; e vanno tutti ignudi senza coprire loro natura alcuno di
questi regolati; e questo dicono che fanno per gran peniten-
zia. Ancora vi dico, ch'egliono ardono l'ossa del bue, e fan-
none polvere, e di quella polvere s'ungono in molte parti
del corpo loro con grande reverenza altresì, come fanno i
cristiani dell'acqua benedetta; e non mangiano ne in ta-
glieri né in iscodelle; ma in su foglie di certi arbori secche
e non verdi, che dicono che le verdi hanno anima, sì che
sarebbe peccato; ed egliono si guardano di non far cosa
onde egliono credessono avere peccato: innanzi si lascereb-
bono morire. E quando sono domandati: perchè andate voi
ignudi, e quegli dicono: perchè in questo mondo noi non. rc-
cammo nulla, e nulla vogliamo di questo mondo; noi non
abbiamo nulla vergogna di mostrare nostre nature, però che
noi non facciamo con esse ninno peccato, e perciò noi non
abbiamo vergogna più d'un membro che d'un altro; ma voi
gli portate coperti, però che -gli adoperate in peccato, e però
n'avete voi vergogna. E ancora vi dico che costoro non uc-
ciderebbono veruno animale di mondo, né pulce né pidocchi
né mosca nò veruno altro, perchè dicono ch'egli hanno ani-
ma: però sarebbe peccato. Ancora non mangiano veruna
cosa verde, né erba né frutti, infino tanto ch'eglino sono
srechi, però che dicono anche che hanno anima. Egliono dor-
mono ignudi in su la terra, né non terrebbono nulla, né sotto
né addosso; e tutto l'anno digiunano, e non mangiano se non
pane e acqua. Ancora vi dico ch'egli hanno loro aregolali.
gli quali guardano gl'idoli; ora gli vogliono provare, s'egli
sono bene onesti: e mandano per le pulcelle che sono offerte
di certi arbori: la musa paradisiaca, una banana dallo foglio
larghissime.
le pulcelle offerte agli idoli: le baiadere (v. pag, 204).
212 IL MILIONE
agl'idoli, e fannogli toccare a loro in più parte del corpo, ed
istare con loro in sollazzo, e se'l loro vernbro si muta, si '1
mandano via, e dicono che non è onesto, e non vogliono te-
nere uomo lussurioso, e se'l vernbro non si muta, si'l ten-
gono a servire gli idoli nel monistero. Questi ardono gli corpi
morti perchè dicono che, se non si ardessono, e' se ne fa-
rebbe vermini, e quelli vermini morrebbono, quando non
avessero più da mangiare, sì che egliono sarebbono cagione
della morte di quegli* vermini, perciò che dicono che gli
vermini hanno anima, onde l'anima di quel cotale corpo
n'avrebbe pena nell'altro mondo; e perciò ardono i corpi,
perchè egli non meni i vermini. Ora avemo contato i co-
stumi di questi idolatri, dirovvi di una novella che avea di-
menticata dell'isola di Seillam.
CLV.
Dell' isola di Seillam.
Seillam è una grande isola, ed è grande com' io v' ho
contato qua adrietro. Ora è vero che in questa isola hae una
grande montagna, ed è sì dirivinata, che niuna persona vi
puote suso andare, se non per un modo, che a questa mon-
tagna pendono catene di ferro sì ordinate che gli uomeni vi
possono montare suso. E dirovvi che in quella montagna si
è il monimento d'Adamo nostro padre; e questo dicono i
saracini, ma gl'idolatri dicono che v'è il monimento di
vernbro: per membro, come velma per melma, dato lo scambio del
suono v per m nel dialetto veneto.
una grande montagna : il picco d'Adamo.
dirivinata: dirupata, erta.
DI M. MARCO POLO 213
Sergamo Borghani, e questo Sergamo fue il primo uomo a cui
nome fu fatto idolo, che, secondo loro usanza e secondo loro
Sergamo Borghani: è il Budda (Sakiamuni Beharani, ossia il
sant'uomo del Behar) figlio di Soddadhana, ricco e possente re
di Kapilavasta, nel Behar a nord del Gange. Nato a Gaya
000 anni prima di Cristo, abbandonò da giovane regno e po-
tenza e famiglia per predicare la povertà, l'umiltà, la carità, il
rispetto della natura animata, la trasmigrazione delle anime,
l'annientamento delle passioni e l'uguaglianza sociale coll'aboli-
ziono delle caste. Budda (luce) ò colui che, dopo lunghe e ri-
petute trasmigrazioni del suo spirito nelle varie forme degli es-
seri viventi, raggiunge 1' eccelso stato di perfezione morale o
santità (nirvana) immune da ulteriori trasmigrazioni. Sakia-
muni Budda entrò nel nirvana, cioè morì, in un ospedale non
lontano da Kusinagara. I suoi seguaci^ atei, panteisti, scacciati
dalle terre sacre ai bramani e al1 e caste, si rifugiarono nel
Kashmir al Nord, e in Ceylon nel Sud. Da questi due punti
estremi dell'India, il Buddismo rialzò le ali e fece propaganda
delle sue dottrine fuori della penisola, verso i vergini paesi
dell'Estremo Oriento. Mentre a Roma infierivano le persecuzioni
contro i Cristiani, la mite dottrina di Budda era entusiastica-
mente accolta nel Tibet, Tartaria, Cina, Birmania, Siam, An-
nam, Tonkino, Corea e Giappone. Questi paesi si coprirono di
templi (miao) , di stupe (cappelle e torri votive), di pagode
(cinese paotai, ind. but-kadah) o torri poligonali a 7 e 9 piani
in onore di Budda, e di immensi monasteri per ambo i sessi.
La pittura, la scultura e l'architettura, come la vita spirituale
e la letteratura di queste contrade furono pervase dal pensiero
e dalla cultura indiana. I suoi sacerdoti e i suoi santi portan
tutti nomi indiani (il cinese pusa deriva dall'indiano bodhisatva;
il tibetano lama dall'indiano sraman; bonxo da bikshu, ecc.).
La gerarchia chiesastica buddistica fu riconosciuta e fissata in
Tibet, Tartaria e Cina nel 1274 da Kublai Khan; ma il Buddismo,
ufficialmente introdotto in Cina fin dal 61 d. Cr., sotto l' impera-
tore Mingti della dinastia Han, fioriva largamente già nel V e VI
secolo. Nel 620 un patriarca indiano Bodhidharma, 28" tra gì
214 IL MILIONE
dire, egli fue il migliore uomo che mai fosse tra loro, e il
primo ch'egliono avessono per santo. Questo Sergamo fu fi-
gliuolo di un grande re ricco e possente, e fu sì buono che
mai non volle attendere a veruna cosa mondana. Quando il
re vidde che '1 figliuolo teneva questa via, e che non voleva
succedere al reame, ebbene grande ira, e mandò per lui, e
promisegli molte cose, e dissegli che '1 voleva fare re, e sé
voleva disporre; e '1 figliuolo non ne volle udire nulla. Quando
il re vidde questo, sì n'ebbe grande ira, che a pena che non
morìo ; perchè non avea più figliuoli che costui, né a cui egli
lasciasse il reame. Ancora il padre si puose in cuore pure di
fare tornare questo suo figliuolo a cose mondane : egli lo fece
mettere in un bello palagio, e missevi con lui bene 300 don-
zelle molto belle, che lo servissono, e queste donzelle lo ser-
vivano a tavola e in camera, sempre ballando e cantando in
grandi sollazzi, sì come il re avea loro comandato. Costui
istava fermo, e per questo non si mutava a veruna cosa di
peccato, e molto faceva buona vita secondo loro usanza. Ora
era tanto tempo istato in casa, che non avea veduto mai niuno
morto né alcuno malato ; e il padre volle un die cavalcare
indiani e 1° patriarca cinese, risiedeva alla Corte cinese a
Loyang, e nel 648 i buddisti cinesi Hsiian Tsang e Fa hsiang
facevano il loro pellegrinaggio alla terra santa di Budda in India.
La storia di Budda penetrò anche nella letteratura europea nel
secolo XIII sotto le forme del romanzo di Barlaam e Josaphat.
Si può ripetere del Buddismo quel che il Machiavelli disse delle
pratiche cristiane, che cioè evirò i Tartari, sciogliendo i legami
famigliari e sociali, li rilegò a biascicare litanie in grandi mo-
nasteri e tolse loro ogni fisionomia politica. Il Giappone tentò
di recente di ravvivare il Buddismo per opporsi alle invadenti
missioni estere, e spinse la sua propaganda fino in Europa, ma
questo tentativo sembra più un espediente politico che una vera
rinascita religiosa.
e sé voleva desporre: voleva deporre il comando, abdicare.
DI M. MARCO POLO 215
per la terra con questo suo figliuolo, e cavalcando lo re e il
figliuolo, ebbono veduto un uomo morto cbe si portava a sot-
terrare, ed avea molta gente dietro; e il giovane disse al
padre: che l'atto ò questo? E il padre disse: figliuolo, èe uno
uomo morto. E quegli isbigottie tutto, e disse al padre:
or moiono gli uomeni tutti? E il padre gli disse: figliuolo,
sì; e il giovane non disse più nulla, e rimase tutto pensoso.
Andando un poco più innanzi, e que' trovarono un veccbio
die non poteva andare, ed era sì vecchio ch'avea perduti i
denti. E questo giovane si ritornò al palagio, e disse che non
voleva piue istare in questo misero mondo, da che gli con-
veniva morire, o di vivere sì vecchio che gli facesse bisogno
l'ajuto altrui, ma disse che voleva cercare quello che mai
non moriva né non invecchiava, e colui che lo avea creato
e fatto, ed a lui servire. E incontanente si partì di questo
palagio, e andonne in su questa alta montagna, eh* è molto
divisata dall' altre, e quivi dimorò poscia tutta la vita sua
molto onestamente, che per certo, s'egli fosse istato cristiano
battezzato, egli sarebbe istato un gran santo appo Dio. E in
poco tempo costui si morìo, e fu recato dinanzi dal padre.
Lo re, quando il vidde, fue il più tristo uomo che mai fosse
al mondo, e immantinente fece fare una istatua tutta d'oro
a sua similitudine, ornata di pietre preziose, e mandò per
tutte le genti del suo paese e del suo reame, e feciolo ado-
rare come fosse Iddio; e disse che questo suo figliuolo era
morto 84 volte; e disse quando morìo la prima volta divenne
bue, e poscia morìo e diventò cane, e così dicono che morìo
84 volte, e tuttavia diventava qualche animale, o cavallo o
iccello od altra bestia. Ma in capo delle 84 volte dicono che
morìe, e diventò Iddio, e costui hanno gl'idolatri per lo mi-
gliore Iddio ch'egli abbiano. E sappiate che questo fu il pri-
maio idolo che fosse fatto, e di costui sono discesi tutti gl'idoli
e questo fu nell'isola di Seillam in Inditi. E sì vi dico che
T idolatri vi vengono di lontano paese in pellegrinaggio,
216 IL MILIONE
siccome vanno i cristiani a santo Iacopo in Galizia; ma i sa- I
racini che vi vengono in pellegrinaggio, dicono pure che èe
il monimento d'Adamo; ma, secondo che dice la Santa Iscrit-
tura, il monimento d'Adamo èe in altra parte. Or fu detto
al Gran Cane che '1 corpo d'Adamo era in su questa mon-
tagna e gli denti suoi e la iscodella dov'egli mangiava; pensò
d'aver gli denti e la iscodella, fece ambasciadori, e mandogli
al re dell'isola di Seillam a dimandare queste cose; e il re
di Seillam le donò loro: la scodella era di proferito bianco
e vermiglio. Gli ambasciatori tornarono, e recarono al Gran
Cane la scodella e due denti mascellari, i quali erano molti
grandi. Quando il Gran Cane seppe che gli ambasciadori
erano presso alla terra ov'egli dimorava, che venivano con
queste cose, fece mettere bando che ogni uomo e tutti i re-
golati andassono incontro a quelle reliquie, che credeva che
veramente fossero d'Adamo: e questo fu nel 1284 anni. E
fu ricevuta questa cosa in Gamblau con grande riverenza; e
trovossi iscritto che quella iscodella avea cotale virtù, che
mettendovi entro vivanda per uno uomo, ne aveano assai
cinque uomeni; e il Gran Cane il provò, e trovò ch'era vero.
Ora udirete della città di Gaver.
santo Jacopo di Galizia : nel nord ovest della Spagna, uno dei
pellegrinaggi più frequentati nel M. Evo
il monimento d'Adamo: la Scrittura non precisa dove Adamo
fosse sepolto, ma certo la sua salma non potè essere trasportata
a Ceylon ; quanto poi ai denti che ebbero consacrazione ufficiale
da Kublai nel 1284, si tratta di reliquie di Budda, non già
d'Adamo.
di proferito: di porfido. Il quintuplicarsi delle razioni poste nella
miracolosa scodella è la variante buddistica della moltiplicazione
dei pani e dei pesci.
m M. MARCO POLO 217
GLVI.
Della città di Caver.
Caver èe una città nobile e grandi», ed è di Asciar, cioè
del primo fratello delli cinque re. E sappiate» che a questa
città fauno porto tutte le navi che vengono verso ponente,
cioè di ilorniuz e di Jvinsai e d'Aden e di tutta l'Arabia,
cariche di mercatanzia e di cavagli, e fanno qui capo, perch'èe
buon porto. E questo re è molto ricco di tesoro, e' 1 suo te-
soro sono molte ricche pietre preziose. Suo regno tiene bene
mercatanti, e spezialmente mercatanti che vengono d' altra
parte, e perciò vi vanno più volentieri. E quando questi cin-
que fratelli re pigliano briga insieme e vogliono combattere,
la madri» eh 'è ancora viva, sì si mette in mezzo e pacifica-
gli: (|iiando ella non puote, si piglia un coltello, e dice e Ih1
si ucciderà, e taglierassi le poppe del petto, dond* io vi diedi
lo mio latte : allora gli figliuoli per la piata che fa la madre
loro, e'provveggono quello eh' è il meglio, si fanno la pace.
E questo è divenuto per più volte; ma, morta che sia la loro
madre, non fallirà che non abbiano briga insieme. Partia-
moci di qui, e andremo nel reame di Ghoilu.
Caver: (Cael, Kayl, Ivayal, che in lingua tamil vale laguna) era il
nome del famoso scalo del Coromandel alla foce del fiume Tam-
raparni, nella provincia di Madras, governato da Asciar o Ashar,
uno dei cinque fratelli sovrani di Maabar. La loro madre ora la
regina vedova Rudrama Devi di Warangol.
piata: idiotismo per pietà.
218 IL MILIONE
CLVII.
Del reame di Choilu.
Glioilu si è un gran reame verso gherbino, quando l'uomo
si parte da Maabar, e va 500 miglia; e tutti sono idolatri,
e sì v'ha cristiani e Judei, e hanno loro linguaggio. Qui na-
scono i mirabolani emblici, e pepe in grande abbondanza,
che tutte le campagne e boschi ne sono piene: e tagliansi
di maggio e di giugno e di luglio ; e gli albori che fanno il
pepe son dimestichi e piantansi e inacquansi. Qui hae sì
grande caldo, che a pena vi si puote sofferire, che se togliessi
un uovo, e mettessolo in alcuno fiume, non anderesti quasi
niente, che sarebbe cotto. Molti mercatanti vi vengono eli
Mangi e d'Arabia e di levante, e recano e portano merca-
tanzia con lor navi. Qui si ha bestie divisate dall' altre,
ch'egli hanno leoni tutti neri, e pappagalli di più fatte, che
ve n'ha de'bianchi, ed 'hanno i piedi e '1 becco rosso, e sono
molto begli a vedere; e sì v'ha paoni e galline più belli e
più grandi ch'e'nostri, e tutte cose hanno divisate dalle no-
stre, e non hanno niuno frutto che si somigli a'nostri. Egli
fanno vino di zucchero molto buono. Egli hanno grande mer-
cato d'ogni cosa, salvo che non hanno grano né biada, ma
hanno molto riso. E si v'ha molti savi istrolaghi. Questa
Choilu: (Coilon, Coulan) era il reame di Kollam, 200 (non 500) mi-
glia a S. 0. di Maabar, abitato da razze dravidiche. Corrisponde
oggi al distretto di Travancore. Il suo porto assai frequentato un
tempo, non esiste più. Terra caldissima notevole £>ei leoni (tigri)
neri, pavoni, pappagalli, kakatue, indigo, pepe, mirabolani em-
blici (specie di susine dolci) e frutta tropicali, cioè ananas, ba-
nane (Adam's appiè), tamarindi, ecc. Il vino di zucchero è uno
spirito distillato dal succo (jaggri) della palma detta volgarmente
brab (borassus flabelliformis).
DI M. MARCO POLO _' Hi
gente sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignu-
di, se non se Unito eli' egliono ricuoprono loro natura con
un panno molto bianco. Costoro non hanno per peccato ve-
runa lussuri,!, e tolgono per moglie la cugina e la matrigna,
quando il loro padre si muore, e la moglie èe del fratello.
Cotale è il loro costume come avete inteso. Or ci partiamo
di qui, e andremo nelle parti d'India, in una contrada che
si chiama Chomacci.
CLVIII.
Della contrada di Chomacci.
Chomacci si è in India, dalla qual contrada si puote ve-
dere alcuna cosa della tramontana. Questo luogo non è molto
dimestico, ma sente del salvatico; qui si ha molte bestie
salvatiche di diverse fatte, e fiere. Partiamoci di qui, ed en-
triamo nel reame di Ely.
CLIX.
Del reame di Ely.
Ely si è un reame verso ponente, ed è di lungi di Co-
ni acci quattrocento miglia. Qui si hae re, e sono gente ido-
latra, e non fanno tributo a veruna altra persona. Questo
reame non ha porto, salvo che hae un gran fiume, il quale
hae buone foci. Qui si nasce pepe e giengiavo e molte altre
Chomacci: (Ivomari) contrada selvaggia intorno al capo Comorin,
nel distretto di Travancore.
Ely : (Elli, Belli), porto non lungi da Cannanore, alla foce del fiume
di Valia-patnam. Il reame d'Ely restava tra la costa del Mala-
bar e quella di Canara ; era un covo di pirati.
220
IL MILIONE
ispezierie. Lo re si è ricco di tesoro ma non di genti. L'en-
trata del reame è si forte, che a pena vi si puote entrare per
far male; e qualunque navi capitassono a quella foce, s'ella
prima non vinissi alla terra, sì la pigliono e tolgono ogni
cosa, e dicono : Iddio ci ti mandò, perchè tu fossi nostra;
né non credono avere peccato ; e così si fa per tutte le Pro-
vincie dell' India. E se alcuna nave ci capita per fortuna, si è
presa e toltogli ogni cosa, salvo che quelle che capitano ad
alcuna terra in prima. E sappiate che le navi de 'Mangi vi
vengono d'istate, e quelle d'altre parti, e caricano in tre dì
o in quattro infino a otto dì, e vannosene il più tosto che
possono, però che non hanno buon porto ove molto potes-
sero istare, per le piagge che vi sono, e per lo sabbione.
Vero è che le navi de'Mangi non temono vento, per le buone ]
àncora del legno che mettono, che a tutte fortune tengono
bene lor navi. Egli hanno leoni e altre bestie assai, caccia-
gioni e uccellagioni assai. Partiamoci di qui, e dirovvi di
Melibar.
GLX.
Del reame di Melibar.
Melibar è uno grandissimo reame, ed hanno loro re e
linguaggio, e non danno trebuto a niuna persona, e sono
idolatri. Di questo paese si vede più la tramontana, e d'un
altro paese che v' ò allato, e 'ha nome Ghufarat. Ed escene
e per fortuna: spintavi dalla tempesta.
Melibar: è il reame di Canara, al nord di Ely. La vera costa del
Malabar è quella che si stende a mezzogiorno di Ely fino al Capo
Comorin, ma questo nome vien dato anche alla costa settentrio-
nale per il suo carattere anfrattuoso che si presta assai ben©
come nascondiglio ai corsali.
DI M. MARCO POLO 221
bene ogni dì bene 100 navi di corsali, che vanno rubando
il mare, e menano con loro la moglie e figliuoli; e tutta la
state vi stanno in corso, e fanno gran danno a' mercatanti,
e partonsi ; e sono ben tanti, che pigliano bene 100 miglia e
più del mare, e farinosi insegne di fuoco, sì che veruna nave
non può passare quel mare che non sia presa. Gli merca-
tanti che I sanno, vanno molti insieme, e bene armati, sì
che non hanno paura di loro, e danno loro la mala ventura
più volte, ma non per tanto che pure se ne pigliano. Ma non
lamio altrui male, se non ch'egli rubano e tolgono altrui tutto
l'avere, e dicono : andate a procacciare dell' altro. Qui si ha
pepe, gengiavo e canella, turbietti e norie d'Indie, e molte ai-
Ire ispezie, e bucherarne del più bel del mondo. Gli merca-
tanti recano qui rame, drappi di seta e d'oro, e recano ariento,
garofani e spigo, perch'egli non n'hanno. Qui si vengono i
mercatanti de'Mangi, e portano queste mercatanzie in molte
parti. A dirvi di tutte le contrade del paese sarebbe troppo
lunga mena: dirovvi del reame di Ghufarat, e di loro ma-
niera e costume.
| CLXL
[ Del reame di Ghufarat.
: Ghufarat èe un gran reame, e hanno re e linguaggio per
loro, e sono gente idolatra, e non fanno trebuto a veruno
signore del mondo; e sono i peggiori corsali che vadano per
mare, e gli più maliziosi, che quando e' pigliano alcuno nier-
insegne di fuoco : seguali col fuoco.
turbietti: o turbitti {radia turpethi), radice medicinale purgativa.
Ghufarat : ò la penisola del Guggcrat o Gazerai, a nord di Bombay,
uou lungi dalla foce dell' ludo. Il suo porto è Cambay in fondo
al golfo omonimo.
222 IL MILIONE
catante, sì gli danno bere i tamarindi coli' acqua salsa per
farlo andare a sella, e poi cercano l'uscita, se '1 mercatante
avesse mangiato perle od altre care cose, per ritro valle. Ora
avete veduto se questo è gran malizia, che dicono che gli
mercatanti le trangugiano quando sono presi, perchè non
sieno trovate dai corsali. In questo paese si ha pepe e gen-
giavo assai e bambagia, perciò che hanno albori che fanno
della bambagia, che sono alti bene sei passi, ed hanno bene
20 anni ; ma quando sono così vecchi non fanno mai buona
bambagia da filare, ma fassene altre cose : da 12 anni insino
in 20 si chiamano vecchi. Qui si conciano molte cuoia di bue
e di becco e d' unicorni e di molte altre bestie, e fassene
grande mercatanzie, e fornisconsene molte contrade, Partia-
moci di qui, e andiamo in una contrada che si chiama Tana.
CLXII.
Del reame della Tana.
Tana è anche un grande reame, e somigliai! si a costoro
di sopra, ed hanno anche loro re. Qui non ha ispezierie ;
hacci incenso, ma non è bianco, anzi è bruno, e fassene
grande mercatanzia. Qui si ha bucherarne e bambagia assai;
gli mercatanti recano qui oro e ariento e rame assai, e di
quelle cose che vi bisognano, e portanne delle loro. Ancora
escono di qui molti corsali di mare, e fanno grande danno
Tana : (Kanan) non lungi dall'odierno porto di Bombay. Tana è
una voce semita che significa porto ; cfr. Tana, porto nel mar
d'Azoti*, Aden, Adana, Adalia. Era il mercato, non il luogo di
produzione, dell'incenso che vi arrivava dalla terra d'Oman. 11
nome semitico dell'incenso è labari; donde il nostro olibano ;
quello di Sumatra, più scuro, era detto labari jaiiin ossia in-
censo giavanese, abbreviato in benzoin.
m m. makco polo 223
a'mercatanti, e questo è per volontà di loro signore. E fa il
re questo paltò con loro, che gli corsali gli danno tutti gli
cavagli che pigliano, che molti ve ne passano, perciò che in
India so ne fa grande mercatanzia, si che poche nave vanno
per l'India che non menino cavagli; e tutte le altre cose
sono degli corsali. Or ci partiamo di qui, e andiamo in una
contrada che si chiama Ghamhaet.
GLXIII.
' Del reame di Chambaet.
ì Chambaef si è ancora un altro gran reame, ed è simile
a questo di sopra, salvo che non ci ha'corsali nò mala gente;
vivono di mercatanzie e d'arti, e sono buona gente, ed ò
verso di ponente, e vedesi meglio la tramontana. Altro non
ci ha che vi sia da ricordare; dirovvi d'uno reame e' ha
nomo Chesmacoran.
GLXIV.
Dello reame di Chesmacoran.
(llicsmacoran òe uno reame che hanno loro re, e anche
; sono idolatri, e divisato linguaggio, ed òe reame di molta mer-
catanzia, e vivono di riso e di carne e di latte. Questo reame
è d'India, e sappiate che da Maabar insino a qui ò della
maggiore India e della migliore, e le terre e reami che noi
v'abbiamo contato sono pure quelle di lungo il mare, che a
contare quelle della terra ferma sarebbe troppo lunga mena.
Vogliovi dire d'alquante isole che sono per l'India.
Chambaet : è il porto di Cambay già ricordato (pag. 221).
Chesmacoran : era il reame di Kij-Makran formato dalle due Pro-
vincie Kedg (Gedrosia degli antichi) e Makran o Arrakan. a oc-
cidente delT Indo.
224 IL MILIONE
GLXV.
D'alquante isole che sono per V India.
L'isola che si chiama Malie è nell' alto mare bene 500
miglia, verso mezzodì, partendosi da Ghesmacoran. Questi
sono cristiani battezzati, e tengono legge del Vecchio Testa-
mento, che mai non toccherebbero femmina pregna, e poi ivi
a 40 dì che ha partorito. E dicovi che in questa isola non
istà niuna femmina, ma istanno in una isola più là che si
chiama Femelle, che v'è di lungi 30 miglia. E gli uomeni vanno
a questa isola ove istanno queste femmine, e istanno con loro
tre mesi dell'anno, e in capo di tre mesi si tornano nell' isola
loro. E in questa isola nasce l'ambra molto fina e bella. Que-
sti vivono di riso e di carne e di latte, e sono buoni pescatori,
e seccano molti pesci, sì che tutto l'anno n'hanno assai. Qui
non ha signore, salvo e' hanno un vescovo ch'è sotto l'arcive-
scovo di Scara. E perciò non istanno tutto l'anno colle loro
donne, perchè non avrebbono da vivere; e i loro figliuoli
istanno colle madri 14 anni, e poscia lo maschio se ne va col
padre, e la femmina istà colla madre. Qui non troviamo altro
da ricordare ; partiamoci, e andiamone all'isola di Scara.
CLXVI.
DelF isola di Scara.
Quando F uomo si parte di queste due isole, si va per
mezzodì bene 500 miglia, e trovasi V isola di Scara. Questa
Malie: le isole Malie e Femelle , Maschio e Femina, si crede si eno
Kuria e Muria sulla costa araba; abitate da pescatori. Vi si trova
ambra, resina vegetale, come sulla opposta costa.
Scara: (Scoira) è 1' isola di Socotora, la cui spiaggia arenosa e bianca
si vede dal piroscafo passando all'altezza del Capo Guardami. T
DI M. MARCO POLO 225
gente sono anche cristiani battezzati, e hanno arcivescovo. Qui
si ha molla ambra; egli hanno drappi di catanga buoni e altre
mercatanzie, e si hanno molti pesci salati e buoni, e vivono di
riso e di carne e di latte, e vanno tutti ignudi. Qui vanno
molte navi di inercatanzia. Questo arcivescovo non ha che
fare col papa di Roma, ma ò sottoposto all'arcivescovo che sta
a Baldac. Ora questo arcivescovo che sta a Baldac manda più
vescovi e arcivescovi per le contrade, come fae il papa di
Roma di qua; e tutti questi vescovi e parlati ubidiscono que-
sto arcivescovo come papa. Qua vengono molti corsari a ven-
dere loro prede, e vendonle bene, e costoro le comperano,
perchè sanno che questi corsari non rubano se non saracini
e idolatri, e non cristiani. E quando questo arcivescovo del-
l'isola di Scara muore, conviene che venga da Baldac que'che
sono buoni incantatori; ma l'arcivescovo molto gli contradice,
e dice eh' è peccato, e di costoro dicono che gli loro anti-
chi l'hanno latto, e però lo vogliono egliono anche fare. Di-
rovvi di loro incantesimi. Se una nave andasse a vela, forte,
egli farebbono venire vento contrario, e farebbonla tornare a
dietro ; e fanno venire tempesta in mare quando vogliono,
e fanno venire qual vento e' vogliono, e si fanno altre cose
meravigliose che non ò bene ricordarle. Altro non ci ha ch'io
voglia ricordare: partiamoci di quinci e andremone nell'isola
di Afadegascar.
suoi abitatori erano allora cristiani nestorini sotto la giurisdi-
zione spirituale del vescovo di Bagdad.
catanga: specie di stoffa a righe di vario colore di lino e filaticcio,
detta anche cataliiffa.
parlati : dignitari (v. pag. 100).
Marco Polo. — 1^ Milione. 15
226
IL MILIONE
GLXVIL
Dell' isola di Madegascar.
Madegascar si è una isola verso mezzodì, di lungi da Scara
1000 miglia. E questi sono saracini che adorano Malcometto:
questi hanno 4 vescovi, cioè 4 vecchi uomini, e' hanno si-
gnoria di tutta V isola. E sappiate che questa è la migliore
isola e la maggiore di tutto il mondo, che si dice eh' ella
gira 4 mila miglia, e vivono di mercatanzia e d'arti. Qui na-
scono più leonfanti, che in parte che sia nel mondo; e an-
cora per tutto l'altro mondo non si vendono e non si compe-
rano tanti denti di leonfanti, quanto si fa in questa isola e
in quella di Zachibar. E sappiate che in questa isola non si
mangia altra carne che di cammelli, e mangiavesene tanti
che non si potrebbe credere, e dicono che questa carne è la
più sana e la migliore che sia al mondo. Qui si ha grandis-
simi albori di sandali rossi, ed hannone grandi boschi; qui
si ha ambra assai, però che in quel mare hae molte balene
e capodoglie ; e perchè pigliano assai di queste balene e
di questi capidoglie si hanno ambra assai. Egli hanno leoni,
e tutte bestie da prendere in caccia, e uccelli molti divisati
Madegascar : la grande isola all'est dell'Africa è menziouata per la
prima volta da Marco Poto. Egli narra ciò che gli riferivano i
mercanti che v'erano iti: la grande abbondanza d'avorio, di
sandalo e d'ambragrigia (spermaceti), e la presenza dell'uccello
grifone (il roe o rut delle Mille e una notte) che si crede sia
il condor o 1' albatro {diomedea exulans). La carne mangiata
dagli indigeni non è di cammello, ma di bisonte, o bue di Ma-
dagascar. Il cinghiaro salvatico è il sus aethiopicus che ha quat-
tro denti molto grossi e lunghi, due nella mascella superiore e
due nella inferiore.
DI M. MARCO POLO 227
da' nostri. Qui vengono molte navi, e arecano e portano molta
mercatanzia; e sì vi dico che le navi non possono andare più
innanzi che di qui a questa isola verso mezzodì, e a Zachibar:
però che il mare corre sì forte verso il mezzodì che a pena
se ne potrebbe tornare. E sì vi dico che le navi che ven-
gono di Maabar a questa isola, vengono in 20 dì ; e quando
elle ritornano a Maabar penano a ritornare tre mesi: questo
è per lo mare che corre così forte verso il mezzodì. Ancora
sappiate che quelle isole ch'abbiamo contato, che sono verso
il mezzodì, le navi non vi vanno volentieri per l'acque che
corrono così forte. Diconmi certi mercatanti che vi sono iti,
che v'ha uccelli grifoni, e questi uccelli apariscono certa
parte dell'anno, ma non sono così fatti come e' si dice di
qua, cioè mezzo uccello e mezzo Lione, ma sono fatti come
aguglie, e sono grandi com' io vi dirò. E' pigliano lo leon-
fante, e portanlo suso nell'aiere, e poscia il lasciano cadere, e
quegli si disfà tutto, e poscia si pasce sopra lui. Ancora di-
cono coloro che gli hanno veduti, che l'alie loro sono sì grande
che cuoprono 20 passi, e le penne sono lunghe dodici passi e
sono grosse come si conviene a quella lunghezza. Quello che
io n' ho veduto di questi uccelli, io il vi dirò in altro luogo.
Lo Gran Cane vi mandò messaggi per sapere di quelle cose
di quella isola, e preserne uno, sì che vi rimandò ancora mes-
saggi per fare lasciare quello. Questi messaggi recarono al
Gran Cane un dente di cinghiaro selvatico che pesò 14 lib-
bre. Egli hanno sì divisate bestie e uccelli eh' è una mara-
viglia. Quegli di quella isola si chiamano quello uccello rat,
ma per la grandezza sua noi crediamo che sia uccello grifone.
Or ci partiamo di questa isola, e andiamo in Zachibar.
228
IL MILIONE
CLXVIIL
Dell'isola di Zachibar.
Zachibar è una isola grande e bella, e gira bene 2000 m -
glia, e tutti sono idolatri, e hanno loro re e loro linguaggio.
La gente è grande e grossa, ina dovrebbono essere più lun-
ghi, alla grossezza ch'egli hanno; che sono sì grossi e sì'mem-
bruti che paiono giganti, e sono sì forti, che porta l'uno di
peso per quattro uomeni, e questo non è maraviglia, che
mangia l'uno bene per 5 persone; e sono tutti neri, e vanno
ignudi, se non che ricuoprono loro natura; e sono i loro ca-
pegli tutti ricciuti; egli hanno gran bocca, e '1 naso rabbuf-
fato in suso, e le labbra e le nari grosse eh' è maraviglia,
che chi gli vedesse in altri paesi, parrebbono diavoli. Egli
hanno molti leonfanti, fanno grande mercatanzia di loro denti:
egli hanno leoni assai, e d'altra fatta che gli altri, e si v'ha
lonze e liopardi assai. Or vi dico ch'egli hanno tutte bestie
divisate da tutte quelle del mondo, ed hanno castroni e pe-
core d'una fatta e d' un colore che sono tutti bianchi, e la
testa è nera: e in tutta questa isola non si troverebbono
d' altro colore. E si hanno giraffe molte belle, e sono fatte
com' io vi dirò. Elle hanno corta coda, e sono alquanto basse
di dietro, che le gambe5 di dietro sono piccole, e le g&inbe
dinanzi e '1 collo si è molto alto, e sono alte da terra ben
tre passi, e la testa è piccola,, e non fanno niuno male, ed
è di colore rosso e bianco a cerchi, ed è molto bella a ve-
dere. Lo leonfante giace colla lionfantessa come fa 1' uomo
colla femmina, cioè che sta rovescio, perchè hae la natura
Zachibar: Zanzibar, la terra dei Zenguis (neri) che si estende da
Melinde a Capo Delgado.
rabbuffato in suso: rincagnato, camuso.
lonze: pantere.
DI M. MARCO POLO 229
nel corpo. Qui si ha le più sozze femmine del mondo, ch'elle
hanno la bocca grande, e il naso grosso e corto, e le mani
grosse quattro cotanti che l'altre. Vivono di riso e di carne e
di latte e di datteri. Non hanno vino di vigne, ma fannolo
di riso e di zucchero e di spezie. Qui si fanno molte mer-
catanzie, e molti mercatanti vi recano e portanne. Ancora
hanno ambra assai, perchè pigliano molte balene. Gli uomeni
di questa isola sono buoni combattitori e forti, e non temono
la morte; e noi) hanno cavagli, ma combattono in su' cam-
melli e in su i leonfanti, e fanno le castella in su' leonfanti,
e istannovi suso da 7 uomeni insino in 20, e combattono con
lance e con ispade e con pietre, e sono molte crudele batta-
glie le loro. E quando vogliono menare leonfanti alla batta-
glia, si danno loro bere molto vino, e vannovi più volentieri,
e sono più orgogliosi e più fieri. Qui si non ha altro da dire.
Dirovvi ancora alcuna cosa dell' India; che sappiate che io
non v' ho detto dell' India se non dell' isole maggiori e le
più nobili e le migliori, che a contarle tutte sarebbe gran
mena: che, secondo che dicono gli savi marinai che vanno
per 1' India, e secondo che si truova iscritto, l' isole del-
l' India, tra l'abitate e non abitate, sono 12 500. Or lasciamo
dell'India maggiore, eh' è da Maabar infmo a Ghesmacoran,
che sono 12 reami grandissimi, de' quali n'avemo contati di
nove: e sappiate che India minore si è di Ciambà infino a
Multifili, che v'ha 8 grandi reami; e sappiate ch'io non
v' lio detto di quelli dell' isole, che sono ancora grande quan-
tità di reami. Udirete della mezzana India, la quale è chia-
mata Abasce.
L'India maggiore: (v. pag- 3), è V Indostan, diviso in dodici
stati: Soillam, Maabar, Meliapur, Caver, Choilu, Choniacei, Ely.
Molibar, Ghufurat, Tana, Chambaet e Chesmacoran; V India
minore è V Indocina, i cni otto stati sono: Ciambà, Locac, Myon,
Malavir, Bengala, Telingana, Multifili e Iar.
230 . IL MILIONE
GLXIX.
Della mezzana India chiamata Abasce.
Abasce si è una grandissima provincia, e questa si è la
mezzana India. E sappiate che '1 maggiore re di questa pro-
vincia si è cristiano, e tutti gli altri re della provincia sono
sottoposti a lui, i quali sono sei re: e tre cristiani, e tre sara-
cini. Gli cristiani di questa provincia si hanno tre segnali nel
volto, l'uno si è dalla fronte insino a mezzo il naso, e uno
da catuna gota; e questi segni si fanno con ferro caldo, che,
poiché sono battezzati nell'acqua, si fanno questi cotali se-
gni, e fannogli per grande gentilezza, e dicono eh' è compi-
mento di battesimo. E i saracini si hanno pure un segnale,
il quale si è dalla fronte insino al mezzo il naso. Il re mag-
giore dimora nel mezzo della provincia, e i saracini dimo-
rano verso Edenti, nella quale contrada messer san Tomaso
convertì molta gente, poscia se ne partìo, e andonne a Maabar,
colà dove fu morto. E sappiate che in questa provincia d' Aba-
sce si ha molti cavalieri e molta gente d'arme, e di ciò hanno
bisogno, però ch'egli hanno grande guerra col soldano d'Edenti
e con quelli di Nubia, e con molta altra gente. Ora si vi voglio
contare una novella, la quale avenne al re d'Abasce, quando
volle andare in pellegrinaggio.
Abasce : (Nabasce), PAbissinia, che insieme con la Nubia e écon
l'Arabia (territorio di Aden, Edenti) formava la terza India, o
mezzana (v. pag. 3).
per grande gentilezza: per segno di nobiltà;
Edenti: Aden (v. cap. CLXXI).
DI M. MARCO TOLO 231
1
D'una novella del re d'Abasce.
Lo re d'Abasce si ebbe voglia di andare in peligrinag-
gio al santo Sepolcro di Cristo. Ora gli con venia passare per
la provincia d'Edenti, ch'erano suoi nemici, sì che fu consi-
gliato che vi mandasse uno vescovo in suo luogo, sì che egli
vi mandò un santo vescovo e di buona vita. Or venne questo
vescovo al Santo Sepolcro come pellegrino, molto orrevol-
mente, con molta bella compagnia, e fatta la riverenza al
Santo Sipolcro, come si conveniva, e fatta l'oferta, sì si misse
per tornare al suo paese. E quando furono giunti a Edenti,
e '1 soldano l'ebbe saputo che questo vescovo v'era, e per
dispetto del suo signore, sì '1 fé' pigliare, e dissegli che vo-
leva che diventasse Saracino; e questo vescovo, come santo
uomo, disse che non ne farebbe nulla. Allora il soldano co-
mandò che per forza gli fosse fatto un segnale nel volto- sì
come a Saracino; e, fatto che gli fu, lasciollo andare. Quando
questo vescovo fu guarito, sì che egli poteva cavalcare, mos-
sesi, e tornossene al suo re; e quando il re il vidde tornato
si ne fu molto allegro, e dimandò del Santo Sipolcro e di
tutte le cose; e quando seppe che per suo dispetto il sol-
dano l'avea così concio, volle morire di dolore, e disse che
questa onta vendicherebbe bene. Allora fece il re bandire
grandissima oste sopra la provincia d'Edenti; fatto l'appa-
recchiamento, sì sì mosse il re con tutta sua gente, e si
fé' grandissimo danno al soldano, e uccisero molti saracini.
Quando egli ebbe fatto tutto il danno che far poteva, nò an-
dare non si poteva più innanzi per le troppe male vie che
v'erano, sì si missono a ritornare in loro paese. E sappiate
clic questi cristiani sono assai migliore gente per arme clic
232 IL MILIONE
non sono i saracini. E questo fu negli anni domini 1288. Da
che v'ho detto questa novella, diro vvi della vita di coloro di Aba-
sce. La vita loro si è riso e latte e carne, e hanno leonfanti, e
non ch'egli vi naschino, ma vengonvi d'altri paesi. Nasconvi
molte giraffe e molte altre bestie, e hanno molte bellissime
galline, e si hanno istruzzoli grandi come asini, o poco meno;
e si hanno molte altre cose, eh' a volerle tutte contare sa-
rebbe troppo lunga mena. Cacciagioni e uccellagioni si hanno
assai, e si hanno pappagalli bellissimi e di più fatte, e si
hanno gatti mamoni e iscimmie assai. Ora avete inteso d'Aba-
sce; or vi vo' dire delle parti d'Edenti.
GLXXI.
Della provincia di Edenti.
La provincia d'Edenti si ha un signore eh' è chiamato il
soldano, e sono tutti saracini, e adorano Malcometto, e sono
grandi nemici di cristiani. In questa provincia ha molte città
gatti mamoni: o maimoni, genere di scimmie; pers. maimun,
ingl. babboon, il nostro babbuino.
Edenti : (Adenti, Denti), é il porto di Aden, all'entrata del mar
Rosso, nella provincia del Yemen. Era abitato da saraceni fa-
natici che facevano gran commercio di mercanzie e schiavi
tra l'India, la costa orientale d'Africa e 1' Egitto. Le mercanzie
e spczierie dell' India e della Cina erano quivi trasbordate in
barche più piccole e portate a Koseir sul mar Rosso — non lungi
dall'antica .Berenice — per traversare il deserto su cammelli fino
a Keneh sul Nilo, e indi ricaricate in barche arrivavano al Cairo
(Bambellonia) e in Alessandria lungo il canale Kalij. Il porto di
Aden, subordinato allo Imam del Yemen sotto il regime turco,
è oggi possedimento inglese, al pari di Zeila che le sta di contro
sulla costa africana. Obok, sulla stessa costa africana, e Gibuti,
testa di linea della ferrovia per la capitale odierna delPAbissi-
nia Adis Abeba, sono invece possedimenti francesi.
DT M. MARCO POLO 233
e castella, ed ha porto, ove tutte le navi d' India capitano
con loro mercatanzie, che sono molto; ed in questo porlo
caricano i mercatanti loro mercatanzie, e mettonle in barche
piccole, e passano giù per un fiume sette giornate, e poi le
I cavano delle barche, e caricante in su camelli, e vanno 30
giornate per terra; poscia truovano il mare d' Alessandra; e
per quel mare ne vanno le genti infino in Allessandra; e per
questa via e modo hanno i saracini d'Allcssandra il pepe ed
altre ispezierie di verso Edenti; e del porto d'Edenti si partono
le navi, e ritornansi cariche d'altre mercatanzie, e riportatile
per 1' isole d' India. E sì recano gli mercatanti medesimi da
questo porto medesimo molti belli destrieri, e menangli per
l'isola d'India: e sappiate che un buono e bel cavallo si
\cm\e bene in India 100 marchi d' ariento. E sappiate che
il soldano d' Edenti si ha una rendita grandissima delle ga-
belle ch'egli ha di queste navi e di queste mercatanzie; e per
questa rendita eh' egli ha sì grande, si èe egli un grandis-
simo signore, un di grandi del mondo. E sappiate che quando
il soldano di Bambellonia venne sopra ad Acri ad oste, e '1
soldano di Edenti gli fece aiuto 30 mila cavalli, e 40 mila
camelli : e sappiate che questo aiuto non fece egli per bene
che gli volesse, ma solo per lo gran male ched egli vuole
a' cristiani, che al soldano di Bambellonia non volle egli
anche bene. Or vi lascerò a dire di Edenti, e dirovvi (rima
grandissima città, la quale si è chiamala Scier. nella quale
hae uno piccolo re.
GLXXII.
Della città di Scier.
Scier si è una gran città, ed è di lungi dal porto di Edenti
100 miglia, ed è sottoposta ad un cónte, il quale è sotto il
Scier: (Iscier, Shohcr, che significa castello) era un porto arabo
sulla costa di Oman, frequentato da navi che trafficavano tra il
234
IL MILIONE
soldano d' Edenti, e si ha molte castella sotto sé, e si man-
tiene bene ragione e giustizia ; e sono saracini, i quali
adorano Malcometto; e si ha porto molto buono, al quale ca-
pitano molte navi le quali vengono dell'India con molta mer-
catanzia, e portanne molti e buoni cavalli da due selle. Qui
si ha molti datteri; riso hanno poco, biada vi viene d'al-
tronde assai, e si hanno pesci assai, e si hanno tonni assai,
che per uno viniziano s' avrebbe 1' uomo due grandi tonni;
vino fanno di zucchero e di riso e di datteri. E sì vi dico
ch'egli hanno montoni che non hanno orecchie né foro, ma
colà dove debbono avere gli orecchi, hanno due cornetti, e
sono bestie piccole e belle. E sappiate che danno a' buoi e
a' camelli e a' montoni e a' ronzini piccoli a mangfare pesci:
e quest'è la vivanda che danno alle loro bestie: e questo è
perchè in loro contrada sì non hae erba, perciò che ella è la
più secca contrada che sia al mondo. Gli pesci di che si pa-
scono queste bestie, si pigliano di marzo e d'aprile e di mag-
gio, in sì grande quantità eh' è una maraviglia, e seccangli
e ripongongli per tutto l'anno, e così gli danno a lor bestie;
virila è che le lor bestie vi sono sì avvezze, che così vivi
come egliono escono dell'acqua, sì gli si mangiano. Ancoravi
dico ch'egli hanno di molto buon pesce, e fannone biscotto,
che egli gli tagliano a pezzuoli, quasi di una libbra il pezzo,
e poscia gli apiccano al sole, e fannogli seccare, e quando
sono secchi sì gli ripongono, e cosi gli mangiano tutto l'anno
come biscotto. Qui si nasce lo 'ncenso in grande quantità, e
fassene grande mercatanzia. Altro non ci ha da ricordare:
partiamoci di questa città e andiamo verso la città a Dufar.
golfo Persico e l' India. Produceva incenso e pesce sefcco al sole
(biscotto di pesce).
viniziano : moneta d^rgento che valeva mezzo scudo (v. pag. 126).
virità: idiotismo per verità.
DI M. MARCO POLO
235
GLXXIII.
Della città Dufar.
Dufar si è una grande e bella città, è di lungi da Scier
Ó00 miglia, ed è verso maestro, e sono saracini, ed hanno
per signore un conte, e sono sotto il reame d' Edenti, ed
hanno anche porto, e sono di mercatanzia quasi jcome quegli
di sopra. Dirovvi in che modo si fa lo 'ncenso. Sappiate che
• sono certi albori, ne' quali si fanno certe intaccature, e per
quelle tacche escono gocciole le quali s' assodano, e questo
si ò lo 'ncenso. Ancora per lo molto gran caldo che v'è, si
nascono in questi cotali albori certe galle di gomma, la quale
si è anche incenso. E di cavagli, che vengono di Arabia e
vanno in India, si fa grandissima mercatanzia. Or vi voglio
contare del golfo di Galatu, e come istà, e che città ella è.
CLXXIV.
Della città di Calatu.
i Calatu si è una grande città, ed è dentro dal golfo elio
-i chiama Galatu, ed è di lungi da Dufar 500 miglia verso
maestro, ed ò una nobil città sopra il mare, e tutti sono sa-
racini, e adorano Malcometto. Qui non ha biada; ma per lo
Dufar: (Durfar, Dafar), altro scalo arabo, 600 miglia più al nord
di Scier. Il suo posto è oggi preso dal porto di Mascate. Anche
questo paese caldissimo produce molto incenso dalla bosivellia
ih uri fera, che viene esportato a Bombay.
Calatu : dall'arabo Kalat che significa castello o fortezza (v. pag. 2^
e 137), era un altro porto sulla costa di Oman, a nord di Ma-
scate.
236
IL MILIONE
buon porto che v'è, sì vi capitano molte navi, che vi recano
assai della biada e de l'altre cose assai. La città si è posta
sulla bocca del golfo di Calatu, sì che vi dico che veruna
nave vi può passare né usare senza la volontà di questa
città. Partiamoci di qui, e andiamo ad una città c'ha nome
Gurmoso, di lungi di Calatu 300 miglia, tra tramontana e
maestro. Ma chi si partisse di Galatu, e tenesse tra maestro
e ponente, andrebbe 500 miglia, e troverebbe la città di Ghisi.
Udirete della città di Gurmoso ove noi arivàmo.
GLXXV.
.Della città di Curmoso.
Gurmoso èe una gran città, la quale è posta in sul mare,
ed è fatta quasi come quella di sopra. In questa città ha
sì grandissimo caldo, che a pena vi si può campare, se non
che egli hanno ordinato ventiere, che fanno venire vento alle
loro case, nò altrimenti non vi camperebbero. Non vi vo' dire
di questa città più nulla, perciò che ci converrà tornare qui,
ed alla ritornata vi diremo tutti i fatti ch'abbiamo lasciati.
E dirovvi della Gran Turchia, ove noi entràmo.
Curmoso : Hormuz (v. pag. 29) all'entrata del golfo Persico.
Chisi : isoletta posta di faccia ad Hormuz (v. pag. 22).
ventiere: non sono ventilatori sospesi come i punkak dell' India e
feng-shan della Cina, ma torri in mattoni, dette badgis, le cui
aperture attirano il vento nelle camere sotterranee, dove gli abi-
tanti sono costretti a rifugiarsi nelle torride giornate dei giorni
estivi.
DI M. MARCO POLO 237
GLXXVL
Della Gran Turchia.
Turchia si ha un re c'iia nome Gaidu, lo quale è nipote
del Gran Cane, clic fu figliuolo d'uno suo fratello cugino.
|, Questi sono Tarteri, valentri uomeni d'arme, perchè sempre
istanno in guerra e in briglie. Questa Gran Turchia è verso
maestro. Quando l'uomo si parte da Gurmoso, e passa per lo
fiume di Geon, e dura di verso tramontana insino alle terre
del Gran Cane, sappiate eh' e' truova Gaidu. E tra questo
Gaidu e lo Gran Cane si ha grandissima guerra, perchè Gaidu
vorrebbe conquistare parte delle terre del Gatai e de' Mangi;
ma il Gran Cane vuole che lo seguiti, sì come fanno gli altri
che tengono terra da lui: questi noi vuol fare, perchè non
si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E si fa
questo re Caidu bene 100 mila cavalieri; e più volte hae
isconfitto i baroni e i cavalieri del Gran Cane, perciò che
questo re Caidu è molto prode dell'arme, egli, e sua gente.
Or sappiate che questo re Gaidu avea una sua figliuola, la
(piale era chiamata in tartaresco Aigiarne, cioè viene a dire
in latino, lucente luna. Questa donzella era sì forte che
non si trovava persona che vincere la potesse di veruna prova;
lo re suo padre sì la volle maritare: quella disse che mai
non si mariterebbe s'ella non trovasse un gentile uomo che
La gran Turchia: detta anche Tartaria o Bukaria, era la regione
del Turkestan, dalPOxus all' Irtisch, governata da Caydù, il ni-
pote ribelle del Gran Cane e suo mortale nemico (v. pag. 83 e 84).
Sua figlia Aigiarne (lucente luna) ricorda Brunilde, l'eroina dei
Nibelunghi.
fiume di Geon : POxus (Amie Daria) che segnava il confine fra i
Tartari del Levante e quelli del Ponente.
238 IL MILIONE
la vincesse di forza o d'altra pruova. Lo re si le aveva lar-
gito eh' ella si potesse maritare a sua volontà. Quando la
donzella ebbe questo dal re, sì ne fu molto allegra ; e allora
mandò per tutte le contrade, che, se alcuno gentile uomo fosse
che si volesse provare colla figliuola del re Gaidu, si andasse
a sua corte, sappiendo che, qual fosse quegli che la vincesse,
ella il terrebbe per suo marito. Quando la novella fu saputa,
per ogni parte eccoti venire molti gentili uomeni alla corte
del re ; or fu ordinata la pruova in questo modo. Nella
mastra sala del palagio si era lo re e la reina con molti ca-
valieri e con molte donne e donzelle, ed ecco venire la don-
zella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molta accon-
cia. La donzella era molto bella e ben fatta, di tutte bellezze.
Or conveniva che si levasse il donzello che si voleva pro-
vare con lei, a questi patti coni' io vi dirò: che se '1 donzello
vincesse la donzella, ella lo dovea prendere per suo marito,
ed egli dovea avere lei per sua moglie : e se cosa fosse che
la donzella vincesse l'uomo, si conveniva che l'uomo desse
a lei 100 cavalli; e in questo modo avea la donzella guada-
gnati ben 10 mila cavagli. E sappiate che questo non era
maraviglia, che quella donzella era sì ben fatta e sì infor-
mata, eh' ella pareva] pure una gigantessa. Eravi venuto
un donzello, lo quale era figliuolo del re di Pumar, per pro-
varsi con questa donzella ; e menò seco molta bella e nobile
compagnia, e si menò 100 cavagli per mettere alla pruova;
ma '1 core li stava molto franco di vincere, e di ciò gli pa-
reva essere troppo bene sicuro: e questo fu nel 1280 anni.
Quando il re Gaidu vidde venire questo donzello, si ne fu molto
allegro, e molto desiderava nel suo cuore che questo don-
zello la vincesse, perciò eh' egli era bel giovane e figliuolo
di un gran re : e allora si fece pregare la figliuola che si la-
sciasse vincere a costui; ed ella sì rispuose: sappiate, padre,
che per veruna cosa del mondo non farei altro che diritto e
ragione. Or eccoti la donzella entrata nella sala alla pruova;
DI M. MANCO POLO
230
tutta la gente che stava a vedere pregavano che desse a per-
dere alla donzella, acciò che così bella coppia fossero accom-
pagnali insieme. V] sappiate che questo donzello era forte e
prode, e non trovava uomo che '1 vincesse, nò che si potesse
con lui in ogni pruova. Or vennono insieme il donzello e la
donzella alle prese, e furonsi presi insieme alle braccia, e
feciono una molto bella incominciata, ma poco durò, chò
con venne pure che il donzello perdesse la prova. Allora si
levò in sulla sala il maggior duolo del mondo, perchè il
donzello avea cosi perduto, ch'era uno de' piue belli uomeni
che vi fosse ancora venuto, o che mai fosse veduto; e al-
lotta ebbe la donzella questi 100 cavalli, e M donzello si
partìo, ed andossene in sua contrada molto vergognoso. E
voglio che voi sappiate che lo re Gaidu menò questa sua
figliuola in più battaglie; e quando ella era alla battaglia,
ella si gittava fra' nemici sì fieramente, che non era cava-
liere sie ardito né sì forte ch'ella noi prendesse per forza, e
menavalo via; e faceva molte prodezze d'arme. Or lasciamo
di questa materia, e udirete d' una battaglia che fu tra lo
re (laidu ed Argo, figliuolo dello re Albaga, signore del Le-
vante.
GLXXVII.
D' una battaglia.
Sappiate che lo re Albaga, signore del Levante, si tiene
molte terre e molte provincie e confina le terre sue con quelle
del re Gaidu, cioè, dalla parte dell'Albero solo, lo quale noi
I riamiamo l'Albero secco. Lo re Albaga, per cagione che lo
Argo : Arcon re dei Tartari del Levante (v. pag. 13).
Albaga : Abaka, pronipote di Cinghis Khan (v. pag. 13).
Albero solo : v. pag. 37.
240 IL MILIONE
re Caidu non facesse danno alle terre sue, si mandò il suo
figliuolo Argo con grande gente a cavallo e a piede nelle con-
trade dell'Albero solo infine al fiume di Geon, perchè guar-
dasse quelle terre che sono alli confini. Ora avvenne che lo
re Caidu si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere,
lo quale avea nome Barac, con molta gente, per fare danno
alle terre ove questo Argo era. Quando Argo seppe che co-
storo venivano, fece asembiare sua gente, e venne incontro
a' nemici. Quando furono asembiati l'una parte e l'altra, e
gli istormenti cominciarono a sonare dall'una parte e dall'al-
tra, allora fu cominciata la più crudele battaglia che mai
fosse veduta al mondo ; ma pure alla fine Barac e sua gente
non poterono durare ;. sì che Argo gli sconfisse, e cacciogli
al di là dal fiume. Da che n' abbiamo cominciato a dire
d'Argo, dirovvi coni' egli fu preso, e com' egli signoreggiò
poscia, dopo la morte di suo padre.
Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, vennegli no-
velle che lo padre era passato di questa vita. Quand'egli in-
tese questa novella, fiume molto cruccioso, e mossesi per
venire a pigliare la signoria; ma egli era di lungi bene 40
giornate. Ora avenne che il fratello che fu d'Albaga, lo quale
si era soldano ed era fatto Saracino, sì vi giunse prima che
giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e ri-
formò la terra per sé, e si vi trovò sì grandissimo tesoro,
che a pena si potrebbe credere ; e si ne donò sì largamente
a' baroni e a' cavalieri della terra, che costoro dissoro che
mai non volevano altro signore. Questo soldano faceva a tutta
gente appiacere e onore. Ora quando il soldano seppe che
Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con tutta sua
asembiare : raccogliere (cfr. il nostro assemblea).
il fratello che fu d'Albaga: Achomat, fratello di Abaka e zio di
Àrcon, rinnegato e usurpatore.
DI M. MARCO POLO 241
gente e fece tutto suo i sforzo in una settimana. E questa
gente per amore del soldano andavano molto volentieri con-
ilo ad Argo, per pigliarlo e per ucciderlo a tutto loro podere.
Quando il soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si mis-
sono e andarono incontro ad Argo, e quando fu presso a lui,
sì si attendò in un molto bel piano, e disse alla sua gente:
signori, e' ci conviene essere prodi uomeni, però che noi di-
ie udiamo la ragione, che questo regno fu del mio padre: il
mio fratello Albaga si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita,
ed io sì doveva avere lo mezzo, ma per cortesia sì glielo
lasciai. Ora da ch'egli ò morto, si è ragione che io 1' abbia
lutto; ma io sì vi dico, eh' io non voglio altro che 1' onore
della signoria, e vostro sia tutto il frutto. Questo soldano
avea bene 40 mila cavalieri e grande quantità di pedoni. La
gente rispuosono e dissoro tutti che andrebbono con lui in-
sino alla morte.
Argo, quando seppe che '1 soldano era attendato apresso
di lui, ebbe sua gente, e disse così: signori e fratelli ed
amici miei, voi sapete bene che '1 mio padre insino che egli
vivette egli vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli, e sa-
pete bene come voi e vostri padri siete istati con lui in
molte battaglie, e a conquistare molte terre; e sì sapete
bene come io sono suo figliuolo, e com'egli vi amò assai, ed
io ancora sì v'amo di tutto il mio cuore; dunque è bene ra-
gione che voi m'atiate riconquistare quello che fu del mio
padre e vostro, ch'è contro colui che viene contro a ragione,
e vuoici deretare delle nostre terre, e cacciare via tutte le
nostre famiglie. E anche sapete bene ch'egli non è di no-
stra legge, ma è Saracino e adora Malcometto; ancora vedete
come sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria
fece tutto suo isforzo : raccolse tutto il suo esercito.
atiate : arcaismo per aiutiate.
deretare : diseredare.
Marco Polo. — 11 Milione. ir,
242 IL MILIONE
sopra gli cristiani: dacché voi vedete bene ch'egli è così,
ben dovete essere prodi e vaientri. Sì come buoni fratelli
m'aitate in difendere lo nostro, ed io hoe isperanza in Dio
che noi il metteremo a morte, sì come egli è degno; perciò
sì vi prego catuno che facciate più che suo podere non porta,
sì che noi vinciamo la battaglia. Li baroni e li cavalieri,
quando ebbono inteso il parlamento che avea fatto Argo, tutti
rispuosono e dissono ch'egli avea detto bene e saviamente;
e fermarono tutti comunemente che volevano innanzi morire
con lui, che vivere sanza lui, o che niuno gli venisse meno.
Allora si levò un barone, e disse ad Argo : messere, ciò che
avete detto èe tutto verità, ma sì voglio dir questo, che a
me si parebbe che si mandassono ambasciadori al soldano
per sapere la cagione di quello che fa, e per sapere quello
che vuole : cosie fue fermato di fare. E quando egliono eb-
bono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andas-
sono al soldano ed isponessongli queste cose, come in tra
loro non dovea essere battaglia, perciò ch'erano una cosa; e
che. '1 soldano dovesse lasciare la terra, e renderla ad Argo.
Lo soldano rispuose agli ambasciadori, e disse: andate ad
Argo, e ditegli eh' io il voglio tenere per nipote e per figliolo,
sì com' io debbo; e che gli voleva dare signoria, ch'egli si
venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse
signore ; e se così non vuol fare, sì gli dite che si apparec-
chi della battaglia.
Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira,
e disse: non ci è da udire nulla. Allora si mosse con sua gente,
e fu giunto al campo ove dovea essere la battaglia; e quando
furono aparecchiati l'una parte e 1' altra, e gli istormenti co-
minciarono a suonare da ciascuna parte, allora si cominciò
catuno : ciascuno.
il parlamento : il parlare, il discorso.
non ci è da udire nulla : ogni discorso 6 inutile.
DI M. MARCO POLO 2l
la battaglia molto forte e molto crudele da ciascuna delle parli.
Argo fece il dì grandissima prodezza, egli e sua gente, ma non
gli valse. Tanto fu la disaventura che Argo si fu preso, e
perde allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo molto
lussurioso, sì che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare
molle hello donne che v'erano; allora si partìo, e lasciò un suo
vicaro nell'oste, eh' avea nome Melich, che dovesse guar-
dare bene Argo; e così se ne andò alla terra, e Melich ri-
mase.
Ora a venne che un barone tallero, lo quale era aguale
sotto il soldano, viclde il suo signore Argo, lo quale dovea
essere di ragione: vennegli un gran pensiero al quore, e l'ani-
mo gli cominciò a gonfiare : e diceva infra se stesso che male
gli pareva che '1 suo signore fosse preso, e pensò di fare suo
podere sì ch'egli fosse lasciato; e allora cominciò a parlare
con altri baroni dell'oste. E a ciascuno parve in buon volere e
in buon animo di volersi pentere di cioè ch'avevano fatto. E
quando furono bene accorciati, un barone ch'avea nome Baga
si fue cominciatore, e levaronsi suso tutti a romore, e anda-
rono alla prigioue dove Argo era preso, e dissongli com'egli
s'erano riconosciuti, e che aveano fatto male, e che volevano
ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e lui tenere per
signore; e così s'accordarono; e Argo perdonò loro tutto ciò
elf aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossono tutti
questi baroni, e andarono al padiglione dov'era Melich, lo
vicaro del soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli
dell'oste si confermarono Argo per loro diritto signore.
Di presente giunse la novella al soldano, come il fatto
Si era un uomo : il soggetto ò il soldano, ossia Machomat.
doveva essere di ragione: Aroon, benché sconfitto, era il sovrano
legittimo perchè figlio del re defunto.
quore : per cuore.
pentere : arcaismo per pentire.
244 IL MILIONE
era istato, e come Melich suo vicaro era morto. Quando ebbe
inteso questo, si ebbe gran paura, e pensossi di fuggire in
Bambellonia, e missesi a partire con quella gente che avea.
Un barone, lo quale era grande amico d'Argo, si stava ad un
passo, e quando lo soldano passava, sì l'etóbe conosciuto, e
incontanente gli fu dinanzi in sul passo, ed ebbolo preso per
forza, e menollo preso dinanzi ad Argo alla città, che v'era
già giunto di tre dì. E Argo, quando il vidde, sì ne fu molto
allegro, e incontanente comandò che gli fosse dato la morte,
sì come a traditore. Quando fu così fatto, ed Argo mandò un
suo figliuolo a guardare le terre dell' Albero solo, e mandò
con lui trenta mila cavalieri. A questo tempo che Argo en-
trò nella signoria correa anni 1285, e regnò signor 6 anni,
e fu avelenato, e cosie morio. E morto che egli fu Argo, un
suo zio entrò nella signoria (perchè il figliuolo d'Argo era
molto di lungi), e tenne la signoria due anni, e in capo di
due anni fue anche morto di beveraggio. Or vi lascio qui,
che non ci hae altro da dire, e dirovvi un poco delle parti
di verso tramontana.
•
GLXXVIII.
Delle parti di verso tramontana.
In tramontana si ha un re eh' è chiamato lo re Ghonci,
e sono tarteri, e sono genti molto bestiali. Costoro si hanno
un suo figliuolo : Gazan, che fattosi musulmano, salì poi al trono di
Persia nel 1295 col nome di Mahmud Gazui e sposò la principessa
Kokatiu, destinata al padre (v. pag. 14).
un suo zio : Acatu o Kiakatu (v. pag. 14) che resse il trono mentre
Gazan era a combattere.
In tramontana: a nord della Tsungaria vivovano altri Tartari detti
Tungusi e Yakuti, dediti alla pastorizia, e alla pesca. Essi erano
DI M. MARCO POLO 245
un loro doinenedio fatto di feltro, e chiamanlo Fattigai, e
fannogli anche la moglie, e dicono che sono gì' iddìi terreni,
che guardano tutti i loro beni terreni, e così li danno man-
giare, e fanno a questo cotale iddio, secondo che fanno gli
altri iarteri, de' quali v'abbiamo contato adrietro. Questo re
Chonci è della ischiatta di Cinghys Cane, ed è parente del
Gran Cane. Questa gente non hanno città nò castella, anzi si
stanno sempre o in piani o in montagne, e sono grande gente
delle persone: vivono di latte di bestie e di carne; biada non
hanno, e non son gente che mai facciano guerra ad altrui,
anzi istanno tutti in grande pace, e hanno molte bestie, ed
hanno orsi che sono tutti bianchi, e sono lunghi 20 palmi,
ed hanno volpi che sono tutte nere, e asini salvatichi assai,
e hanno giambelline, cioè, quelle di che si fanno le care
pelle, che una pelle, da uomo, vai bene 1000 bisanti; e vaj
hanno assai. Questo re si è di quella contrada dove i cava-
gli non possono andare, perciò che v'ha grandi laghi e molte
fontane, e sonvi i ghiacci sì grandi che non vi si può menare
cavallo; e dura questa mala contrada 13 giornate: ed in capo
di ciascuna giornata si ha una posta, ove albergano i messi
che passano e che vengono. E a catuna di queste poste istanno
40 cani; i quali istanno per portare gli messaggi dall'una po-
sta all'altra, sì coni.' io vi dirò. Sappiate che queste 13 gior-
governati dal re Chonci, parente del Gran Cane, rappresentavano
il loro idolo Fattigai (o Natigai, v. pag. 68) creatore del cielo e
della terra, col materiale più alla mano, il feltro. Il paese forni-
sce preziose pelliccie di orsi bianchi, volpi nere, giambellini o
zibellini, vai (martore), ermellini e coccolini. Essi non usano ca-
valli, ma tregge (russo troschlca), o slitte, formate da un'asse ri-
curva fissata non su ruote ma su pattini, che tirate da cinque o
sei cani, scivolano sul ghiaccio o sulla terra indurita dal gelo con
la velocità del vento. Queste tregge armate di velo servono per lo
corse sportive sul fiume e sulle circostanti paludi ghiacciate du-
rante T inverno anche a Tiensin.
246 IL MILIONE
nate si sono due montagne, e tra queste due montagne si ha
una valle, e in questa valle è sì grande il fango e il ghiaccio,
che cavallo non vi potrebbe andare ; e fanno ordinare tregge
sanza ruote, che le ruote non vi potrebbono andare, però
ch'elle si fìccherebbono tutte nel fango, e per lo ghiaccio
correrebbono troppo. In su questa treggia pongono un cuoio
d'orso, e vannovi suso questi cotali messaggi, e questa treg-
gia mena sei di questi cani, e questi cani sanno bene la via,
e vanno infino all'altra posta, e così vanno di posta in po-
sta tutte queste 13 giornate di quella mala via, e quegli che
guarda la posta si monta in su 'n una altra treggia, e me-
nangli per la migliore via. E sì vi dico, che gli uomeni che
stanno su per queste montagne sono buoni cacciatori, e pi-
gliano di molte buone bestiole, e fannone molto grande gua-
dagno, sì come sono giambellini e vaj ed ermellini e coccolini
e volpi nere e altre bestie assai, onde si fanno le care pelli;
e piglianle in questo modo, eh' e' fanno loro reti che non
ve ne può campare veruna. Qui si ha grandissima freddura.
Andiamo più innanzi, e udirete quello che noi troviamo, ciò
fu la Valle iscura.
GLXXIX.
Della Valle iscura.
Andiamo più innanzi per tramontana, e trovàmo una con-
trada chiamata Iscurità, e certo ella hae bene nome a ragione,
ch'ella è sempre mai iscura; quivi sì non appare mai sole
Valle iscura : era un nome generico per le contrade nordiche abi-
tate da Finni e Lapponi. I nomi di Scythi, Scoti, Gothi come
quelli di Korkas, Turki, Kirghiz derivano da una stessa radice
seti (cu, tu) che significa scuro, ascoso; genti, cioè, della valle
scura o remota di tramontana — il Turan, in contrapposto alla
terra del sole raggiante, Arya.
DI M. MARCO POLO 247
uè luna aè stello, sempre mai v' è notte; la gente che v' è
vivono come bestie, e non hanno signore. Ma talvolta vi man-
dono gli tarteri com' io vi dirò: che gli uomeni che vi hanno
si tolgono giumente ch'abbiano puledri dietro, e lasciano gli
puledri di fuori dalla scurità, e poi vanno rubando ciò che
possono trovare, e poi le giumente ritornano a' loro pulledri
di fuori dalla iscurità; e in questo modo riede la gente che
vi si mette ad andare. Queste genti hanno molto di queste
pelli cosi care ed altre cose assai, perciò che sono maravi-
gliosi cacciatori, e ammassono molto di queste care pelli che
avemo contato di sopra. La gente che vi sta, son gente pa-
lida e di mal colore. Partiamoci di qui, e andiamone alla
città di Rossia.
(jLXXX.
Della provincia di Rossia.
Rossia èe una grandissima provincia verso tramontana, e
sono cristiani, e tengono maniera di greci, ed havvi molti re,
e hanno loro linguaggio, e non rendono trebuto se non ad
uno re di tartari, e quello è poco. La contrada si ha fortis-
simi passi ad entrarvi. Costoro non sono mercatanti, ma si
hanno assai delle pelle che abbiamo detto di sopra. La gente
è molto bella, maschi e femmine, sono bianchi e biondi, e
sono semprici genti. In questa contrada si ha molte argen-
tiere, e càvanne molto argento. In questo paese non ha altro
da dire: dirovvi della provincia la quale ha nome Lacca, per-
dio confina colla provincia di Rossia.
Rossia : la Russia fu per tre secoli sotto il dominio tartaro.
248 IL MILIONE
GLXXXI.
Della provincia di Lacca.
Quando noi ci partiamo di Rossia sie entriamo nella pro-
vincia di Lacca; qui troviamo gente che sono di cristiani e
di saracini. Non ci ha quasi altra novità che abbiamo da
quelle di sopra; ma vovvi dire d'una cosa che m'era dimen-
ticata della provincia di Rossia. In quella provincia si ha sì
grandissimo freddo, che a pena vi si può campare, e dura
infino al mare occeano. Ancora vi dico che v'ha isole dove
nascono molti girfalchi e molti falconi pellegrini, i quali si
portano per più parti del mondo; e sappiate che da Rossia
ad Orbeche non v'ha grande via, ma per lo grande freddo
che v'è, sì non vi si può te bene andare. Or vi lascio a dire
di questa provincia, che non ci ha altro da dire, e vogliovi
dire un poco di tarteri di ponente e di loro signore, e quanti
signori hanno avuti. Comincio del primo signore.
GLXXXII.
De' signori de' tarteri del ponente.
Lo primo signore ch'ebbono gli tarteri del ponente si fu
uno ch'ebbe nome Frai. Questo Frai fu uomo molto possente,
Lacca : Walacchia, che fa parte dell'attuale regno di Romenia.
Orbeche : la Bukaria o Turkestan, la quale allora non comunicava
con la Russia settentrionale per causa del gran freddo. I tartari
invasero la Russia dalle regioni del Caspio, dove s' era stabilita
l'orda d'oro, la Kipekak di Sain e di Batu.
Frai : o Sain, fu il primo re dei tartari di ponente, che conquistò la
Russia e la Walacchia, la Germania della Vistola (Che?nanm) e
la terra degli Alani, dal Caucaso al Don (Alania), la terra dei
DI M. MARCO POLO 249
e conquistò molte Provincie e molte terre, che egli conquistò
Rossia e Chemania e Alania e Lacca e Megia e Ziziri e Scozia
e Gazaria. Oneste furono tutte prese per cagione che non si
tenevano insieme, che se elle fossero istate tutte bene insieme,
non sarebbono istate prese. Ora, dopo la morte di Frai, fu si-
gnore Patu, dopo Patu si fu Borgo, dopo Bergo Mogleten,
poscia fu Chatomachu, dopo costui fu il re eli 'è oggi, lo quale
ha nome lo re Toccliai. Ora avete inteso di signori che sono
isiati delli tartari del ponente; vogliovi dire d'una battaglia,
che fu molta grande tra lo re Alau, signore del levante, e
dello re Bergo, signore del ponente.
GLXXXIII.
D' una grande battaglia.
Al tempo degli anni Domini 1261 sì si cominciò una
grande discordia tra gli tarteri del ponente e quegli del le-
vante, e questo si fu per una provincia, che V uno signore
e l'altro la voleva, sì che ciascuno fece suo isforzo e suo ap-
parecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo delli
sci mesi, e ciascuno sie uscie fuori a campo, e ciascuno
avea bene in sul campo bene 300 mila cavaglieri, bene
apparecchiati d'ogni cosa da battaglia, secondo loro usan-
za. Sappiate che lo re Bergo avea bene 350 mila cavalieri.
Magiari (Megia) e la Circassia (Zi\iri), la Crimea (Scozia o
Scizia) e la contrada fra il Don e il Dniestor (Gazaria). I suoi
successori furono Batu, Berega, Maghul Temur, Totamangu e
Toctai.
Alau : Hul agii.
La grande battaglia: del 1201 fra i tartari del ponente e quelli del
levante avvenne durante il primo viaggio dei fratelli Polo, men-
t^essi erano a Bolgara, sul Volga.
250
IL MILIONE
Or si puose a campo a 10 miglia presso P uno all' altro;
e voglio che voi sappiate che questi campi erano i più
ricchi campi che mai fossono veduti, di padiglioni e di
trabacche, tutti forniti di sciamiti e d'oro e d'ariento; e co-
stì istettero tre dì. Quando venne la sera, che la battaglia
dovea essere la mattina vegnente, ciascuno confortò bene sua
gente, ed amonìo sì come si conveniva. Quando venne la
mattina, e ciascuno signore fu in sul campo, e'feciono loro
ischiere bene e ordinatamente. Lo re Bergo fece 35 ischiere,
lo re Alau ne fece pure 30, perchè avea meno di gente; e
ogni ischiera era da 10 mila uomeni a cavallo. Lo campo
era molto bello e grande, e bene faceva bisogno, che giam-
mai non si ricorda che tanta gente s'asembiasse in su 'n un
campo; e sappiate che ciascuna gente erano prodi ed arditi.
Questi due signori furono amendue discesi dalla ischiatta di
Ginghys Cane, ma poi sono divisi, che 1' uno è signore del
levante, e l'altro del ponente. Quando furono acconci l'ima
parte e 1' altra, e gli naccheri incominciarono a sonare da
ciascuna parte, allora fu cominciata la battaglia colle saette,
e tante ne saettarono, che più non n'aveano. Tutto il campo
era pieno d'uomeni morti e di fediti; poi missoro mano alle
ispade; quella era tale tagliata di teste e di braccia e di
mani di cavaglieli, che giammai tale non fu veduta ne udita;
e tanti cavalieri a terra, eh' era una maraviglia a vedere da
ciascuna parte, né giammai morì tanta gente in un campo,
che niuno non poteva andare per terra, se no su per gli
uomeni morti e fediti. Tutto il mondo pareva sangue, che gli
cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba. Lo ro-
more e il pianto era sì grande di fediti ch'erano in terra,
ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano. E lo
re Alau fece sì grande maraviglie di sua persona che noi
trabacche : da trabia, da cui por metatesi venne baracca.
sciamiti : drappi orientali pesanti, di vario coloro.
I
DI M. MARCO POLO
251
pareva uomo, anzi pareva una tempesta; sì clic il re Bergo
non potò durare, anzi gli convenne alla perfine lasciare il
campo e missesi a fuggire: e lo re Alau gli seguì dietro con
sua geni»', tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano.
Oliando lo re Bergo fu isconfitto con tutta sua gente, il re
Alau si ritornò in sul campo, e' comandò che tutti gli morti
tossono arsi, così gli nemici come gli amici, però ch'era loro
usanza ardere i morti; e fatto ch'ebbono questo, sì si par-
tirono e tornarono in loro terre.
Avete inteso tutti i fatti di tartari e di saracini, quanto se
TTe può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che sono per
lo mondo, quando se ne puote cercare e sapere, salvo che del
Mar Maggiore non abbiamo parlato né detto nulla, né delle
Provincie che gli sono d' intorno, avegnachò noi il ciercamo
ben tutto, perciò il lascio a dire, che mi pare sia fatica a dire
quello che non sia bisogno né utile, né quello ch'altri fa tutto
dì ; che tanti sono coloro che il cercano e '1 navicano ogni dì
che bene si sa, sì come sono viniziani e genovesi e pisani, e
molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso ; che catuno
sa ciò che v'é; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla
di ciò.
Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Gran Cane,
avete inteso nel cominciamento del libro, in uno capitolo ove
parla della briga e fatica eh' ebbe messer Matteo e messer
Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran
(lane; e in quello capitolo conta la ventura ch'avémo nella
nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata,
a gran fatica e con molta pena saremo mai partiti, sì che
appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse
Mar Maggiore : il Ponte Euxino o Mar Nero, che le navi veneziane,
pisane e genovesi « cercavano ben tutto » , facendo scalo ad ogni
porto e mantenendovi un traffico rilevante.
252
IL MILIONE
piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessero sapere
le cose che sono per lo mondo, che secondo ch'avemo con-
tate in quel capo del libro nel titolo primaio, e' non fu mai
uomo, nò cristiano nò Saracino nò tartaro nò pagano, che
mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco,
figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino
della città di Vinegia.
Beo gratias. Amen. Amen.
FINE.
indici-:
Introduzione Pag. iti
I » 3
II » 4
III. Come il Grande Cane donò a li due frategli
la tavola de Poro » 5
IV. Come li due frategli vennero alla città d'Acri. » 6
V. Come li due frategli si partirò da Vinegia per
tornare al Grande Cane » 7
VI. Come gli due fratelli si partirono da Acri. . » 8
VII. Come gli due fratelli vanno al papa .... » ivi
Vili. Come gli due fratelli vengono alla città di Ke-
menfù, ov' è lo Gran Cane » 9
IX. Come gli due fratelli vennero al Gran Cane . » 10
X. Come lo Gran Cane mandò Marco figliuolo di
messer Niccolò per suo messaggio. ... » 11
XI. Come messer Marco tornò al Gran Cane. . . » ivi
XII. Come messer Niccolò e messer Matteo e messer
Marco domandàro commiato al Gran Cane. » 12
XIII. Quivi divisa come messer Niccolò e messer
Matteo e messer Marco si partirono dal
Gran Cane » 13
XIV. Qui divisa della provincia di Ermenia. ... » 15
XV. Qui divisa della provincia di Turcomania . . » 16
XVI. Della Grande Ermenia » 17
XVII. De1 re di Giorgens » 18
XVIII. Del reame di Mosul » 21
XIX. Di Baudac, come fu presa » 22
XX. Della nobile città di Toris » 24
XXI. Della maraviglia di Baudac, della montagna . » ivi
XXII. Della grande provincia di Persia, odo'tre Magi. » 26
254 INDICE
XXIII. Belli tre Magi Pag. 28
XXIV. Delli otto reami di Persia » 30
XXV. Del reame di Crema . » ivi
XXVI. Di Camadi » 31
XXVII. Della gran china » 33
XXVIII. Come si cavalca per lo deserto . » 35
XXIX. Di Gobiam » 36
XXX. D' uno diserto » ivi
XXXI. Del Veglio della Montagna, e come fece il pa-
radiso e gli assassini . . » 37
XXXII. Della città Supunga - » 40
XXXIII. Di Balac » ivi
XXXIV. Della montagna del sale . . » 41
XXXV. Di Balasciam » 42
XXXVI. Delle genti di Fasciai » 44
XXXVII. Di Chesimun » ivi
XXXVIII. Del grande fiume di Baudascia » 45
XXXIX. Del reame di Casciar » 47
XL. Di Samarca » ivi
XLI. Di Carcam » 49
XLII. Di Cotam » ivi
XLIII. Di Peym » 50
XLIV. Di Ciarda » ivi
XLV. Di Lop. » 51
XLVI. Della grau provincia di Tangut » 53
XLVII. Di Chamul » 51
XLVIII. Di Chingitalas » 56
XLIX. Di Succiur » 57
L. Di Champiciù. » 58
LI. Di Eezima » 59
LII. Di Caracoram » G0
LUI. Come Cinghys fu lo^ primo Cane » 61
LIV. Come Cinghys Cane fece suo i sforzo contra il
Preste Giovanni . »
LV. Come il Preste Giovanni venne contro a Cin-
ghys Cane » ivi
LVI. Della battaglia » 64
LVII. Del numero degli Gran Cani quanti furono. . » 65
LVIII. Dello iddio de' Tarteri » 68
LIX. Del piano di Banchù » 71
LX. Del reame di Erghuil » 73
INDICE 255
LXI. D'Egrigay Pag. 75
LXII. Della provincia di Tendile » ivi
LXIII. Della città di Giandù » 78
LXIV. Di tutti i fatti del Gran Cane che regna ora. » 82
LXV. Della gran battaglia che U Gran Cane fece con
Naiam » ivi
LXVI. Comincia la gran battaglia » 85
LXVII. Come Naiam fu morto » 8G
LXVI1I. Come il Gran Cane tornò nella città di Cambiali. » 87
LXIX. Delle fattezze del Gran Cane » 89
LXX. De' figliuoli del Gran Cane » 90
LXXI. Del palagio del Gran Cane » 91
LXXII. Della città grande di Cambiali » 94
LXXIII. Della festa della natività del Gran Cane . . » 98
LXXIV. Qui divisa della festa » ivi
LXXV. Della bianca fosia . » 99
LXXVI. Dei 12 baroni che vengono alla festa, come
sono vestiti dal Gran Cane » 101
LXXVI1. Della grande caccia che fa il Gran Cane . . » 102
L XX Vili. De1 leoni e dell'altre bestie da cacciare. . . » 103
LXXIX. Come il Gran Cane va in caccia » 104
LXXX. Come il Gran Cane tiene sua corto e festa . . » 108
LXXXI. Della moneta del Gran Cane » 110
LXXXII. Degli 12 baroni che sono sopra ordinare tutte
le cose del Gran Cane » 112
LXXXIII. Come di Camblau si partono molti messaggi
per andare in molte parti » 114
LXX XIV. Come '1 Gran Cane aiuta sua gente quando è
pistolenza di biade » 116
LXXXV. Del vino » 117
LXXX VI. Delle pietre ch'ardono » US
LXXXVII. Come il Gran Cane fa riporre le biade per
soccorrere sua gente » 119
LXXX VIII. Della carità del signore » ivi
LXXXIX. Della provincia del Catai » 120
XC. Della grande città del Giogiù » J21
[ XCI. Del reame di Taianfù » 122
[ XCII. Del castello del Caiciù » 123
XCIII. Come il Preste Giovanni fece prendere lo re
l Dor » 124
XCIV. Del gran fiume di Charamera » 125
256 INDICE
XOV. Della città di Kengianfù. . . . Pag. 126
XCVI. Della provincia di Chunchum » 128
XCYII. D' una provincia d'Ambalet . » ivi
XCVIII. Della provincia di Sindufù » 129
XCIX. Della provincia di Tebet » 131
C. Ancora della provincia di Tebet » 133
CI. Della provincia di Ghaindù » 135
CU. Della provincia di Charagià » 137
CHI. Ancora della provincia di Charagià .... » 138
CIV. Della provincia d'Ardanda » 141
CV. Della grande china » 143
CVI. Della provincia di Myen » 144
CVII. Della provincia di Gangala » 146
CVIII. Della provincia di Caugigù » 147
CIX. Della provincia d'Amu » ivi
CX. Della provincia di Toloma » 148
CXI. Della provincia di Cuigiù » 149
CXII. Della città di Chaciafù » 151
CXIII. Della città di Cianglù » ivi
CXIV. Della città ch'ha nome Cianglì » 152
CXV. Della città ch'ha nome Codifù » ivi
CXVI. Della città ch'ha nome Singiìi. ...... » 153
CXVII. Della città ch'ha nome Lingiù » 154
CXVIII. Della città di Tigiù » 155
CXIX. Della città eh' ha nome Cingiù » ivi
CXX. Come il Gran Cane conquistò lo reame de li
Mangi s . » 156
CXXI. Della città chiamata Chaigiagiù » 159
CXXII. Della città chiamata Paochì ......... » ivi
CXXIII. Della città eh' è chiamata Chayù » 160
CXXIV. Della città eh' è chiamata Tingili » iv
CXXV. Della provincia di Nangì » 161
CXXVI. Di Singiù e del gran fiume Kiang » 163
OXXVII. Della città di Chuaciù . » 164
CXXVIII. Della città chiamata Cinghianfù » 165
CXXIX. Della città chiamata Cinghingiù » 166
CXXX. Della città chiamata Suciù » 167
CX^XI. Della città che si chiama Kinsai » 168
CXXXII. Della rendita del sale » 174
CXXX1II. Della città che si chiama Tanpigiù. .... » 175
CXXXIV. Del reame di Fugiù » 176
INDICE 267
CXXXV. Della città chiamata Fugiù Pag. 178
170
CXXXVI. Della città chiamata Zaitoii. •
CXXXVII. Qui si comincia di tutte le meravigliose cose
d'India
CXX XVIII. Dell'isola di Zipagu
CX XXIX. Della provincia di Ciambà
CXL. Dell'isola di lava
CXLI. Dell'isole di Sodili- e Condur
CXLII. Dell'isola di Petàm
CXLIII. Della piccola isola di lava
CXLIV. Del reame di Sumatra
CLXV. Del reame di Dragouayn
CXLVI. Del reame di Lambri
CXLVII. Del reame di Fransur
OXLVIII. Dell'isola di Nenispola
CXLIX. Dell'isola d'Agama
CL. Dell'isola di Seillam.
CLI. Della provincia di Maabar
CLII. Del regno di Multimi
CLIII. Di santo Tommaso l'Apostolo
CTjTV. Della provincia di Iar
CLV. Dell'isola di Seillam
CLVI. Della città di Caver
CLVII. Del reame di Choilu
CLVIII. Della contrada di Choinacei
CLIX. Del reame di Ely . • . . .
CLX. Del reame di Melibar
CLXI. Del reame di Ghufarat
CLXII. Del reame della Tana
CLXIII. Del reame di Chambaet
CLXIV. Dello reame di Chesmacoran
CLXV. D'alquante isole che sono per l'India. . . .
CLXVI. Dell' isola di Scara
CLXV1I. Dell'isola di Madegascar
CLXVIII. Dell'isola di Zachibar
<LXIX. Della mezzana India chiamata Abasce . . .
CLXX. D'una novella del re d' Abasce
CLXXI. Della provincia di Edenti
CLXXII. Della città di Scier
CLXXIII. Della città Dufar
CLXXIV. Della città di Calata
Marco Polo. — II Milione.
1SI
182
187
188
189
190
ivi
192
193
194
195
196
ivi
197
198
205
207
209
212
217
218
219
ivi
220
221
222
223
ivi
224
ivi
220
228
230
231
232
233
235
ivi
258 INDICE
CLXXV. Della città di Curmoso . Pag. 236
CLXXVI. Della gran Turchia » 237
CLXXVII. D'una battaglia . » 239
CLXXVIII. Delle parti di verso tramontana » 244
CLXXIX. Della Valle iscura » 246
CLXXX. Della provincia di Rossia » 247
CLXXXI. Della provincia di Lacca » 248
CLXXXII. De' signori de' tarteri del ponente » ivi
CLXXXIII. D1 una grande battaglia ■• . . . . » 249
INDICE SPECIALE
X. B. I numi proprii menzionati nel testo e nelle note sono aggruppati sotto
je seguenti 10 categorie:
1. Persone, 2. Città, 3. Kegioni, 4. Monti, laghi e fiumi, 5. Fauna,
6. Flora, 7. Minerali, 8. Industrie e commerci, 9. Razze e sotte, 10. Varia.
1. Persone.
Acatu, (Kiakatu) l'ag. 14
A igiarno 237
A baka 13. 182. 239
A lessandro 41
Aloodin {Veglio della moti tagna) 37. 38
Altin khan (Re Dor) 123
Arcon 13. 239
Laradaeus (Gìac. Zanzale) 21
Bashpa «... 133
lìayan Sa 103. 157. 199
Uodhidbarma 213
Ludda (Sergamo Borghani) 213
Ijundukdar 9
Caydù 83
Chinghys Cane (50. 61
Cin Cane 65
Chonci 246
Clemente IV 6
Coblai (Kublai khan) 3. 82
Coghotal 1
Confucio g i
Desideri da Pistoia 131
Fa Hsiang 214
Fafuri (Tu tsung) 156
Frai o Saiu 248
Gerbillon Pag. 71»
Gigatta 48
Giov. Pian di Carpi .60
Giov. Montecorvino 6
Gorresio 199
Gregorio X 6
Guglielmo di Tripoli 9
Hasan ben Sabbah 38
Hsuan Tsang 45. 214
Hulagu (Alan) 24. 38. 249
Imperatori Mongoli 62
Innocenzo IV 60
Ko Katin 13
Kushluck 123
Langdarma 45
Li Tai-pè 178
Lu clnang-cbiin 153
Luigi IX di Francia 60
Mahmud Gazni 14
Maughala 127
Marco Polo 7. 12. 161. 252
Masarchim 165
Matteo e Niccolò Polo 3. 161
Mlngti 213
Mogu Cane ")i;
260
INDICE SPECIALE
Naiam Pag. 83
Nasr-eddin 145
Nestorius 21
Nigodar Oglav 32
jSacolao da Vinegia 9
Odorico da Pordenone . . 6
Olopen 21
Oulaurai 13
Padma Sambhava .45
Preste Giovanni (Unckhan) .. 82.123
Puini (Carlo) Pag. 131
Re Dor (Altin khan) 123
Ricci (Matteo) 6
Rubruquis (Rubrouck). 60
San Tommaso Apostolo 207
Shih Huang-ti 120
Sindbad 205
Sir Stamford Raffles 190
Tamerlano 48
Ts' ao Fu-hsing 168
2. Città.
Acri ; . 6
Alau 5
Albero solo o secco (Sabzwar) . 29. 37
Aleppo 6
Ambalet Mangi (Hanchung).. .. 128
Amoy 280
Antiochia 6
Arjish 17
Arzingan 17
Badakshan (Balasciam) 42
Baku 18
Balac (Baie) 40
Bambellonia (Cairo) 9
Bastra (Bassorah) 23
Batum 18
Bathalar 199
Bhamo 143
Bender Abbassi ... 29
Boccara 17. 237
Bolgara 50
Caiciù 64. 123
Calatia , 75
Calata (Kalat) 235
Calicut 206
Camadi 30
Cambiai! (Pekino) 87. 94
Cambaet (Canibay) 221. 223
Canton Ili
Cannanore 219
Canosalmi 32
Caracoram (Karakoruin) 60
Carcan (Yarkand) 49
Casciar (Kashgar) 47
Caver (Kayal) 217
Chaciafù (Hochanfu) 126. 151
Chaigiagiù (Huai-ngan) 1 59
Champiciù (Kanchow) 58
Chamul (Hami) 55
Chatan (Pagoda Ancliorage). . . . 178
Ckegiù (Sinchang) 175
Chisi 22.29
Choilu (Kollam) 218
Ciauglù. 152
Cianglì 152
Ciarcia (Haraschar) 50
Cinghianfù 165
Cinghingiù 166
Cingiti 155
Codifù (Tsinanfù) 1 52
Colombo 197
Cormos (Hormuz) 24. 29. 236
Cotam (Khotan) 49
Damaghan (Hecatompylos) 37
Dambadama 197
Derbend (Porta di Ferro) 19
Dnfar 201. 235
Edenti (Aden) 232
Ely (Delly) 219
Erzerum 17
Faizabad 42
Fugiù (Foochow) 176
Galasaca 27
INDICE SPECIALE
261
Gavor (Jelior, Mukden). . . Pag. 76
Giandù (Shandù, Kemenfh) 78
Giogiù (Tsochon) 121
Gobiam (Kuhbenam) 36
Hankow 161
Hanyang 161
Iconio (Konia) 16
Jaci (Yunnanfù) 137
Kaifeng 155
Kalgan (Chengchiakou) 133
Kandy 197
Kaoyù (Chayù) 160
Kasvin 20
Kemenfù 10
Keneh 232
Khowar 37
Kiacbta 72
Kiang hung (Gangala) 146
Kia yù kuan 51
Kinsai (Hangchotv) 168
Kioto -183
Koseir 232
Kukukhotan (K^veikwacliengì . . 63
Layas i G
Lingiù 154
Lhasa 73
Lop 51
Madras 217
Mandalay 144
Manbao 148
Malavir 190
Mascate 235
' Meliapur 207
Mengkeng 144
Mengtze 148
Milice 37
Mosul 21
Nangì (Nankin) 161
Nara 183
Negroponte 7
Xingpo (Nganpù) 169
Ninghsia 53
Palichiao 121
Palizanchiao • 120
Peym 50
Pianfù '. 123
Point de Galles Pag. 197
Rey (Reges) 19
Rudbar 38
Saba 26
Sachù (Shachou) 53
Saianfù (Siangyang) 1 57. 161
Sara (Tsarew) 20
Samarcanda 47
Supunga (ShaburganJ*. 40
Schassem 42
Scier 233
Sebaste 6
Seleucia 21
Sìngan (Kengianfù) 126
Sindufù (Chingtù) 129
Sindcin (Shengching) 76
Singiù (Kiukiang) 163
Singiti matou 153
SiniDg 73
Singapore 190
Sis 15
Siunglie (Hsuanwei) 149
Succiur (Sochou) 57
Suciù (Soochow) 167
Szeraao. . 144
Taianfù 122
Taican (Tokaristan) 41
Tali (Charagià) 137
Tana (Bombay) 222
Tana (Crimea) 222
Tanpigiù' 175
Tenguisen (Kintechen) 163. 180
Tengyueh (Momein) 143
Tarcarmodu 107
Tenduc 75
Toris (Tabriz) 24
Tiflis. 18
Trebisonda 15
Tsinkiangpù 155
Ucara (Ucaresse, Ukek) 50. 70
TJnken 177
Vocian (Yuangchiang) 141. 148
Vugiù 168.175
Wugbin ( Wuchiang) 168
Yadys (Yezd) 27. 30
Zaiton (Haiteng) 179
262
INDICE SPECIALE
3. Regioni.
Abasce (Abissinia) ..... Pag. 3. 230
Aderbigian 24
Afganistan 43
Agama (Andanian) . . . , 190
Amu. 147
Anatolia. 3
Arabia ... 3
Arac (Irac) 28
Armenia, Grande 15. 17
» Piccola 15
Badakshan (Balasciam) 27
Baiscol 87
Basimi 191
Banchù (Siberia) 71
Battiiana 40
Bintang (Petam) ..... 190
Bukaria (Turkestan) 47
Canara 220
Caoly (Corea) 87
Catai (Kinstan) 22. 73. 120
Caugigù (Tonkin) 147
Causon (Kasvin) 28
Carcan (Iarcand) 49
Chamul (Hami) 55
Charagia (Tali) 137
Chekiang (Kinsai) 108
Chesimun (Kashmir) 44
Chesmacoram (Kis-Makran) . . > . 223
Chingitalas (Tsungaria). ...... 56. 58
Cuigiù (Kueichow). 149
Chunchum (Ssucliuan) 128
Chomacci (Travancore) ......... 219
Ciamba ( Annam) « 00
Ciorcia (Manciuria) 87
Circassia (Giorgia) 18
Gotam (Khotan) 49
Dragouayn 193
Edenti 232
Eezima 58
Egrigaia 75
Erghuil (Liaugchou) 73
Ferbet 191
Fransur (Rampar), Pag. 190
Fakien (Fugiù) 175
Gazaria 249
Ghaindu (Chienchang) 135
Gangala (Laos) 140
Gbilan 20
Grande Turchia (Turkestan,). . . . 237
Gut'arat (Guzerat) 221
Golconda 205
Hyrcania 31
Iar (Mysore) 209
lava 26
lava grande (Borneo) 188
lava piccola (Sumatra) 188
Ienaraus 58
India Maggiore 3. 229
India Minore 3. 229
India Mezzana . . . • 3. 230
Istain (Ispahan) 28
Kiangsi 103. 180
Kirman (Crema) 49
Koncha 178
Kuhistan 38
Kuria Muria 1 224
Xacca (Wallachia) 248
Laor (Lar, Laristan) 28
Lambri 194
Locac (Siam) 189
Maabar 198
Madagascar 220
Mangi (Eumangi) 120. 156
Megia 249
Melibar 220
Mesopotamia 17
Milice 37
Multifiii 205
Myen (Birmania) 144
Mar Maggiore (Nero) 251
Mar di Gheluckelan (Caspio).... 18
Mar di Cin (Giallo) 105
Nancbao 137
Nenispola (Pulo Wey) 19 ^
INDI' I SPECIALE
268
Nicobar Pag. 196
Og Magog CMongoUa) 7(5
Orbeohe 248
l'asciai (Punjab) 44
Persia (Fars) 28
Pu èhr 136
Rbeobales 31
Scara (Socotora) 224
Seillam (Ceylon) 107
Sliantuug 152
Sodur 180
Stan 28
Sumatra 1(J0
Suucara 28
Tangut (Kansub) 53
Tartaria Pag. 3
Tenduc <i:>
Tibet 131
Toloina 148
Tonocan (Turiiocain) 28. 37
Tokaristan 41
Tiirconiannia 16
Turcbestan Grande 237
Turcbestan Cinese 47
Valle Iscura 246
Zacbibar (Zanzibar) 228
Zardandan (Ardanda) 141
Zerazi (Sciraz) 28
Zipagu (Giappone) 1 82
4. Monti, la^tii e fiumi.
Monte Ararat 17
» Altay 65
» Bolor 40
» Caucaso > 10
>♦ Cbing sban 93
» Cbin slian 165
» Kingan 120
» Ku-i-Hazar 31
» Lajwurd 43
Passo di Khowar 10
» » di Derbend 10
» » di Mapai 147
» Porta di Ferro 10
» Tien Sban 51
Lago P>aikal 60
Van 17
» Lop 51
» Sibu 160
» Tali 137
» Vuinuinfii 137
» Poyang 163
Fiume Amur 106
» Brunis (Chinsbakiang). . . 136
» Cbaramora(FiumeGiallo). 125
Fiume Cbientang 160
» Cbindwin 49
» Don 50. 70
» Gbori 42
» Han 161
>♦ Huan (ILunho) 120
» Indragiri 193
» Irawaddi 143
» Indus 44
» Kistna 205
» Iviang (Yangtzc, f. Az-
zurro). 130. 163
» Kokcba 42
» Luen 151
» Mekong 141
» Min 176
» Minao 20
» Nilo 232
» Oxus (Geon, Amu Daria). 237
» Peibo 12»)
» Salween 141
» Scbatt-el-arab 23
» Sikiang 141»
>♦ Suughoi (f. Eosso) 141
264
INDICE SPECIALE
Fiume Tamraparmi Pag. 217
» Tatsing 162
» Tarim 46
» Tigri 21
» To 129
» TJral 20
Fiume Ussuri Pag. 106
» Volga (Rha). 20
» Wei. ,.,...... 154
» Yung..,, ...... 169
» Yuho ...... 93
Gran Canale (Tun ho). .. 82.167.153
5. Fauna
Aguglie 103.206
Arcolini, coccolini 227
Asino selvatico (Kulan).. 32 53.245
Astor 19.104
Baco da seta semi -selvaggio. ... 76
JBos Gavaeus (Gayal) 146
» grunniens (Yak) 73
» zebù • 32
Bue di Madagascar (bisonte). . . . 226
Capodoglio (balena) 226
Cervi 108
Cigni 108
Cinghiale (sus aethiopicus) 226
Cavalli persiani e arabi 29.201
Cani tibetani » . . 137
Cani mongoli 51
Colubre 139
Cormoran (corvus marinus) 104
Ermellini 08. 107
Fagiani 160
Falconi lanieri 43
Falconi pellegrini 31
Falconi sagri 104
Francolini 33
Galline pelose 177
Gatti maimoni 232
Girfalchi 30 31. 77
Grne 108
Kakatua . . 218
Leoni (tigri) 103. 128. 149. 218
Leoni neri 218
Leonfanti (elefanti) 33
Leopardi (felis jubaba, cheetar) . 103
Lupi cervieri (linci) 136
Lonze, pantere 103
Muschio, moscado 74
Ourangotang 194
Pavoni 207.218
Pappagalli 218
Pernici, cotornici 30
Pernici , cators 30. 77
Pernici, bugherlac * 72
Roc (uccello grifone) 226
Serpenti 205
Tartaruga 139
Tigri 128. 149. 218
Unicorno (rinoceronte) 191
Uomeni d' India (scimmie) 192
Vai 68.245
Zibellini (martora) 68. 107. 245
6. Flora.
Albero del vino (mira) 194
Aibero del pane (sagù, cassava,
tapioca) 195
Albero della vernice (tungyu) . . 181
Aloe (calambucco) 186
Ambra (resina) 224
Ananas 218
Aranci 179
Banana 32. 218
Berci (Gaesalpinia Sappan) 194
s
IN DICK Sl'HClALK
265
Rosaio Pag. :;7
Boswellia thurìfera V. incenso. . 235
Canfora 1 95
Canna bambù 132
Canna da zucchero 1 7(i
Cotone (bambagia) 17
Datteri 23*
Galiga, galanga 146
Garofano (cariophyllurn) 188
( Jhele (morus gelsi) • 20
Incenso : frankincenso, olibano» . 235
Incenso di Sumatra, benzoino. . . 222
Indaco (Indigo) 218
Kamquot (citrus japonica) 17'.*
Legno ebano 187
Legno sandalo 19(5
Legno sapino 181
Legno persea nanmu 181
Lichi (nephelium lichi) 179
Mandarini dalla buccia rossa... 179
Mirabolani emblici (susine) 218
Morus gelsi 20
Noce areca Pag. 210
Noce cocco. 190
Noce moscata L88
Olio di sesamo 197
Olio di albero (tungyu) 1 8 1
Olive kanlan 179
Pepe, bianco e nero 218
Pepe cubebe . A 1 88
Pompoli (pamplemousse) 179
Quercus ailanthus grandinosa. . . 70
Rabarbero 58
Ramie (urtica bohemeria nivea).. 149
Riso 169
Sesamo 197
Spigo (lavanda) 140
Tamarindo 218
Thea Bohea 179
Thea Pu ehr 1 30
Turbietti. 221
Zenzero, gengiavo 126. 130
Zizibbo, giuggiolo 1 40
Zucchero 170
7. Minerali.
Acciaio 31
Amianto 56
Andena, andanico 30
Argento 142
Asbesto f)<i
Azzurro (terra dell') 43. 56
( arbon fossile 118
Kaolin 180
Perle 199
Pietre preziose: agata 49
» » ametista 198
» balasci. . 43
» » berillo 43
» diamanti 205
» diaspido 51
» » giacinti 198
» » giada 49
Pietre preziose : onici 198
» opale 198
» » rubini 47.198
» » smeraldi. ...... 198
» » turchesi 30
» » topazi 198
» » zaffiri 198
Petrolio di Baku 18
Petunse 180
Porfido 210
Pozzi di nafta ^18
Salamandra (asbestos) 50
Saline 138. 159. 1 G0
Salnitro 151
Spodio 30
Tutia 30
Tutenag 36
266
INDICE SPECIALE
8. Industrie e commerci.
Ambergris Pag. 226
Avorio 226
Bambagia ." 17
Biscotto di pesce 234
Bozzoli , 108
Bucherarne 17 133
Canovacci 133
Carta 48
Cataiiga, cataluffa . 225
Ciambellotti 75
Coltelli 122
Cuoio (armi di) 140
Feltro 246
Giada 49
Incenso 222. 234
Indaco 218
Latte (kumìs) 68
» (arrak) 68
» (kefir) 68
Muschio 49. 74
Mirra 27
Nasicci (drappi ricamati) 76
Navi, Hornmz Pag. 24.29
» Shantung 159
» Yangtze 164
» Zaiton 1 79
Pelliccie 246
Poponi secchi 40
Porcellana 163. 180
Sale 41. 138. 160
Seta, zendado 122
Seta cruda (pongee) 76. 152
Specchi di acciaio 36
Stuoie di cocco 196
Tela di ortica 149
Vernice (tungyu) 181
Vino di riso (samshu) 117
» di palma (mira) 193
» di uva 117
» di zucchero 218
Zafferano 197
Zenzero 126
Zucchero 170
9. Razze e sètte.
Abissini 230
Adoratori del fuoco, (Guebri)... 27
Arabi 235
Armeni 15. 17
Cinesi (Seres) 20
Circassi (Georgiani) 28
Dravidi (Singalesi, Tamil) 197
Giapponesi « 182
Iauis, Iavanesi (Malesi) 192
Indiani 44
Lolo 148
Parsi 27
Saraceni 83
Sciti (Gothi) 19
Tartari : Buat Oriat 79
» Coreani 87
» Korkas 77. 87
» Kirghizi 47
» Manchu 77. 87
• » Mongoli 61. 68. 70
» Nuchen 123
» Ungrat 79.90
» Ugri, Uiguri, Eleuti... 73
» Metrucci 71
» Tsungani 87
Turchi : Selgiuki 10
» Tungusi 244
» Uzbeg 41
INDICE SPECIALE
267
Turchi : Bulgari Pag. 50. 70
» Yakuti 244
Indù-tibetani. Tibetani 131
» Birmani 143
» Laotiani 14(1
>* Siamesi 180
» An nani iti 1K7
» Zardandan 141
Filini Magiari 249
Sètte : Assassini 38
» Baiadere 204.211
» Uraniani 209
» lirancani (baniani) . 209
» Buddismo 213
» Califfo 22
» Casto 209
>♦ Confuciani 81.153
» C on g uigati (cuigni) 210
» < ulto degli antenati 142
» Feste del Capo d'anno. 99. 100
» Feste dei morti 71
» Giuculari 97
» ( J liavi (paria) 203
» Guebri (Parsi) 27
» Hutuclitu 01
» Iacolicli 21
» Iacopini 21
» Idolal ri 08. 245
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
»
Ismaeliti Pag- 38
Iuggarnaut 202
Lamaismo 61. 213
Maghi (incantatori) . 142.148
Magi 20.28
Monofitismo 21
Mulahidah 38
Mussulmani 21. 47
Nestorini 5.18 21.127
Negromanti (feng shui).. 172
Pagode 213
Paterini 81.203
Pusa (bodhisatva) 213
Rosario (japa) 200
Shiiti 38
Sifan lama 01
Sacrifici umani (suttee, sol-
duri) GG. 201
Sacrifici agli idoli G8. 80
Sensin 81
Sintoismo 185
Stregoni (Sani/assi, Fo-
ghi) V. 80,210
Taoismo 81
Tebot 80
Trasmigrazione delle ani-
me 215
Zennar (scapolare) 209
10. Varia.
Arte cinese 95
1 iarlaam e Josaphat 214
Beneficenza 119
Caccia 103. 105
Calendario cinesi» 59. 1 ()()
Camarlingo 130
Carte bollate 4
( tensori cinesi . . 113
Consiglio di Stato cinese 113
Corporazioni di arti 109
Cremazione 71. 152
Cronologia cinese 100
Diritto di albinaggio 33
Divisione amministrativa ci-
nese 73. 113
Ischerani 32
Iscrizioni di Kalgan 133
Iscrizioni di Singan 127
Ko V ou (genuflessione) 100
Libri (buccio di albori) 110
Manifattura imperiale di seta... 107
Manifattura imperiale di porcel-
lana 130
Medicina 14o
268
INDICE SPECIALE
Ministeri cinesi Pag. 12. 112
Moneta di carta 110
Moneta di porcellane bianche. . . 138
Moneta di sale 136
Monte frumentario ............. 119
Monte di Pietà 169
Nacchero 86
Navigazione fluviale 163
Navigazione marittima ... . 164. 181
Orfanotrofio 158
Palagio di canne 78
Polizia cinese 105. 169
Pompieri cinesi 169
Poligamia cinese 59. 67
Reddito: Dogane e sale cinese. . 174
Romanizzazione dei suoni cinesi. 10
Salaro (nolo) Pag. 180
Servizio postale cinese.**. 1 14
Stampa di carta-moneta 110
Stufe (bagni pubblici) 169
Stato civile cinese 171
Tavola (Zecca) 110
Tavola d'oro 5
Tariffe doganali cinesi 180
Tatuaggi 147
Tregge (slitte) 246
Tumulazione 109. 152
Vènti monsoni 186
Vènti simun 32
Vènti tifoni , 182
Ventiere 236'
Zulcarnev 43
CORREZIONI ED AGGIUNTE
Pag. 76 ultimo rigo: Sindciù, leggi: Sindcin
» 81 nota: sensin, aggiungi: dal cinese hsien-sheng che significa maestro.
89 Cap. LXIX riga 4 : suo bianco, aggiungi : viso
93 nota: Chings han, leggi: Ching shan
101 Cap. LXXVI riga 2 : quita, dal cinese chi-ta, grandissimo, Eccellenza.
114 nota: Ju cheng chu, leggi: Yu cheng chu
127 nota 2a : col figlio giovinetto, leggi: giovine imperatore.
142 riga 2: a 5 mesi di giornate, errore d'interpretazione di «à maintes
journées »
149 nota 1°: laido, errore dei copisti per latte.
157 riga 6: Baian Sa: Peh yen Shuai ossia Cent'occhi generalissimo. Il
titolo si mette sempre dopo il nome.
» 169 nota: lunga fortuna, leggi: larga fortuna.
»
»
»
»
»
»
»
G Polo, Marco
370 II milione
P8
1916
PLEASE DO NOT REMOVE
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